Pechino scrive il suo piano quinquennale dello sport. E l’Italia dovrebbe leggerlo riga per riga – LMF – LaMiaFinanza


Realizzato con l’uso dell’AI e la supervisione di Paolo Brambilla che ne certifica le fonti

Il “Piano quinquennale per la costruzione di una potenza sportiva 2026‑2030” è il primo documento di programmazione sportiva elevato al rango di piano nazionale nella storia della Repubblica Popolare.
Cinque indicatori vincolanti, 38 compiti prioritari, otto “progetti‑colonna”, un’industria che deve raddoppiare fino a 7.000 miliardi di yuan. Messo a confronto con il Rapporto Sport 2025 di ICSC e Sport e Salute, disegna per l’Italia una mappa precisa: dove competere, dove collaborare, dove stare attenti.

La Fondazione Spremberg segue con grande interesse lo sviluppo di nuovi accordi e nuove opportunità con la Comunità cinese italiana sui temi dello sport e della cultura in generale.

In particolare, la Fondazione Spremberg, nata a Milano nel 2025 con l’obiettivo di promuovere sport, inclusione, formazione, benessere e cooperazione internazionale, dedica la sua attenzione a minori, giovani, persone over 65, persone fragili e persone con disabilità. Il progetto intende operare come soggetto di coordinamento tra istituzioni, federazioni sportive, società e club, università, ospedali, enti del Terzo Settore, imprese, campioni ed ex campioni.

Il 22 luglio 2026 l’Amministrazione generale dello Sport della Repubblica Popolare Cinese ha reso pubblico, con l’approvazione formale del Consiglio di Stato, il Piano quinquennale per la costruzione di una potenza sportiva per il periodo del quindicesimo piano quinquennale, il “十五五” (2026‑2030). L’agenzia Xinhua e il China Daily lo hanno presentato con una formula che nella comunicazione ufficiale cinese non è mai casuale: è il primo piano specialistico di livello nazionale ad avere come tema la “potenza sportiva” (体育强国). Il Quotidiano del Popolo ha aggiunto un dettaglio di metodo che dice molto sul peso politico dell’operazione: il testo è il frutto di diciassette ricerche tematiche su questioni strategiche, di missioni di indagine in tutto il Paese, di una consultazione pubblica aperta sul sito dell’Amministrazione e di un giro di pareri fra i ministeri interessati.

Immagine realizzata da AI

Per capire la portata dello scatto bisogna ricordare da dove arriva la programmazione sportiva cinese. Fino al quattordicesimo piano (2021‑2025), lo sport era regolato da piani di settore emanati dall’Amministrazione dello Sport e da linee guida del Consiglio di Stato, importanti ma collocate un gradino sotto i piani nazionali di sviluppo. L’Outline per la costruzione di una potenza sportiva del 2019 aveva fissato l’orizzonte del 2035 come traguardo di lungo periodo. Il piano del 2026 salda quell’orizzonte ai meccanismi ordinari della pianificazione economica quinquennale: obiettivi numerici, responsabilità dei governi locali, monitoraggio dinamico, valutazione intermedia e finale, con la clausola che qualunque revisione deve passare dall’organo che ha approvato il piano.
Non è retorica; è la trasposizione allo sport della grammatica con cui Pechino governa l’acciaio, i semiconduttori o le rinnovabili.

Chi legge in Italia una notizia di questo tipo tende a incasellarla nella categoria “soft power” e a passare oltre. È un errore di prospettiva. Il documento parla di infrastrutture di prossimità, di formazione degli allenatori, di leghe professionistiche, di catene del valore manifatturiere, di turismo sportivo, di intelligenza artificiale applicata all’allenamento, di lotterie, di antidoping, di diplomazia. Ogni capitolo è, per un imprenditore o per un decisore pubblico italiano, una lista di domande e di offerte. E il momento è propizio anche per ragioni contingenti: il sistema italiano dispone oggi, con il Rapporto Sport 2025 realizzato dall’Istituto per il Credito Sportivo e Culturale e da Sport e Salute d’intesa con il Ministro per lo Sport e i Giovani, di una fotografia statistica dello sport nazionale mai così completa, e ha appena chiuso, a febbraio, i Giochi invernali di Milano Cortina con un bilancio sportivo ed economico che la stampa cinese ha seguito con attenzione.

Questo articolo mette i due sistemi l’uno di fronte all’altro. Non per stabilire chi sia più forte, che sarebbe un esercizio sterile fra un Paese di 1,4 miliardi di abitanti e uno di 59 milioni, ma per individuare le asimmetrie, cioè i punti in cui ciò che la Cina cerca coincide con ciò che l’Italia sa fare, e viceversa.

Ogni piano quinquennale cinese si legge partendo dalla tabella degli “indicatori principali“. Sono i numeri sui quali i dirigenti locali verranno valutati e, per questo, sono i numeri che muovono davvero risorse e comportamenti. Il piano sportivo ne fissa cinque, tutti classificati come “orientativi” (预期性), cioè non vincolanti in senso stretto ma politicamente impegnativi.

Indicatore 2025 Obiettivo 2030
Superficie di impianti sportivi pro capite 3,11 m² circa 4 m²
Quota di popolazione che pratica esercizio fisico regolarmente 38,52% circa 40%
Quota di popolazione con condizione fisica “buona o eccellente” 30,9% 31,1%
Titoli mondiali conquistati (nell’anno) 146 “fra i primi al mondo”
Dimensione complessiva dell’industria sportiva 3.840 miliardi di yuan (2024) oltre 7.000 miliardi di yuan

Tre osservazioni.

La prima riguarda gli impianti. Passare da 3,11 a 4 metri quadrati pro capite, con una popolazione di 1,4 miliardi di persone, significa aggiungere in cinque anni una superficie di impianti sportivi nell’ordine di 1,2 miliardi di metri quadrati. Il Quotidiano Guangming, giornale del mondo intellettuale cinese, ha fatto notare che dietro ritocchi apparentemente modesti degli indicatori si nasconde “la rimodellazione delle abitudini motorie di decine di milioni di persone”. È una frase da tenere a mente quando, più avanti, parleremo di chi costruisce, attrezza e gestisce quegli spazi.

La seconda riguarda la partecipazione. La soglia del 40% di praticanti regolari (nella definizione statistica cinese: almeno tre sedute settimanali di almeno trenta minuti a intensità moderata, per la popolazione dai sette anni in su) è vicina a quella attuale, e proprio per questo rivela dove si concentra la difficoltà. Un docente dell’Università dello Zhejiang, intervistato dal Guangming, ha descritto la partecipazione cinese come una curva “a sella”: giovani e anziani praticano stabilmente, la fascia dei lavoratori fra i 25 e i 50 anni, schiacciata fra ufficio e famiglia, è il segmento più difficile da conquistare. È lo stesso problema, come vedremo, che le statistiche Istat descrivono per l’Italia.

