Ugo Loe???????ser, amministratore delegato di Arca Fondi e presidente del Comitato Previdenza di Assogestioni, guarda con favore all’ipotesi di un fondo pensione per i nuovi nati, avviato da un bonus pubblico, poi eventualmente alimentato volontariamente da genitori e nonni e quindi dal beneficiario stesso una volta entrato nel mondo del lavoro. Ma pone una condizione: le risorse devono entrare nel circuito della previdenza complementare. «Se il bonus viene gestito dall’Inps diventa una semplice misura redistributiva. Se invece viene investito in un fondo pensione può contribuire a costruire cultura finanziaria e a portare risparmio verso l’economia reale». Assogestioni ha creato un gruppo di lavoro e sta elaborando una proposta sul salvadanaio previdenziale che sarà presentata il prossimo 4 novembre. Intanto Arca Previdenza, il più grande fondo pensione aperto in Italia, accelera: nei primi otto mesi del 2026 le nuove adesioni sono salite del 50% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Domanda. Loeser, partiamo dal bonus per i nuovi nati. Perché Assogestioni lo considera una misura interessante?
Risposta. Per due ragioni. La prima è culturale. Siamo un Paese di grandi risparmiatori, ma di investitori ancora poco efficaci. In Italia ci sono circa 1.500 miliardi di euro sui conti correnti e, come ha evidenziato Mario Draghi nel suo rapporto, l’Europa continua a investire una quota enorme del proprio risparmio fuori dalle proprie economie. Un bonus previdenziale destinato ai nuovi nati può quindi essere un piccolo strumento con un grande effetto educativo: spinge le famiglie a confrontarsi con l’investimento di lungo periodo e con la pianificazione finanziaria.
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Il ruolo del risparmio nell’economia reale
D. E la seconda ragione?
R. La necessità di spostare il sistema da una logica ancora molto bancocentrica verso una maggiore canalizzazione del risparmio nell’economia reale. La previdenza complementare, per sua natura, investe con un orizzonte di lungo periodo. Ampliare la platea degli aderenti significa quindi aumentare il capitale che può essere destinato alle imprese e ai mercati. È un tema che riguarda anche la sostenibilità del sistema previdenziale: con gli scenari demografici che abbiamo davanti, dovremo necessariamente rafforzare il pilastro a capitalizzazione accanto a quello a ripartizione.
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D. Quindi siete favorevoli al bonus. Ma non a qualsiasi formula.
R. Sì. Il principio è giusto, ma riteniamo fondamentale che il bonus sia incardinato nella previdenza complementare. Siamo invece contrari all’ipotesi di affidarlo all’Inps. In quel caso avremmo una misura di sostegno al reddito, eventualmente utile anche sul fronte della natalità, ma perderemmo i due effetti strategici: educazione finanziaria e investimento nell’economia reale.
D. Come dovrebbe funzionare?
R. I dettagli sono ancora allo studio e saranno oggetto della proposta che come Assogestioni presenteremo a novembre. Bisogna definire dove aprire il conto, quali intermediari coinvolgere, quali costi applicare e come organizzare la gestione. Ma il principio è che il bonus dovrebbe confluire nelle forme di previdenza complementare già esistenti: fondi negoziali, fondi aperti e piani individuali pensionistici. Deve essere un vero investimento previdenziale, non semplicemente un trasferimento di denaro.
Il nodo commissioni e l’impatto sugli operatori
D. C’è chi sostiene che una misura del genere finirebbe soprattutto per avvantaggiare banche e società di gestione. Cosa pensa?
R. Non condivido questa lettura. Rispetto ai patrimoni complessivi della previdenza complementare, parliamo di cifre marginali. Non è questo il modo in cui l’industria del risparmio gestito guarda all’operazione. Per questo, dal nostro punto di vista, le commissioni non sono il tema centrale. L’industria è pronta a fare la propria parte per sostenere un provvedimento che abbia un respiro strategico per il Paese. L’obiettivo deve essere portare le famiglie a ragionare sulla previdenza e sulla pianificazione finanziaria, non creare una nuova fonte di ricavi per gli operatori.
