La revisione della SFDR, il ripensamento delle grandi alleanze climatiche e la divergenza tra Europa e Stati Uniti stanno ridefinendo il ruolo degli asset manager. La sostenibilità nei portafogli si sposta dalla rendicontazione all’impatto misurabile.
Il primo trimestre del 2026 ha segnato una svolta nei flussi della finanza sostenibile europea. Dopo sette trimestri consecutivi di deflussi, i fondi ESG del continente hanno raccolto 9,1 miliardi di dollari, interrompendo una fase di contrazione iniziata a metà 2024. Nello stesso periodo, il mercato statunitense ha registrato deflussi per 4,3 miliardi, il quattordicesimo trimestre consecutivo di raccolta negativa.
Due traiettorie divergenti che raccontano molto più di una semplice differenza congiunturale. Raccontano una ridefinizione strutturale del ruolo che gli asset manager esercitano nelle strategie di decarbonizzazione e di impatto sociale.
La finanza sostenibile non è in ritirata. Sta uscendo dalla sua fase dichiarativa per entrare in quella della verifica sostanziale.
Un mercato che pesa metà degli asset europei
Il punto di partenza è dimensionale. I prodotti classificati Articolo 8 e Articolo 9 della SFDR rappresentano oggi circa il 50% degli asset gestiti dai fondi di investimento europei, e l’Europa concentra circa l’84% degli asset globali dei fondi sostenibili. Non si tratta di una nicchia di mercato: si tratta della fisiologia stessa dell’industria del risparmio gestito europea.
Il patrimonio complessivo dei fondi sostenibili globali ha chiuso il primo trimestre 2026 a 3,51 trilioni di dollari, in un contesto di elevata volatilità dei mercati finanziari. Le proiezioni PwC indicavano un obiettivo di 34 trilioni entro il 2026, con una crescita annua del 12,9% a fronte del 4,3% del mercato tradizionale. La realtà si è mostrata più complessa, ma il vettore strutturale resta.
Il dato più significativo, tuttavia, è un altro. Nel primo trimestre 2026 i fondi passivi e gli ETF sostenibili europei hanno raccolto circa 24 miliardi di dollari. I fondi attivi hanno registrato deflussi per 14,8 miliardi. La stessa divergenza si osserva sul mercato americano.
È un segnale che il mercato sta leggendo con attenzione: gli investitori chiedono esposizione sostenibile, ma cercano strategie replicabili, trasparenti e ricche di dati piuttosto che discrezionalità gestionale.
La revisione SFDR: i nomi restano, le logiche cambiano
Il quadro normativo che regola il mercato è in fase di ridefinizione profonda. La revisione della Sustainable Finance Disclosure Regulation, in vigore dal 2021 e ora oggetto di una proposta di riforma organica, sta ridisegnando il modo in cui gli asset manager classificano e comunicano i propri prodotti.
La bozza di riforma introduce un sistema di categorizzazione dei prodotti che risponde a una delle principali criticità dell’impianto originario: la vaghezza delle definizioni di Articolo 8 e Articolo 9, che nel tempo ha generato interpretazioni difformi tra i gestori e ondate di declassamenti dei fondi. Le nuove categorie mirano a distinguere in modo più netto tra prodotti che integrano criteri ESG, prodotti focalizzati sulla transizione e prodotti a impatto misurabile.
Un elemento particolarmente rilevante è l’eliminazione della definizione di “investimento sostenibile”, che aveva generato divergenze interpretative tra gli asset manager. Al suo posto, criteri più oggettivi e allineati agli standard internazionali.
Per i gestori il passaggio non è indolore. Richiede:
- rimappatura completa dei prodotti in gestione secondo la nuova categorizzazione;
- rivisitazione delle metodologie di misurazione, con particolare attenzione ai Principal Adverse Impact (PAI);
- allineamento ai Climate Transition Benchmarks o ai Paris-Aligned Benchmarks, in funzione della categoria di prodotto;
- integrazione tra classificazione SFDR e Linee guida ESMA sui nomi dei fondi che utilizzano termini ESG.
Il tema, per gli asset manager europei, non è più decidere se aderire alla finanza sostenibile. È decidere come renderla difendibile sul piano metodologico.
Il ripensamento delle alleanze net zero
Sul fronte parallelo delle strategie di decarbonizzazione, il 2025 ha segnato una discontinuità profonda. Il 7 gennaio BlackRock, il più grande asset manager al mondo con oltre 11 trilioni di dollari in gestione, ha annunciato l’uscita dalla Net Zero Asset Managers Initiative. Vanguard, seconda per volume, era uscita già nel 2022. JP Morgan Asset Management, Invesco, Goldman Sachs Asset Management e altri grandi gestori statunitensi hanno seguito.
Le motivazioni ufficiali hanno richiamato le “inchieste legali da parte di funzionari pubblici” a cui l’adesione alle alleanze aveva esposto i firmatari. Sullo sfondo, la causa antitrust promossa nel novembre 2024 dai procuratori generali di undici Stati americani, che accusava i grandi asset manager di aver formato un “cartello” per manipolare i mercati energetici attraverso le loro adesioni climatiche.
L’Alleanza ha sospeso ogni attività per gran parte del 2025. Il 25 febbraio 2026 ha annunciato il proprio rilancio, con ambizioni sensibilmente ridimensionate. La nuova lista dei firmatari mantiene grandi asset manager europei come UBS Asset Management, Amundi e BNP Paribas Asset Management. Assenti i grandi gruppi americani.