La terza riguarda l’industria. Il raddoppio da 3.840 a oltre 7.000 miliardi di yuan (circa 1.000 miliardi di dollari al cambio corrente) era già stato annunciato nel settembre 2025 dalle Linee guida per liberare il potenziale del consumo sportivo del Consiglio di Stato, con venti misure in sei aree. Il piano di luglio lo trasforma in indicatore quinquennale. Va chiarito subito un punto di metodo che nessuna testata italiana ha finora segnalato: la cifra cinese misura la “dimensione complessiva” (总规模), cioè il valore della produzione lorda dell’industria sportiva, non il valore aggiunto. Il valore aggiunto dello sport in Cina, secondo le statistiche ufficiali, si colloca poco sopra l’1% del PIL. Il Rapporto Sport 2025 stima invece per l’Italia 32 miliardi di euro di valore aggiunto nel 2023, pari all’1,5% del PIL. In termini di peso relativo sull’economia, dunque, lo sport italiano pesa più di quello cinese. È un dato che ribalta l’intuizione comune e che dovrebbe dare all’Italia una certa sicurezza nel sedersi al tavolo.

Il piano si articola in undici parti: una premessa sui “requisiti generali”, nove capitoli tematici e uno conclusivo sui meccanismi di attuazione. Xinhua ha contato 38 compiti prioritari e otto “progetti‑colonna” (专栏), i riquadri operativi che nella tradizione della pianificazione cinese indicano dove i soldi andranno per primi. Vale la pena elencarli, perché per un operatore economico sono la parte più concreta del documento.

  1. Impianti “piccoli e belli” vicino alla gente: costruzione o riqualificazione di oltre 5.000 fra micro‑parchi sportivi, piccoli centri fitness, campi polivalenti e campetti di calcio, piste di pattinaggio di quartiere, con priorità alle discipline in rapida crescita (sport di palla, sport su ghiaccio e neve).
  2. Ottimizzazione della mappa delle discipline: il “progetto gloria” per le sei discipline di forza storica (tuffi, sollevamento pesi, ginnastica, tiro, tennistavolo, badminton); il “progetto fondamenta” per le tre grandi discipline di base (atletica, nuoto, sport acquatici); il rilancio dei “tre grandi palloni”; il “progetto rinascita” per lotta, judo, taekwondo, scherma; il “progetto svolta” per le discipline emergenti (arrampicata, skateboard, BMX, surf); il “progetto salto” per gli sport invernali.
  3. Basi di allenamento di nuova generazione, integrate su cinque funzioni: allenamento, scienza, medicina, formazione, servizi, con apertura graduale alla società.
  4. Vivai per le discipline prioritarie: selezione di unità di riferimento, piano per allenatori d’élite giovanili, adeguamento delle scuole sportive con palestre, laboratori di preparazione atletica, medicina e riabilitazione.
  5. Industria outdoor: cento destinazioni di alta qualità per lo sport all’aria aperta, ciascuna con almeno un evento‑bandiera, e una Conferenza nazionale dell’industria outdoor; sviluppo di sport aerei e nautici a sostegno della “economia a bassa quota” e dell’economia marina.
  6. Innovazione scientifica: laboratori chiave dell’Amministrazione, ricerca sulla selezione dei talenti, sulla performance, sulla prevenzione dei rischi, sulle attrezzature di fascia alta; integrazione del sistema satellitare Beidou nella sicurezza di alpinismo, sport nautici e aerei.
  7. Formazione del capitale umano: curricula per gli atleti lungo tutta la carriera (psicologia, orientamento professionale, cultura, responsabilità sociale), accademie regionali per allenatori, sistema per arbitri, formazione di agenti e manager sportivi, corsi mirati su preparazione atletica, nutrizione, psicologia, riabilitazione, analisi dei dati.
  8. Ecosistema antidoping “pulito”, esteso dalle nazionali alle province, con potenziamento dei laboratori di Pechino e Shanghai.

Otto cantieri, dunque, che vanno dal cemento alla genetica dello sport. Il filo che li lega è dichiarato nella premessa: lo sport come “impresa emblematica del grande ringiovanimento della nazione cinese”. Per un lettore europeo la formula può suonare enfatica; per un investitore significa che il settore godrà di priorità politica per tutto il quinquennio, e che i governi provinciali competeranno per mostrare risultati.

La seconda parte del piano è dedicata al “sistema di servizi pubblici per il fitness di massa” e contiene l’espressione che i commentatori cinesi hanno citato di più: sfruttare gli “angoli d’oro e i bordi d’argento” (金角银边) delle città, ovvero gli spazi residuali (sottopassi, tetti, aree dismesse, cortili di uffici e fabbriche) da trasformare in campi e palestre di quartiere. L’idea è portare l’impianto dove la gente già passa la giornata: comunità residenziali, torri per uffici, parchi industriali. Il direttore del Dipartimento sport di massa, Chen Xingnian, nella conferenza stampa dell’Ufficio informazioni del Consiglio di Stato del 3 settembre 2026, ha precisato che i 5.000 nuovi impianti saranno concentrati nelle aree a maggiore densità, dove la domanda è più forte.

Accanto agli impianti, il piano insiste su tre leve: la riforma degli “istruttori sociali di educazione fisica”, un esercito di milioni di certificati che, come ha riconosciuto lo stesso Guangming, spesso “hanno il diploma ma non il posto dove usarlo”; la fusione fra sport e sanità, con centri per la “promozione della salute attraverso il movimento” e interventi non farmacologici per anziani, giovani, disabili e malati cronici; la digitalizzazione dei servizi, con piattaforme informative nazionali e “aggiornamento intelligente” di prodotti e servizi. La direttrice di tutto questo è chiara: la Cina non vuole soltanto più campi, vuole che i campi siano “usati e usati spesso”, per riprendere la formula di un accademico intervistato.

Il confronto con l’Italia. Il Rapporto Sport 2025 offre qui il dato più utile di tutto il documento: la prima fotografia post‑pandemica del patrimonio impiantistico nazionale, costruita con Regioni e Comuni. L’Italia conta oltre 78.000 impianti sportivi censiti e più di 144.000 spazi di attività, per una media di 1,38 impianti e 2,54 spazi ogni mille abitanti. Il 70% degli impianti attivi è di proprietà pubblica, e i Comuni rappresentano il 91% dei proprietari pubblici. Ma oltre il 40% degli impianti è stato costruito negli anni Settanta e Ottanta, e la percentuale di strutture non funzionanti tocca l’8% a livello nazionale e il 15% nel Mezzogiorno, con punte regionali del 19%.