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L’esperienza del Trentino Alto Adige e il modello Arca
D. L’esperienza del Trentino Alto Adige, che da circa un anno riconosce un contributo pubblico fino a 1.100 euro complessivi da versare direttamente in una forma di previdenza complementare intestata al minore, dimostra che il modello può funzionare?
R. È sicuramente un esempio virtuoso. L’ultimo dato disponibile, aggiornato allo scorso giugno, parla di circa 17.900 adesioni. La risposta è stata talmente positiva che la Regione ha dovuto rivedere al rialzo il budget inizialmente previsto. È un modello interessante anche perché non si è limitato al contributo iniziale. Per gli anni successivi è possibile ottenere ulteriori risorse pubbliche a fronte di una contribuzione da parte della famiglia.
D. Arca quanto ha intercettato di questa iniziativa?
R. Abbiamo raggiunto quasi l’11% delle adesioni. È un risultato importante, considerando che non siamo un operatore locale. L’esperienza dimostra anche che, quando l’iniziativa è costruita bene, può nascere una competizione tra gli intermediari. Il modello offre indicazioni utili anche a livello nazionale.
D. Intanto come sta andando la previdenza complementare del gruppo Arca?
R. Molto bene. Nei primi otto mesi del 2026 Arca Previdenza ha registrato circa 24 mila nuove adesioni, contro le circa 15 mila dello stesso periodo del 2025. Significa un incremento di circa il 50% delle nuove adesioni. È un dato particolarmente significativo anche perché nel periodo precedente il tasso di crescita era stato molto più contenuto: nel 2023-2024 eravamo intorno al 24%. Il nostro fondo ormai ha 250 mila iscritti.
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D. Quanto hanno inciso le nuove regole, compresa l’adesione automatica ai fondi pensione in vigore da poco più di due mesi?
R. L’adesione automatica è partita il primo luglio, quindi è ancora presto per misurarne pienamente l’effetto. Inoltre i mesi estivi non sono particolarmente rappresentativi sul fronte delle nuove assunzioni. Ma c’è un dato che considero ancora più importante: oggi si parla molto di previdenza complementare. La maggiore informazione sta aumentando la consapevolezza e questo si riflette nelle adesioni.
Portabilità e prospettive per le famiglie
D. La portabilità che scatterà da fine ottobre può modificare gli equilibri tra fondi negoziali e fondi aperti?
R. Finora non abbiamo visto una migrazione significativa dai fondi negoziali ai nostri prodotti. La portabilità, però, è importante soprattutto per una ragione psicologica. Se una persona sa che una scelta finanziaria non è irreversibile, è più propensa a compierla. Quando parliamo di un investimento che può durare 30 anni, sapere di poter modificare la propria decisione riduce l’ansia e facilita l’adesione.
D. Il bonus per i nuovi nati secondo lei potrebbe avere un effetto anche sugli adulti?
R. È proprio uno degli effetti che considero più interessanti. Se costruisci un salvadanaio previdenziale per il bambino, è possibile che anche il genitore inizi a interrogarsi sulla propria previdenza complementare e sulla propria pianificazione finanziaria. Questo sarebbe un risultato molto più importante del semplice trasferimento di qualche decina o centinaio di euro.
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D. In definitiva, qual è la vostra posizione?
R. Il bonus per i nuovi nati può essere una buona politica pubblica, ma solo se viene progettato come uno strumento previdenziale. Non deve essere semplicemente un assegno in più. Deve servire a costruire capitale, educazione finanziaria e investimenti di lungo periodo delle famiglie. E soprattutto deve contribuire a spostare il risparmio italiano dal conto corrente verso l’economia reale. Se poi avrà anche un effetto positivo sulla natalità, sarà un risultato ulteriore. Ma non credo che qualche decina di euro possa, da sola, risolvere il problema demografico italiano. (riproduzione riservata)
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