È una geografia rivelatrice. La finanza climatica non è scomparsa. Si è polarizzata.
Dalla esclusione all’engagement: come cambiano le strategie
In questo scenario in ridefinizione, le strategie di sostenibilità degli asset manager stanno evolvendo lungo direttrici precise.
Le rilevazioni sul comportamento degli investitori istituzionali europei mostrano che il 51% adotta approcci di ESG integration, il 39% strategie best-in-class, il 37% impact investment, il 37% active ownership e il 36% strategie tematiche. Solo il 35% utilizza ancora criteri di esclusione come strumento principale. È un rovesciamento significativo rispetto alla fase pionieristica della finanza sostenibile, quando l’esclusione dei settori controversi rappresentava il paradigma dominante.
Il baricentro si sta spostando su tre leve:
- engagement attivo con le società partecipate, attraverso il voto in assemblea e il dialogo strutturato con i management;
- finanziamento della transizione, orientando capitali verso settori ad alta intensità di carbonio ma con piani di decarbonizzazione credibili;
- impact investing, con l’utilizzo di modelli di finanziamento misto che combinano capitali pubblici e privati, garanzie di prima perdita e contratti per differenza sul carbonio.
Non si tratta di sfumature metodologiche. Si tratta di un cambiamento nella teoria del cambiamento. L’idea che escludere i settori inquinanti dai portafogli producesse decarbonizzazione ha lasciato spazio all’idea che siano proprio i settori inquinanti a richiedere capitali per essere trasformati.
Il dato come infrastruttura della credibilità
Il vincolo comune a tutte queste strategie è la disponibilità di dati verificabili e comparabili. Kunal Kapoor, CEO di Morningstar, ha sintetizzato al Sustainable Investing Summit una posizione che l’industria condivide sempre più apertamente: ciò di cui gli investitori hanno bisogno sono dati di qualità utilizzabili.
Il tema attraversa l’intera filiera:
- gli asset manager hanno bisogno di dati ESG affidabili sulle società in portafoglio per costruire strategie difendibili;
- gli investitori finali hanno bisogno di informazioni comparabili per distinguere prodotti sostanzialmente sostenibili da prodotti che utilizzano etichette senza contenuto;
- le autorità di vigilanza hanno bisogno di framework standardizzati per esercitare controllo sostanziale sul greenwashing;
- le imprese partecipate hanno bisogno di sistemi informativi capaci di alimentare, in modo continuativo, i flussi richiesti dal mercato dei capitali.
La qualità del dato è diventata il vero fattore di produzione della finanza sostenibile. E il perimetro della sua disponibilità coincide progressivamente con il perimetro della sua fattibilità.
Il ruolo emergente: da gestori a orchestratori della transizione
L’insieme di queste dinamiche sta ridefinendo il ruolo economico degli asset manager nel sistema. Non più semplici allocatori di capitale attenti ai fattori ESG. Sempre più orchestratori dei flussi finanziari che alimentano la trasformazione dell’economia reale.
Questo passaggio investe direttamente il tessuto delle imprese partecipate. Le richieste informative degli asset manager verso le società in portafoglio sono diventate più strutturate, più tecniche, più orientate alla verifica sostanziale della coerenza tra piani strategici e allocazione del capitale interno. Non solo per le grandi corporate quotate, ma progressivamente anche per le PMI che accedono ai mercati dei capitali privati, ai fondi di private equity con mandato ESG, agli strumenti di finanza agevolata condizionati alla sostenibilità.
È in questo spazio che si gioca la partita più delicata: costruire, all’interno dell’impresa reale, i sistemi di governance, misurazione e reporting che consentano al capitale finanziario di riconoscerne il valore sostenibile. Le imprese che sapranno anticipare questa richiesta si posizioneranno con vantaggio nella competizione per il capitale.
È il terreno su cui opera IPLUS, società di consulenza specializzata nell’accompagnare le imprese italiane nella costruzione delle architetture di governance, dei sistemi informativi e delle competenze interne che rendono la sostenibilità un asset misurabile e comunicabile al mercato dei capitali, non un esercizio di conformità formale.
Una finanza sostenibile più matura
L’insieme di questi cambiamenti — la revisione SFDR, il ripensamento delle alleanze, la polarizzazione geografica, lo spostamento verso engagement e transizione — non racconta il tramonto della finanza sostenibile. Racconta la sua uscita dall’adolescenza.
La fase pionieristica si è caratterizzata per la centralità della dichiarazione: firma di alleanze, adozione di label, comunicazione di obiettivi ambiziosi. La fase attuale si sta caratterizzando per la centralità dell’esecuzione: strategie difendibili sul piano metodologico, dati verificabili, coerenza tra allocazione del capitale e obiettivi dichiarati.
Non è una fase di ridimensionamento. È una fase di consolidamento sostanziale.
E come accade per ogni transizione strategica, il vantaggio competitivo — sia per gli asset manager che per le imprese partecipate — non apparterrà a chi si adeguerà per ultimo, ma a chi avrà saputo costruire per tempo la propria infrastruttura di credibilità.

Questo contenuto è a cura di Beatrice Scappini, Sustainability Leader e Co-founder di IPLUS.
Scopri come ESGnews e i suoi partner possono aiutarti.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
simonemontanarella
Source link