Le due letture si illuminano a vicenda. La Cina deve costruire; l’Italia deve rigenerare. La Cina scommette sui “piccoli e belli”; l’Italia ha già scoperto che i playground (i campi di quartiere ad accesso libero) sono la tipologia cresciuta di più negli ultimi anni, con un +7,8% rispetto alla rilevazione del 2020 e circa l’80% dei nuovi impianti realizzati dal 2020 riconducibili a questa categoria. Il Rapporto li descrive come lo strumento centrale delle politiche di promozione della pratica, inclusione sociale e rigenerazione urbana. È esattamente la filosofia degli “angoli d’oro”. Con una differenza di scala: dove l’Italia realizza decine di progetti, la Cina ne annuncia cinquemila.

Sul versante della partecipazione, i numeri italiani sono più incoraggianti di quanto il senso comune suggerisca. Nel 2024, secondo Istat, il 66,5% della popolazione ha praticato sport in forma continuativa o saltuaria o ha svolto attività fisica come camminate e passeggiate in bicicletta: 38,1 milioni di italiani attivi. Il 28,6% ha praticato sport in modo continuativo, il dato più alto di sempre, e il 9% saltuariamente. La sedentarietà è scesa al 33,2%, il valore più basso nella storia delle rilevazioni, con circa un milione di sedentari in meno rispetto al 2023. Sommando praticanti continuativi e saltuari, l’Italia si colloca al 37,6%, cioè quasi esattamente sul livello di partenza cinese (38,52%), pur con definizioni statistiche non sovrapponibili. Il Rapporto segnala però che circa metà degli italiani che praticano sport lo fa una o due volte a settimana, e che nel confronto europeo il Paese deve aumentare la frequenza delle occasioni di movimento. Torna la “sella” descritta dal docente dello Zhejiang: il problema, in entrambi i Paesi, non è portare la gente a fare sport una volta, è farla tornare.

C’è infine il capitolo, quasi ignorato nel dibattito italiano, dell’integrazione fra sport e sistema sanitario. Il piano cinese prevede corsi universitari dedicati alla “promozione della salute attraverso il movimento” e centri specializzati sul territorio. L’Italia ha strumenti normativi (l’esercizio fisico strutturato nelle cure, la figura del chinesiologo, le palestre della salute in alcune Regioni) ma un’attuazione a macchia di leopardo. È uno dei campi dove uno scambio di esperienze avrebbe senso per entrambi.

La terza parte del piano riforma il sistema dello sport di vertice, e lo fa con un lessico che merita traduzione. Il concetto chiave è il “nuovo sistema nazionale” (新型举国体制): si conserva il vantaggio del modello centralizzato che ha portato la Cina ai vertici del medagliere, ma si apre la porta a imprese, associazioni di categoria, scuole, club e persino famiglie, che vengono invitati a partecipare all’allenamento e alla competizione. Il piano parla esplicitamente di “apertura ordinata” dei diritti di gestire squadre, organizzare gare e partecipare a competizioni: una liberalizzazione parziale, controllata, ma reale. Zhang Xin, direttore del Dipartimento sport agonistico, ha spiegato in conferenza stampa che l’obiettivo è attrarre talenti, capitali e tecnologie da una platea più ampia di soggetti.

La seconda novità è la formula “633”, che il direttore dell’Amministrazione Gao Zhidan ha presentato come il passaggio da una strategia di “sfondamento su punti prioritari” a un modello di “sviluppo complessivo”. Sei discipline storicamente dominanti da consolidare (tuffi, sollevamento pesi, ginnastica, tiro, tennistavolo, badminton), tre discipline di base in cui “puntare allo sfondamento” (atletica, nuoto, sport acquatici) e i tre grandi sport di squadra da rilanciare (calcio, basket, pallavolo). Il messaggio implicito è che la Cina, dopo aver massimizzato le medaglie nelle discipline “di precisione”, vuole competere nelle discipline che contano per il pubblico globale, quelle che generano audience, sponsorizzazioni e prestigio. Il piano ricorda che Parigi 2024 è stata la migliore Olimpiade cinese fuori casa, e che nel quinquennio 2021‑2025 gli atleti cinesi hanno conquistato 665 titoli fra Giochi, Mondiali e Coppe del mondo.

Il terzo asse è la professionalizzazione: più discipline e più competizioni “verso il professionismo”, con un sistema di leghe a livelli chiari, regole per trasferimenti, salari, distribuzione dei ricavi e condotta degli agenti, governance societaria dei club e capacità di produrre utili. Un professore dell’Università Normale dello Hunan, citato dal Guangming, ha descritto questa impostazione come un’architettura “a circuito chiuso”: fondamenta nelle competizioni, regole istituzionali, soggetti di mercato solidi, con l’obiettivo dichiarato di costruire marchi di leghe professionistiche di rilievo mondiale. Il quarto asse è il sistema delle competizioni: i Giochi nazionali invernali (quindicesima edizione) ed estivi (sedicesima edizione), competizioni regionali interprovinciali, un sistema nazionale unificato di gare per disciplina, con serie, gran premi, tappe, tour e circuiti a punti aperti agli organizzatori privati, e città autorizzate a ospitare eventi internazionali di alto livello.

Non manca, come sempre nei documenti cinesi, la dimensione disciplinare: gestione rigorosa delle nazionali in trasferta, dei social media degli atleti, delle sponsorizzazioni personali, con campagne educative dal titolo “La patria nel mio cuore”. Su questo torneremo parlando di cultura sportiva, perché è il punto in cui i due sistemi divergono di più.

Il confronto con l’Italia. L’Italia è uscita da Milano Cortina 2026 con trenta medaglie, un record storico ai Giochi invernali, e con una macchina organizzativa che la Fondazione Milano Cortina ha rendicontato in 5,3 miliardi di euro di impatto economico complessivo, fra 1,1 miliardi di spesa diretta, 1,2 miliardi di turismo negli anni successivi e circa 3 miliardi di infrastrutture destinate a rimanere sul territorio. Il costo complessivo dei Giochi, 5,9 miliardi di euro, è stato pari a circa lo 0,3% del PIL, con l’85% delle sedi già esistenti o temporanee e l’energia interamente da fonti rinnovabili certificate. Il “modello diffuso” su più sedi, contestato alla vigilia, è già citato come riferimento per i Giochi invernali del 2030 nelle Alpi francesi.

Questo è, per la Cina, il primo punto di interesse concreto. Il piano chiede alle città di ospitare eventi internazionali “in modo ordinato” e “secondo le proprie capacità”, e chiede alle basi di allenamento di trasformarsi da centri monofunzionali in poli multifunzionali aperti alla società. Il know‑how italiano nella gestione di grandi eventi a basso impatto e nella riconversione post‑evento (il Villaggio olimpico di Porta Romana che diventa il più grande studentato d’Italia con 1.700 posti letto, le arene di Fiera Milano‑Rho destinate a congressi e concerti) è esattamente ciò che una città cinese di seconda fascia che voglia candidarsi a un evento internazionale deve imparare.

