La partecipazione dei cattolici alla vita pubblica non presuppone necessariamente l’esistenza di un partito che li rappresenti, né tantomeno la confusione tra legge civile e dottrina religiosa. Significa, più semplicemente, riconoscere che una fede capace di esprimere una propria idea dell’uomo, della dignità, del lavoro, della solidarietà e della pace difficilmente può restare estranea alle questioni sulle quali una società costruisce il proprio futuro.
La domanda, allora, non è se la Chiesa debba tornare a occupare lo spazio politico che le apparteneva in altre stagioni della storia italiana. È piuttosto capire quale forma possa assumere oggi la presenza pubblica dei cattolici.
Una presenza da ripensare
Quando Leone XIV richiama alla necessità di una presenza attiva dei cattolici nella società italiana, il riferimento non è solo alla ricostruzione di un blocco politico confessionale, ma alla grande tradizione sociale nata attorno alla Rerum novarum: cooperative, casse rurali, società di mutuo soccorso, esperienze nelle quali l’ispirazione cristiana diventava risposta concreta a un bisogno collettivo.
Anche le più recenti parole rivolte al mondo cattolico acquistano, lette così, una portata più ampia della circostanza nella quale sono state pronunciate. Leone XIV ha messo in guardia dall’idea di comunità cristiane trasformate in enclave, ambienti nei quali proteggere la propria identità separandola dal confronto con la società. È quasi il movimento opposto: un’identità si forma proprio per poter essere messa alla prova della realtà.
È qui che cambia anche la domanda sulla forza del cattolicesimo contemporaneo. Non sembra corretto parlare semplicemente di una Chiesa che abbia “perso” il proprio peso. È cambiata, piuttosto, la maniera nella quale la società riconosce quella presenza. Nel Novecento era più immediato identificarla con un’appartenenza politica, con strutture associative molto visibili e con un linguaggio condiviso da una parte consistente della popolazione. Oggi quella stessa presenza è più frammentata, meno immediatamente riconducibile a un unico soggetto, ma continua a attraversare molti luoghi della vita collettiva.
Dove la politica incontra la società
Basta guardare alla politica sociale.
Caritas rappresenta probabilmente l’esempio più evidente. La sua funzione non si esaurisce nell’assistenza a chi si trova in difficoltà: attraverso i centri di ascolto e la rete delle diocesi vengono intercettate nuove forme di povertà, precarietà lavorativa, emergenza abitativa, solitudine e marginalità. L’assistenza diventa inevitabilmente anche osservazione della società; dall’osservazione nascono dati, rapporti, proposte e interlocuzioni con le istituzioni.
Un centro di ascolto non approva una legge, ma può riconoscere un problema prima che quel problema raggiunga il Parlamento. Una rete assistenziale non decide la politica economica del Governo, ma può mostrare con precisione dove il welfare pubblico non riesce ad arrivare.
Lo stesso accade nel Terzo settore, negli enti religiosi, nelle strutture educative e nelle numerose esperienze nelle quali soggetti ecclesiali collaborano quotidianamente con amministrazioni e istituzioni. È una dimensione politica nel senso più ampio e forse più autentico della parola: partecipare alla costruzione della comunità prima ancora che alla competizione per governarla.
Questo non contraddice la laicità dello Stato. Uno Stato laico non è uno Stato che pretende una società priva di convinzioni religiose; è uno Stato che non appartiene ad alcuna confessione e proprio per questo consente alle diverse componenti della società civile di concorrere liberamente al bene comune.
Una voce anche nella politica internazionale
La stessa logica diventa ancora più evidente quando si guarda alla diplomazia della Santa Sede.
Proprio di recente monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati, ha incontrato a Mosca il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, tornando a ribadire che la guerra in Ucraina deve finire e che una soluzione non può essere affidata soltanto alla dimensione militare.
La Santa Sede continua così a proporsi come interlocutore e come possibile spazio di dialogo.
Non dispone della forza coercitiva delle grandi potenze e sarebbe ingenuo attribuirle un peso che non possiede. Eppure proprio questa particolare condizione le consente di esercitare una funzione diversa: mantenere aperti canali, formulare proposte, richiamare principi che la logica immediata dello scontro tende inevitabilmente a sacrificare.
In questo senso acquistano maggiore significato anche le parole con cui Leone XIV ha criticato quel “falso realismo” capace di riarmare le menti, le parole e le nazioni. Non è la formulazione di una politica di difesa alternativa, né la negazione della complessità dei conflitti internazionali. È piuttosto il tentativo di contestare l’idea che la forza costituisca l’unico linguaggio possibile del realismo politico.
Ed è già, inevitabilmente, una forma di intervento nello spazio pubblico.
Non un ritorno al passato
Il punto, allora, non è immaginare il ritorno a un cattolicesimo politico modellato sul Novecento. Le condizioni sociali che lo avevano reso possibile erano profondamente diverse e sarebbe artificiale tentare di riprodurle.
Ma sarebbe altrettanto riduttivo dedurre dalla trasformazione di quel mondo la necessità di confinare la fede nella dimensione privata.
Il cattolicesimo continua a esprimere una visione sulla dignità della persona, sul lavoro, sulla tecnologia, sulla povertà, sulla famiglia, sulla pace e sul rapporto tra libertà individuale e responsabilità collettiva. Sono temi inevitabilmente pubblici. La questione non è impedire che quella visione partecipi al dibattito, ma evitare che pretenda di sottrarsi alle regole del confronto democratico.
È una distinzione importante: proporre non significa imporre, così come partecipare alla politica non significa necessariamente trasformare una confessione religiosa in un soggetto partitico.
Quale spazio resta ai cattolici?
Forse, allora, la domanda iniziale contiene già una parte della risposta.
Lo spazio dei cattolici nella società non deve necessariamente essere riconquistato, perché in larga parte continua a essere abitato. È semplicemente diventato meno riconoscibile attraverso le categorie con cui lo si misurava in passato.
Se lo si cerca esclusivamente nei partiti, nei voti o nella capacità di orientare direttamente una maggioranza politica, può apparire ristretto. Se invece lo si osserva nel volontariato, nel Terzo settore, nei corpi intermedi, nell’educazione, nella cultura, nella diplomazia e nella stessa partecipazione individuale dei cattolici alla vita politica, il quadro cambia sensibilmente.
Forse è proprio qui che Leone XIV sembra voler spostare lo sguardo: non verso la riconquista di un potere appartenuto a un’altra stagione, ma verso la responsabilità di una presenza che continua ad attraversare la società.
Perché tra il potere e il ritiro esiste uno spazio molto più vasto. Ed è precisamente lì che i cattolici sono chiamati a stare.
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Giuseppe Giordano
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