L’Europa può ancora dire la sua nella partita dell’intelligenza artificiale, dice Mario Draghi


Per l’Europa l’intelligenza artificiale è un concentrato di preoccupazioni e criticità che riguardano tanto la crescita economica quanto la sovranità e persino il suo modello sociale. Dopo anni di crescita debole e con un divario di produttività sempre più ampio rispetto agli Stati Uniti, Bruxelles cerca una strada per rilanciare la propria economia senza perdere il controllo delle tecnologie strategiche. L’intelligenza artificiale è probabilmente la sfida che mette insieme tutti questi problemi e, allo stesso tempo, una delle poche occasioni che l’Europa ha ancora per provare a ridurre il proprio svantaggio.

Parte da qui l’analisi di Mario Draghi pubblicata sul Financial Times. «L’Europa si trova di fronte a un difficile insieme di scelte», scrive l’ex presidente del Consiglio e della Bce. «Deve crescere, per poter continuare a finanziare il proprio modello sociale e le nuove esigenze di un mondo cambiato, dalla difesa all’energia. Vuole rimanere sovrana, per poter organizzare la propria economia secondo i propri valori. E vuole una crescita senza i costi in termini di disuguaglianza della ricchezza e di danno ambientale che l’hanno accompagnata altrove». L’intelligenza artificiale insiste contemporaneamente su questi tre aspetti.

Il primo problema è la crescita. La produttività europea è rimasta debole dopo la pandemia e il divario con gli Stati Uniti si è allargato. Ma tra i diversi strumenti a disposizione dell’Europa, scrive Draghi, «l’adozione diffusa dell’IA è forse quello oggi più promettente». Secondo gli scenari della Banca centrale europea, una rapida diffusione dell’intelligenza artificiale potrebbe aggiungere tra 0,3 e 0,4 punti percentuali ogni anno alla crescita della produttività totale dei fattori, che dal 2022 è rimasta sostanzialmente ferma. L’intelligenza artificiale può dunque contribuire a rilanciare un’economia che fatica a crescere.

Il problema è che la crescita attraverso l’IA apre immediatamente una questione di sovranità. «L’Europa controlla ben poco della catena del valore dell’IA», osserva Draghi, mentre la tecnologia è destinata a diventare pervasiva nell’economia, nella sanità, nell’istruzione, nell’energia e nella difesa. E questa, avverte, non è una dipendenza come le altre. Una volta che l’economia sarà costruita sull’IA, essere tagliati fuori dalla tecnologia «sarebbe più simile a essere tagliati fuori dal sistema finanziario statunitense». Le conseguenze sarebbero catastrofiche.

Da qui il problema dei rapporti con Stati Uniti e Cina. «L’Europa non sta agli Stati Uniti come il Texas sta alla California», scrive Draghi, perché non può dare per scontato che l’accesso alle tecnologie americane resti sempre privo di condizioni. In futuro, immagina, un’amministrazione statunitense potrebbe subordinare l’accesso ai modelli più avanzati a modifiche delle regole digitali europee, mentre la Cina potrebbe usare le licenze sui propri modelli aperti come leva in una disputa commerciale. «A meno che l’Europa non controlli una parte della catena del valore, crescita attraverso l’IA e sovranità finiranno per entrare in conflitto».

Lo spazio in cui l’Europa può ancora conquistare una vera sovranità tecnologica, secondo Draghi, è però molto preciso: i dati. I laboratori europei di frontiera non riescono oggi a competere finanziariamente con quelli americani e cinesi e la produzione di chip avanzati è molto indietro. «Ma i dati sono l’unico ambito in cui l’Europa può ancora essere sovrana, ed è anche quello con il maggiore potenziale di generare crescita».

Il continente dispone infatti di una grande quantità di dati pubblici, dai decenni di cartelle sanitarie alle rilevazioni degli istituti statistici, e di enormi quantità di informazioni industriali prodotte dal suo manifatturiero altamente automatizzato. Secondo la Commissione europea, l’economia dei dati potrebbe superare gli ottocento miliardi di euro, oltre il cinque per cento del Pil, entro il 2030.

Per fare questo però servono quei grandi data center che oggi nessuno vuole. Eppure, scrive Draghi, il problema europeo è l’opposto di quello americano: «Il dibattito sulla costruzione eccessiva di data center è un dibattito americano. Il problema dell’Europa è l’opposto». L’Ue ospita meno del cinque per cento della capacità mondiale di calcolo per l’IA, contro il settantacinque per cento degli Stati Uniti.

Per Draghi, dunque, l’Europa deve costruire più capacità di calcolo e deve farlo attraverso un coordinamento della domanda che oggi manca. Negli Stati Uniti sono i grandi operatori tecnologici a garantire agli investitori contratti sufficientemente grandi per finanziare i nuovi data center. In Europa, invece, la domanda è distribuita tra milioni di imprese. «L’Europa deve quindi creare grandi acquirenti per scelta». Le aziende più grandi dovrebbero mettere insieme i propri impegni di acquisto, trasformandoli in contratti pluriennali abbastanza grandi da consentire agli investitori di finanziare nuove infrastrutture.

Un modello esiste già: aziende europee come ASML, Capgemini e Amadeus hanno sottoscritto acquisti pluriennali delle European Compute Units di Mistral, con l’obiettivo di sostenere un gigawatt di capacità entro il 2030. Per Draghi ora bisogna «ampliare questo modello», coinvolgendo più operatori e consorzi più grandi.

L’obiettivo finale è creare un circolo virtuoso: più imprese adottano l’IA, più domanda finanzia la capacità europea; più capacità permette di usare i dati europei su infrastrutture controllate dall’Europa; un calcolo più economico accelera ulteriormente l’adozione. E, con una propria capacità, l’Europa sarebbe anche in una posizione migliore per costruire i propri modelli di IA.

Resta infine il timore che l’intelligenza artificiale concentri ricchezza e potere nelle mani di una nuova oligarchia tecnologica. Anche qui Draghi propone una risposta europea: una domanda aggregata attraverso più consorzi può far entrare più operatori nel mercato, mentre la concorrenza evita che i benefici si concentrino in poche mani. «In questo modo l’Europa non deve scegliere tra crescita, sovranità e i propri valori. Può avere l’intelligenza artificiale senza gli oligarchi».


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