E, viceversa, la scala e la velocità di costruzione cinesi sono ciò che il sistema italiano, dove il Rapporto Sport registra che i progetti infrastrutturali di grande dimensione assorbono solo l’1% circa dei finanziamenti al settore, non riesce a produrre.

Sul professionismo, il confronto è più delicato. L’Italia ha leghe consolidate ma con fragilità strutturali: il calcio genera più del 73% dei ricavi da eventi sportivi, secondo il Rapporto, con un mercato complessivo di oltre 900 milioni di euro nel 2024, e la dipendenza da una sola disciplina è essa stessa un rischio. La Cina parte dal problema opposto: ha capitale e pubblico ma leghe di credibilità ancora fragile, dopo gli scandali che hanno segnato il calcio professionistico nel decennio scorso. Il piano lo dice senza giri di parole quando, nella parte sulla condotta del settore, elenca “frodi, manipolazione delle partite, violenza in campo” fra i fenomeni da reprimere e cita “i tre grandi palloni” fra le aree a rischio di corruzione. È un’ammissione che dovrebbe far riflettere chi immagina di esportare in Cina modelli di lega chiavi in mano: serve prima infrastruttura regolatoria, e su quella l’Italia ha esperienza (la giustizia sportiva, il sistema delle licenze, la vigilanza sui bilanci dei club) che può essere oggetto di scambio istituzionale.

La quarta parte del piano riguarda i giovani ed è quella in cui si vede meglio il doppio binario cinese: salute e talento insieme. La parola d’ordine è “fusione fra sport ed educazione” (体教融合), un processo avviato nel 2020 che il piano vuole portare a maturità: scuole sportive che collaborano con scuole ordinarie di qualità per migliorare l’istruzione degli atleti, percorsi “3+4” dalla scuola sportiva alla laurea per il calcio giovanile, filiere “elementari‑medie‑superiori” per calcio, basket e pallavolo, allenatori professionisti assunti direttamente dalle scuole.

Sul fronte della salute il piano nomina i quattro problemi che assillano la Cina urbana: miopia, obesità, scoliosi e salute mentale degli adolescenti. Un docente dell’Università di Scienze Applicate di Shanghai ha spiegato al Guangming che affrontarli richiede un meccanismo intersettoriale fra sport, istruzione e sanità, con un ciclo completo di screening, stratificazione del rischio, intervento motorio, invio a specialisti e rivalutazione. Il piano istituisce progetti pilota di “promozione della salute psicofisica dei giovani attraverso lo sport” e attività per la prima infanzia.

Sul fronte del talento, il piano disegna un sistema di competizioni giovanili a quattro livelli (nazione, provincia, città, contea), conferma la Lega giovanile cinese di calcio come asse portante, prevede leghe giovanili nazionali di basket e pallavolo, e ribadisce che le scuole sportive restano “il canale principale” per la formazione delle riserve agonistiche, affiancate da centri di formazione giovanile a vocazione pubblica e da operatori privati. Con una preoccupazione, espressa dallo stesso accademico, che vale anche per l’Italia: un sistema di gare “a imbuto”, in cui la maggior parte dei ragazzi viene definita “comparsa” già al livello di contea, non genera motivazione durevole. La proposta è un sistema a tre binari: gare inclusive a bassa soglia per tutti, gare stratificate per età e livello per la selezione, e semplificazione organizzativa per non rubare ore alla didattica.

Il confronto con l’Italia. Il Registro Nazionale delle Attività Sportive Dilettantistiche, attivo dal 2022, fornisce al Rapporto Sport un dato che in Cina non esiste con la stessa granularità: 107.804 associazioni e società sportive dilettantistiche con almeno un tesseramento nel 2024, di cui 6.475 dedicate allo sport inclusivo e per persone con disabilità; 12,3 milioni di tesserati, 11,7 milioni dei quali con tessera da atleta agonista o praticante; e, soprattutto, quasi due giovani su tre fra i 6 e i 14 anni inseriti nella rete dello sport organizzato. È un tasso di capillarità che il sistema cinese, costruito attorno alla scuola e alla scuola sportiva più che all’associazionismo, non conosce. Il Rapporto documenta anche il rilancio dei Giochi della Gioventù e i programmi nazionali di sport a scuola, che presentano più di un’analogia con le “Giornate nazionali del sole” giovanili cinesi.

La differenza strutturale è nella forma organizzativa. In Italia lo sport giovanile poggia su un tessuto di volontariato e associazionismo (471 mila lavoratori sportivi con almeno una collaborazione nel 2024, secondo il Registro) che il legislatore ha faticosamente regolato con la riforma del lavoro sportivo. In Cina poggia sulla scuola e sullo Stato, con un settore privato di “formazione sportiva giovanile” che il piano dichiara di voler “regolamentare”, segno che è cresciuto in fretta e in modo disordinato. Per gli operatori italiani della formazione tecnica, delle academy calcistiche, delle scuole di vela o di sci, la domanda cinese è evidente; il vincolo è che il piano vuole ordine, certificazioni e controllo, non un mercato aperto.

Il piano dedica un capitolo intero, il quinto, a calcio, basket e pallavolo. È la parte che tocca più da vicino l’immaginario e gli interessi italiani, e va letta con attenzione perché è anche la più autocritica.

Calcio. La riforma parte dal basso: calcio scolastico, allenatori, cinque livelli di centri di formazione giovanile, Lega giovanile cinese come competizione principale, “città chiave” dello sviluppo calcistico, sperimentazione della fusione sport‑scuola nelle regioni occidentali. Sul vertice il piano promette più partite internazionali di qualità per le nazionali di ogni età, garanzie per i giocatori che vanno a formarsi nelle leghe europee di alto livello, sostegno ai club professionistici “per entrare in un ciclo virtuoso” e sviluppo parallelo del calcio femminile. È un programma che ammette implicitamente il fallimento dell’approccio precedente, quello degli acquisti miliardari di stelle straniere del periodo 2015‑2019, e sposta il baricentro sulla formazione. La nazionale Under 23, finalista della Coppa d’Asia di categoria nel gennaio 2026, è citata dalla stampa cinese come primo segnale di inversione.

Basket. Il piano prevede un “programma di formazione all’estero” per i migliori talenti, borse per allenatori di alto livello e programmi per gli arbitri, standard per classificare e certificare i tornei giovanili, e una lega professionistica “a proprietà diversificata e concorrenza aperta”. Il richiamo alla “proprietà diversificata” merita attenzione: la Chinese Basketball Association è oggi controllata in prevalenza da capitali statali e da grandi gruppi; il piano lascia intravedere un’apertura a strutture proprietarie più simili a quelle europee o nordamericane.

