Ospitato dal’Università IUAV di Venezia, nel campus del Cotonificio, il padiglione siriano segna un nuovo capitolo nell’impegno culturale internazionale del Paese dopo la guerra del 2011-2024. Pittura, architettura, luce, suono e profumo si uniscono per esplorare il patrimonio culturale nazionale, in particolare i reperti archeologici di Palmira, danneggiati e saccheggiati durante il conflitto. La mostra non è solo una riflessione sulla perdita, ma anche un messaggio di speranza, unità e dell’importanza di proteggere e restaurare il nostro patrimonio comune. In questa intervista l’artista Sara Shamma (Damasco, 1975) racconta come ha concepito il Padiglione Siria per la 61° Biennale Arte di Venezia.
Intervista a Sara Shamma
Come è nato il progetto per il Padiglione?
È nato da una lunga riflessione sulla memoria, la perdita e il patrimonio culturale. Per molti anni sono stata profondamente colpita da ciò che è accaduto a Palmira durante la guerra in Siria, dalla distruzione di monumenti che resistevano da quasi duemila anni e dal saccheggio di numerosi ritratti funerari. Ho iniziato a pensare a come l’arte potesse rispondere a quella perdita, parlando al contempo di resilienza e continuità, e da questa riflessione è nato The Tower Tomb of Palmyra. Ho creato uno spazio in cui i visitatori possono entrare fisicamente, non solo per ammirare i dipinti, ma per vivere un’atmosfera attraverso l’architettura, la luce, il suono e i profumi. L’idea è di evocare lo spirito delle antiche tombe torre e trasformarle in un luogo contemporaneo di riflessione, dove le persone entrino in contatto con la memoria di Palmira e con la più ampia esperienza umana della mortalità, della storia e del rinnovamento.
Dal punto di vista culturale e sociale, cosa significa per la “nuova” Siria essere a Venezia?
Per quella che molti definiscono la “nuova” Siria, la presenza alla Biennale di Venezia rappresenta un momento importante di rinnovamento e riconnessione culturale. Dopo tanti anni difficili, è un modo per rientrare nel dialogo culturale internazionale, per essere visti e compresi al di là dei titoli dei giornali, per evidenziare come la voce culturale siriana stia riemergendo con forza sulla scena globale dopo la rivoluzione. È anche un’opportunità per dimostrare che la società siriana è aperta, creativa e profondamente connessa al mondo. Attraverso l’arte possiamo condividere la nostra cultura, la nostra storia e la nostra immaginazione, e dimostrare che la Siria ha ancora molto da offrire alla cultura globale.

Parlaci del progetto e del messaggio che vorresti trasmettere.
Si tratta di un’installazione immersiva su larga scala intitolata La Tomba Torre di Palmira. Al centro si erge una struttura a torre alta 15 metri ispirata alle antiche torri funerarie di Palmira, nella quale i visitatori possono entrare. All’interno, pittura, architettura, luce, suono e profumo si fondono per creare un ambiente multisensoriale che evoca l’atmosfera e la memoria di questi monumenti perduti. Palmira fu un tempo un notevole punto d’incontro di culture – greco-romana, aramaica e araba – dove diverse comunità vivevano fianco a fianco in coesistenza e reciproco rispetto. Per molti versi rappresenta una visione di ciò che auspichiamo per la Siria di oggi: una società in cui la diversità sia fonte di ricchezza piuttosto che di divisione. Quindi, invito i visitatori a riflettere sulla memoria, sulla perdita e sull’importanza di proteggere il nostro patrimonio culturale condiviso. Non si tratta solo di piangere ciò che è stato distrutto, ma anche di resilienza, continuità e speranza per il futuro.
Quanto sono forti le radici e il patrimonio siriano nella tua pratica artistica?