Pallavolo. È la disciplina in cui il sistema cinese vanta la tradizione più solida, la “squadra femminile” che è diventata icona culturale, e alla quale il piano intitola un capitolo culturale a parte (“lo spirito della pallavolo femminile nella nuova era”). Gli obiettivi sono la diffusione nelle scuole, basi di alto livello per le riserve, città pilota, un modello di “grande squadra nazionale” e la crescita di valore della lega professionistica, con regole di trasferimento e di ingaggio.

Il confronto con l’Italia. Qui il rapporto di forze è favorevole all’Italia in tutte e tre le discipline, e lo è in modo che si presta a diventare cooperazione. Nel calcio l’Italia ha una delle scuole tecniche più riconosciute al mondo per allenatori e formazione giovanile, e la Serie A trasmessa in Cina è stata citata dal ministro Tajani, durante la missione a Pechino dell’aprile 2026, come uno “spazio di amicizia” fra i due Paesi e un fattore di attrazione turistica. Nel basket l’Italia ha un campionato di buon livello europeo e allenatori richiesti all’estero. Nella pallavolo ha, con le squadre nazionali femminile e maschile campioni olimpici e mondiali negli ultimi anni e con un campionato considerato fra i migliori del pianeta, una posizione che la Cina riconosce esplicitamente: la lega italiana è il luogo in cui le giocatrici cinesi vanno a crescere.

Il piano chiede allenatori stranieri di alto livello nelle scuole, formazione all’estero per giocatori e tecnici, arbitri qualificati, standard per i tornei giovanili. Per le federazioni, le leghe, i club e le società di servizi italiane questa è una lista di commesse potenziali, a condizione di rispettare due regole che il piano rende esplicite: la disciplina delle nazionali e la lotta alla corruzione nei “tre grandi palloni”, che il documento colloca fra i settori a rischio. Chi si presenta con proposte trasparenti, misurabili e rendicontabili troverà orecchie attente; chi ripropone la stagione delle intermediazioni opache non troverà più spazio.

La sesta parte del piano è quella che gli imprenditori dovrebbero leggere per prima. Il titolo, “accelerare l’espansione, la qualità e l’upgrading dell’industria sportiva”, va tradotto nei suoi quattro filoni.

Sistema industriale moderno. Fitness e tempo libero diversificati e personalizzati; catena del valore delle competizioni costruita attorno a proprietà intellettuali di eventi cinesi; manifattura sportiva con più ricerca e sviluppo, e “marchi nazionali di tendenza” ad alto contenuto tecnologico; crescita dei servizi di design, intermediazione, certificazione, tecnologia dell’informazione; integrazione fra commercio, turismo, cultura, sport e salute. È il capitolo della sostituzione delle importazioni per via di innovazione, e gli operatori italiani devono leggerlo sapendo che la Cina è già il primo polo mondiale di fabbricazione di articoli sportivi: oltre 63.000 imprese manifatturiere, con una produzione annua superiore a 1.500 miliardi di yuan, secondo dati riportati da Xinhua a fine 2025.

Economia degli eventi. Il piano istituzionalizza ciò che il mercato ha già inventato. Cita per nome le leghe “di villaggio” (il “Cun‑Chao” di calcio del Guizhou, il “Cun‑BA” di basket, il “Cun‑Pai” di pallavolo) come strumenti di rilancio rurale, promuove le serie “Viaggia seguendo le gare” e “Goditi le gare, assaggia la cucina cinese”, chiede di semplificare le autorizzazioni per gli eventi e di misurarne l’impatto economico. Sullo sfondo c’è il fenomeno che ha dominato la cronaca sportiva cinese del 2025‑2026: il “Suchao”, la lega fra le tredici città della provincia del Jiangsu, giocata da dilettanti e diventata un caso di economia dei consumi. Nel 2025 le 85 partite hanno portato allo stadio 2,43 milioni di spettatori, con una media di 28.000 e una finale davanti a oltre 60.000 persone, record per il calcio amatoriale cinese; oltre 2,2 miliardi di visualizzazioni in streaming; 14,5 miliardi di yuan di consumi turistici da fuori provincia registrati sui circuiti UnionPay nei giorni di gara, in crescita del 27%. Per la stagione 2026, l’amministrazione provinciale ha annunciato oltre cento eventi collaterali, seicento “seconde location” di visione pubblica, cento itinerari turistici tematici con le piattaforme di prenotazione, e un fondo iniziale di 220 milioni di yuan per buoni sconto e incentivi al consumo. Le sponsorizzazioni ufficiali sono salite a 3 milioni di yuan per slot, con l’ingresso di marchi internazionali dell’abbigliamento e della birra, e un sorteggio notarile ha selezionato 32 piccole imprese fra 3.582 candidate per contratti a basso costo. La provincia ha misurato, nel primo trimestre 2026, 30 eventi monitorati per 1,1 milioni di presenze e quasi un miliardo di yuan di consumi indotti.

Il modello si sta replicando: leghe provinciali nello Hunan, nel Jiangxi, nello Zhejiang. E convive con gli eventi globali: il Gran Premio di Formula 1 di Shanghai del marzo 2026 ha superato i 230.000 spettatori, con incassi da biglietteria cresciuti del 35%. La Cina sta costruendo, in parallelo, una piramide di eventi che va dalla lega di quartiere al circuito mondiale, e il piano ne fa una politica industriale.

Outdoor. Montagna, acqua, neve, “bassa quota” (droni, paramotore, aviazione leggera): cento destinazioni di qualità, apertura “sicura e ordinata” di acque, spazi aerei e montagne, standard di sicurezza per gli sport ad alto rischio. Il piano vuole consolidare il risultato dei “300 milioni di persone coinvolte negli sport invernali” ottenuto dopo Pechino 2022 e costruire “distretti dell’economia della neve”. Le cifre citate dall’Amministrazione dello Sport parlano di un’industria del ghiaccio e della neve passata da 381 miliardi di yuan nel 2020 a 970 nel 2024, e di un mercato outdoor sopra i 3.000 miliardi di yuan con oltre 400 milioni di praticanti.

Nuovi formati e ambiente dei consumi. Streaming sportivo, formazione online, sport virtuali, gestione intelligente degli impianti; “economia d’argento” degli anziani e “economia genitori‑figli”; prodotti finanziari dedicati; regole per il trasporto delle attrezzature sportive in viaggio. Il direttore del Dipartimento economia sportiva, Yang Xuedong, ha indicato intelligenza artificiale e big data come leve per servizi fitness “intelligenti” e sport virtuali.

Il confronto con l’Italia. È qui che il Rapporto Sport 2025 va letto insieme al piano cinese, perché i due documenti sono, di fatto, l’offerta e la domanda.

L’Italia ha esportato nel 2024 beni sportivi “core” per 4,7 miliardi di euro. La Cina è il decimo mercato di destinazione, con 113,5 milioni di euro e una quota del 2,4%, unico Paese non occidentale nella top ten e, come nota il Rapporto, prova della competitività italiana “anche nei confronti del principale polo mondiale di fabbricazione di articoli sportivi”. I comparti dell’export italiano sono, in ordine: calzature e abbigliamento sportivo (1,14 miliardi), fitness (878 milioni), biciclette e componenti (759 milioni), caccia e pesca (559 milioni), sport acquatici (354 milioni), sport invernali (346 milioni), integratori (335 milioni). Ognuna di queste voci corrisponde a una riga del piano cinese: gli sport invernali all’economia della neve, la bicicletta e gli sport acquatici all’outdoor, il fitness ai “5.000 impianti piccoli e belli” e alla “silver economy”, gli integratori alla fusione sport‑salute.

Il Rapporto dedica poi una riflessione ai dazi statunitensi del febbraio 2025 su acciaio e alluminio, estesi a macchinari, componenti e articoli sportivi, che colpiscono il primo mercato di sbocco italiano (657 milioni di euro, 14,4% dell’export). Non è un caso che la diversificazione dei mercati sia diventata una priorità della politica commerciale italiana e che la Farnesina abbia firmato nell’aprile 2026 un piano d’azione per il Made in Italy in Cina. L’export sportivo verso la Cina, oggi pari a un sesto di quello verso gli Stati Uniti, ha un margine di crescita che il piano quinquennale rende leggibile voce per voce.

C’è un secondo ambito in cui l’Italia ha qualcosa da insegnare: la valutazione di impatto. Il Rapporto Sport 2025 stima uno SROI, il ritorno sociale degli investimenti, medio di 4,9 per i progetti finanziati dall’Istituto per il Credito Sportivo fra il marzo 2023 e il giugno 2025, e introduce un rating ESG degli impianti. Il piano cinese chiede alle province di “rafforzare le statistiche sull’economia degli eventi e la valutazione dell’impatto”: la metodologia italiana, sviluppata anche in vista del Conto Satellite dello Sport che Istat pubblicherà secondo lo standard europeo Vilnius 3.0, è un prodotto esportabile in quanto tale, verso un Paese che sta costruendo da zero i propri strumenti di misurazione.

E c’è un terzo ambito, la multifunzionalità degli impianti. Il Rapporto rileva che i primi venti eventi musicali italiani per pubblico si sono svolti in stadi e arene, catalizzando il 21% del pubblico degli eventi dal vivo, e che il periodo pandemico ha fatto raddoppiare in cinque anni i ricavi del comparto delle attrezzature fitness “smart” per uso domestico. La Cina chiede esattamente questo alle proprie basi di allenamento e ai propri palazzetti: trasformarsi in piattaforme che producono ricavi tutto l’anno. Gli operatori italiani di gestione degli impianti, di ticketing, di produzione di eventi live e di tecnologie per stadi hanno un mercato che li sta cercando.

La settima parte del piano, dedicata allo “spirito sportivo cinese”, è quella che un lettore italiano fatica di più a decodificare, ed è anche la più importante per capire i limiti della collaborazione. Il piano vuole “diffondere lo spirito della pallavolo femminile e delle Olimpiadi invernali di Pechino”, costruire marchi culturali per le discipline più popolari, proteggere reperti, archivi e sport tradizionali delle minoranze, sviluppare merchandising, oggetti da collezione digitali, opere cinematografiche e di animazione a tema sportivo, e “resistere fermamente alla penetrazione di idee volgari”.

Il passaggio chiave riguarda il “fan circle” (饭圈), il fenomeno delle tifoserie organizzate sul modello dell’intrattenimento pop, con classifiche, raccolte fondi e campagne d’odio verso gli avversari, che ha investito atleti come i campioni di tennistavolo e tuffi. Il piano chiede di “eliminare la fan‑circolizzazione dello sport agonistico e la trasformazione degli atleti in influencer”, di regolare le attività di sostegno organizzato e di rafforzare la gestione dell’opinione pubblica. Il direttore Gao Zhidan ha definito il 2026 “Anno dell’approfondimento della governance”, con la lotta alla corruzione e alla “cultura tossica dei tifosi” fra le priorità.

Il confronto con l’Italia. L’Italia conosce da decenni il problema opposto e speculare: non la fanatizzazione pop, ma la violenza organizzata negli stadi, con una legislazione stratificata (Daspo, tessera del tifoso, steward) che ha prodotto risultati e ha generato una competenza istituzionale riconosciuta in Europa. Il piano cinese prevede “norme di comportamento civile negli stadi”, responsabilità degli organizzatori e sanzioni. Uno scambio di esperienze sulla sicurezza degli eventi sportivi, fra Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive e autorità cinesi, avrebbe più contenuto tecnico di quanto la diplomazia sportiva di solito offra.

Sul resto, la lettura va fatta con realismo. La componente ideologica del piano non è un orpello: la premessa vincola tutto il documento al pensiero di Xi Jinping e al ruolo guida del Partito, e la parte conclusiva lo ribadisce. Chi entra in quel mercato entra in un sistema in cui lo sport è dichiaratamente uno strumento di costruzione nazionale. Non è una ragione per non entrare, come dimostrano le imprese italiane che vi operano da anni; è una ragione per non confondere un partner commerciale con un sistema di valori omologo.

L’ottava parte del piano è dedicata agli “scambi con l’estero e con Hong Kong, Macao e Taiwan”, e ha un tono più assertivo di quanto un documento sportivo lasci immaginare. Lo sport deve diventare “tema ricorrente della diplomazia dei capi di Stato”; il piano cita per nome gli Stati Uniti (rafforzare gli scambi), la Russia (consolidare i risultati dell’Anno degli scambi sportivi), i BRICS e l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, i Paesi vicini e i Paesi in via di sviluppo, la “Via della Seta”. Chiede di aumentare il “diritto di parola” della Cina nelle organizzazioni internazionali (Comitato olimpico internazionale, Consiglio olimpico d’Asia, federazioni), di rafforzare la “capacità di fissare l’agenda e le regole” e di ottenere condizioni favorevoli su risorse, organizzazione di eventi e partecipazione. Prevede l’esportazione di wushu, dragon boat, go, qigong, danza del leone e del drago, e la Giornata internazionale del taijiquan.

L’Italia non compare. È un’assenza che va letta senza allarmismo, perché nessun Paese europeo compare singolarmente, ma anche senza indulgenza: il piano privilegia i grandi blocchi e le economie emergenti, e l’Europa è vista come controparte nelle federazioni internazionali più che come partner bilaterale.