Le mie radici sono assolute. Sono siriana e provengo da una terra che custodisce migliaia di anni di storia. In un certo senso, sento di portare quel tempo dentro di me, come se fossi plasmata da strati di memoria che vanno ben oltre la mia stessa vita. Porto il DNA della Siria: le sue civiltà, le sue culture, la sua profondità spirituale e la sua memoria collettiva. Questa presenza non è qualcosa che aggiungo consapevolmente al mio lavoro: è già lì. Vive nei gesti, nell’intensità, nel modo in cui mi avvicino alla figura umana e alle emozioni. La Siria non è solo uno sfondo o un tema: è uno stato d’essere che informa tutto ciò che faccio. Allo stesso tempo, la Siria stessa è sempre stata un luogo di incontri, tra culture, religioni e storie, e questa complessità è parte integrante della mia pratica. Permette al lavoro di parlare un linguaggio universale, pur rimanendo profondamente radicato. Quindi, anche quando l’opera affronta temi che appartengono a tutta l’umanità – memoria, perdita, resilienza, identità – lo spirito, la profondità e la carica emotiva provengono da quella stessa fonte antichissima. La Siria non è rappresentata nell’opera: è incarnata in essa.
Pensi che in Siria, con il nuovo governo, sia iniziata una nuova era e che la scena culturale possa ora godere di maggiore sostegno?
La Siria di oggi è, per molti aspetti, un Paese nuovo. Molte cose sono cambiate e continuano a cambiare. Ora c’è più spazio per l’iniziativa, per le nuove idee e per l’espressione culturale in tutta la società. Questo cambiamento non è solo istituzionale, ma anche psicologico: c’è un rinnovato senso di possibilità, di poter pensare, creare e immaginare in modo diverso. Allo stesso tempo, si sta verificando un importante cambiamento strutturale. Il Paese si sta allontanando da un modello centralizzato per avvicinarsi a un ambiente più aperto e di libero mercato. Ciò significa che il ruolo del settore privato diventa essenziale, non solo nell’economia, ma anche nella cultura. Con il sostegno e l’accettazione di questa direzione, mi aspetto di vedere emergere molte iniziative private, nuove organizzazioni culturali, progetti indipendenti, centri artistici e collaborazioni sia in Siria che a livello internazionale.
Dicci di più…
Per la scena culturale, questo è un momento dinamico e importante. Naturalmente ci saranno molte discussioni, opinioni diverse e persino disaccordi su cosa dovrebbe essere la cultura e quale direzione dovrebbe prendere. Ma questo è salutare. Permette di mettere alla prova, sfidare e affinare le idee e, alla fine, ciò che è autentico e significativo rimarrà. Per gli artisti, questo è un momento cruciale. È un momento di riflessione, di risposta e anche di assunzione di responsabilità nel plasmare la futura identità culturale del Paese. Dopo tutto ciò che è stato vissuto, c’è un forte bisogno di creazione, di un’arte che possa elaborare la memoria, aprire il dialogo e contribuire a una rinnovata vita culturale. È un’opportunità rara ed è importante che gli artisti la colgano seriamente e attivamente.
Come immagini la Siria tra 10 anni?
Questo è un periodo molto complesso e incerto in Medio Oriente, quindi, non è facile immaginare con chiarezza come sarà la regione, o la Siria, tra dieci anni. Quel che è certo è che la Siria ha già pagato un prezzo altissimo, a tutti i livelli: umano, culturale e sociale. Per questo motivo, nutro una profonda speranza che i prossimi anni portino un periodo di stabilità, permettendo al Paese di respirare di nuovo. Immagino i prossimi dieci anni come un processo piuttosto che un risultato immutabile, un tempo di ricostruzione, non solo di città e monumenti, ma anche di fiducia, identità e vita culturale. La ricostruzione non è solo fisica; è anche emotiva e intellettuale. Richiederà tempo, pazienza e cura. La mia speranza è che la Siria diventi gradualmente un luogo più sicuro ed equilibrato, dove le persone possano vivere con dignità e ritrovare un senso di appartenenza. Un Paese creativo, aperto e fiducioso, dove la diversità sia vista come una forza e dove il dialogo sostituisca la divisione.
E ora sei alla Biennale…
Spero che la Siria si riconnetta più fortemente con il mondo, non solo economicamente o politicamente, ma anche culturalmente e intellettualmente, contribuendo nuovamente attraverso la sua arte, le sue idee e la sua storia. In definitiva, credo che dopo un periodo così lungo e difficile, ci sia una reale possibilità di rinnovamento e che il futuro possa portare con sé sia la memoria che la speranza.
Niccolò Lucarelli
Venezia // fino al 22 novembre 2026
Padiglione Siria. The Tower Tomb of Palmyra
COTONIFICIO IUAV – Dorsoduro, 2196
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Niccolò Lucarelli
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