Il quadro bilaterale, però, esiste ed è più solido di quanto la cronaca lasci intendere. Il Piano d’azione per il rafforzamento del Partenariato strategico globale Italia‑Cina 2024‑2027 contiene un paragrafo sullo sport in cui Pechino dichiara il proprio sostegno all’organizzazione di Milano Cortina 2026 e le due parti si dicono pronte a cogliere l’occasione per approfondire la cooperazione sportiva. L’uscita dell’Italia dalla Belt and Road, ha ricordato Tajani a Pechino nell’aprile 2026, non ha significato rinunciare a rapporti economici solidi, che restano fondati sul Partenariato strategico del 2004; la missione ha prodotto il piano d’azione per il Made in Italy in Cina e nuovi collegamenti aerei diretti, e il ministro ha citato la Serie A in televisione e lo sport in generale fra gli strumenti di avvicinamento fra i due popoli. Sul terreno, i segnali sono concreti: il padel, disciplina in cui l’Italia ha la federazione internazionale e una delle comunità più grandi, ha superato in Cina i cento club e i 220 campi a fine 2025, raddoppiando in un anno, con tre tornei internazionali del circuito FIP a Dezhou, Chengdu e Shanghai e un pubblico cinese diventato il quarto per accessi al sito federale dopo Spagna, Argentina e Italia. E il matchmaking tecnologico fra Chengdu e imprese italiane tenuto a Milano nel settembre 2026, con più di quaranta fra istituzioni, centri di ricerca e aziende, mostra che i canali di trasferimento tecnologico sono attivi in entrambe le direzioni.

Incrociando i 38 compiti del piano con i dati del Rapporto Sport 2025, le aree in cui la domanda cinese incontra un’offerta italiana riconoscibile sono le seguenti. L’ordine è per prossimità temporale: le prime sono attivabili subito, le ultime richiedono un lavoro di sistema.

  1. Sport invernali. Il piano vuole consolidare 300 milioni di praticanti e costruire distretti dell’economia della neve, con impianti indoor anche in regioni senza neve naturale (il caso di Wuxi, con quasi mezzo milione di visite l’anno, è citato da Xinhua come modello). L’Italia esporta 346 milioni di euro l’anno di attrezzature invernali ed è appena uscita da un’Olimpiade invernale: impianti di risalita, innevamento programmato, sci e scarponi, abbigliamento tecnico, gestione dei comprensori, scuole di sci e formazione dei maestri sono le voci con il rapporto più favorevole fra domanda esplicita e reputazione italiana.
  2. Ciclismo e mobilità attiva. Le “cento destinazioni outdoor” e gli itinerari “Viaggia seguendo le gare” chiedono biciclette, componentistica, abbigliamento, tecnologia per il cicloturismo, progettazione di percorsi. L’Italia esporta 759 milioni di euro di biciclette e componenti e possiede il patrimonio di eventi (Giro, classiche, granfondo) da cui la Cina vuole imparare a costruire eventi‑marchio.
  3. Fitness domestico e di comunità. I 5.000 impianti “piccoli e belli” e la spinta su “silver economy” e sport per anziani e malati cronici creano domanda di attrezzature connesse, software di allenamento, servizi di valutazione motoria. Il fitness è il secondo comparto dell’export italiano (878 milioni) e il Rapporto documenta il raddoppio dei ricavi delle attrezzature “smart” domestiche nel quinquennio post‑pandemico.
  4. Formazione tecnica nel calcio, nel basket e nella pallavolo. Il piano chiede allenatori d’élite giovanili, borse di studio all’estero, arbitri, standard per i tornei. Federazioni, leghe, club e scuole tecniche italiane possono strutturare programmi di formazione certificati, in Cina e in Italia, con un vantaggio competitivo nella pallavolo che nessun altro Paese europeo possiede.
  5. Grandi eventi e riconversione degli impianti. La “legacy” di Milano Cortina, il modello diffuso, la riconversione dei villaggi e delle arene, il rating ESG degli impianti sono un pacchetto di consulenza vendibile alle città cinesi candidate a eventi internazionali e alle basi di allenamento che devono diventare multifunzionali.
  6. Medicina e scienza dello sport. Basi integrate “allenamento‑scienza‑medicina‑formazione‑servizi”, laboratori per la selezione dei talenti, riabilitazione, nutrizione, psicologia. La medicina sportiva italiana, le cliniche di riabilitazione, i produttori di dispositivi e gli integratori (335 milioni di export) hanno un mercato istituzionale che si sta aprendo, con il vincolo delle regole antidoping che il piano rende più stringenti.
  7. Sport nautici e aerei. L’apertura di acque e spazi aerei a vela, canoa, surf, aviazione leggera, con l’obiettivo di sostenere “economia a bassa quota” e “economia marina”, incontra la nautica da diporto, la cantieristica sportiva, le scuole di vela e l’aviazione leggera italiane. È un ambito ad alta regolamentazione e ad alta barriera d’ingresso, dove il vantaggio va a chi arriva per primo con partner locali.
  8. Misurazione dell’impatto e statistiche. Il piano chiede statistiche e valutazioni d’impatto per l’economia degli eventi; Italia dispone di SROI, rating ESG, Registro nazionale, Censimento degli impianti e del percorso verso il Conto Satellite. Società di consulenza, università e istituti di ricerca italiani possono proporre metodologie e formazione.
  9. Sicurezza e governance degli eventi. Norme di comportamento negli stadi, gestione dei tifosi, prevenzione della violenza, integrità delle competizioni: l’esperienza italiana in materia è esportabile sotto forma di formazione istituzionale e di tecnologie (controllo accessi, videosorveglianza, ticketing nominativo).
  10. Contenuti, merchandising e turismo sportivo. Il piano incoraggia opere audiovisive, collezionabili digitali, licensing e itinerari “seguendo le gare”. La combinazione fra Serie A trasmessa in Cina, patrimonio di club storici, turismo sportivo (i circa quattrocentomila spettatori degli Internazionali di tennis di Roma citati dal Rapporto sono un esempio) e collegamenti aerei diretti in crescita è una piattaforma per prodotti turistici e mediali rivolti al pubblico cinese.

Per le istituzioni italiane il piano cinese è un documento da usare, non da commentare. Alcune linee di azione, in ordine di priorità.

  1. Un dossier sport nel dialogo bilaterale. Il paragrafo sullo sport del Piano d’azione 2024‑2027 è generico. Va riempito con un programma di lavoro triennale che indichi discipline, città pilota e strumenti finanziari, con il Dipartimento per lo Sport come capofila e la Farnesina come cornice.
  2. Un memorandum sulla “legacy”. Il Ministero per lo Sport e i Giovani, la Fondazione Milano Cortina e Sport e Salute dispongono di un bilancio dei Giochi che la Cina, che ospiterà i propri Giochi nazionali e continuerà a candidare città a eventi internazionali, ha interesse a studiare. Un accordo di scambio di conoscenze sulla gestione sostenibile dei grandi eventi ha costo quasi nullo e valore reputazionale alto.
  3. Il Conto Satellite come prodotto di sistema. L’Italia sta completando con Istat la transizione allo standard Vilnius 3.0. Offrire alla Cina un canale di cooperazione statistica sullo sport, tramite le rispettive agenzie, posiziona l’Italia come riferimento metodologico in un Paese che sta costruendo la propria contabilità di settore.
  4. Un programma per gli allenatori. Le scuole tecniche delle federazioni italiane di calcio, pallavolo e basket possono proporre percorsi certificati per allenatori cinesi, in coordinamento con le federazioni internazionali, dentro il quadro delle borse “all’estero” previste dal piano.
  5. La sicurezza degli stadi come materia di cooperazione istituzionale. L’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive ha una competenza che il piano cinese chiede esplicitamente. Uno scambio strutturato fra amministrazioni evita che il tema venga colonizzato da soluzioni tecnologiche invasive e mette l’Italia in posizione di riferimento.
  6. Il Mezzogiorno come laboratorio di scambio. Il Rapporto Sport documenta il divario impiantistico del Sud (15% di strutture inattive, minor tasso di investimento). Il piano cinese affronta divari analoghi fra costa e regioni occidentali con progetti pilota di fusione sport‑scuola. Un confronto fra politiche territoriali dello sport, in sede accademica o istituzionale, produrrebbe idee per entrambi.
  7. Un tavolo permanente con le imprese. ICE, Confindustria, le associazioni di categoria dei produttori di articoli sportivi e le Camere di commercio italiane in Cina dovrebbero leggere il piano capitolo per capitolo e tradurlo in un calendario di fiere, missioni e matchmaking, sul modello di quello che Chengdu ha fatto a Milano nel settembre 2026 per la tecnologia.

Un articolo che promuove opportunità deve anche indicare i limiti, e il piano cinese li rende evidenti a chi lo legge per intero.

Il primo è l’asimmetria di scala e di velocità. Cinque anni cinesi producono 5.000 impianti e 1,2 miliardi di metri quadrati; cinque anni italiani, secondo il Rapporto Sport, producono circa 500 milioni di euro l’anno di investimenti finanziati da ICSC, in crescita del 39% nel 2024 ma con oltre il 70% di interventi sotto i 500 mila euro. Chi immagina di “competere” con il sistema cinese sulla costruzione ha sbagliato scala; chi immagina di “servirlo” con prodotti, tecnologie e competenze ha scelto il terreno giusto.

Il secondo è la sostituzione delle importazioni. Il piano non nasconde l’obiettivo di “marchi nazionali di tendenza” e di ricerca e sviluppo domestica. La finestra per l’export italiano di beni finiti resta aperta nei segmenti ad alta gamma, ma si restringe nel medio; la strategia sostenibile è spostare il valore verso design, servizi, formazione e proprietà intellettuale, cioè verso ciò che il piano stesso chiede alla propria industria di sviluppare e che ancora non possiede.

Il terzo è il quadro regolatorio. Il piano rafforza controlli, licenze, autorizzazioni e certificazioni in quasi ogni capitolo, dalla formazione giovanile alle lotterie, dagli sport ad alto rischio all’antidoping. Entrare senza partner locali e senza comprensione del ciclo delle approvazioni è la ricetta per la perdita dell’investimento. Il piano, per contro, prevede semplificazioni per gli eventi e apertura “ordinata” al capitale privato: le porte si aprono, ma una alla volta.

Il quarto è la dimensione ideologica e reputazionale, già discussa. Le imprese e le istituzioni italiane devono decidere in anticipo quale sia il proprio perimetro e comunicarlo con chiarezza, perché il piano non lascia margini di ambiguità sul fatto che lo sport cinese è uno strumento di Stato.

Il quinto è la concorrenza. Il piano cita gli Stati Uniti e la Russia come interlocutori privilegiati, e i grandi Paesi europei dello sport (Francia, Germania, Spagna) hanno strutture di promozione più aggressive di quella italiana. L’Italia parte con vantaggi reali (le medaglie di Milano Cortina, la pallavolo, il calcio, il Made in Italy) ma senza una strategia di sistema si limiterà a vendere, anziché a costruire posizioni.

Il “Piano quinquennale per la costruzione di una potenza sportiva” è un documento di 17 pagine, scritto nella prosa levigata dei documenti di Partito, che ha però la caratteristica dei piani cinesi che funzionano: dice cosa verrà finanziato, chi ne risponderà e come verrà misurato. Chi lo confronta con il Rapporto Sport 2025 scopre due sistemi che hanno problemi sorprendentemente simili (la fascia dei lavoratori adulti che non fa sport, i giovani schiacciati fra scuola e competizione, gli impianti che invecchiano o mancano, i divari territoriali, la dipendenza economica da una sola disciplina) e strumenti profondamente diversi per affrontarli.

L’Italia ha tre cose che la Cina cerca e dichiara di cercare: competenze tecniche nelle discipline che contano per il pubblico, un’industria di beni sportivi ad alta gamma e una capacità, dimostrata a febbraio, di organizzare grandi eventi lasciando eredità e non debiti. La Cina ha tre cose che l’Italia, per dimensione, non potrà mai avere: una scala che rende sostenibili investimenti impossibili altrove, una capacità di programmazione che salda obiettivi e responsabilità, e un mercato di consumo sportivo che nei prossimi cinque anni deve raddoppiare per decreto.

L’incrocio fra le due liste è l’agenda di lavoro. Il piano scade nel 2030; la prima valutazione intermedia arriverà attorno al 2028. Chi vuole essere presente in quel bilancio deve muoversi adesso, con proposte precise, partner locali e la consapevolezza che il rapporto con la Cina, nello sport come altrove, si costruisce sul lungo periodo e si perde in una stagione.

Fonti consultate

  1. Amministrazione generale dello Sport della RPC, Piano quinquennale per la costruzione di una potenza sportiva (体育强国建设”十五五”规划), documento 体发字〔2026〕1号, 8 luglio 2026, pubblicato il 22 luglio 2026, testo integrale in allegato.
  2. Xinhua, 22 luglio 2026, “China sets targets for leading sports nation building by 2030”; Xinhua, 3 settembre 2026, “China outlines new five‑year plan for sports powerhouse drive” (conferenza stampa dell’Ufficio informazioni del Consiglio di Stato).
  3. China Daily, 23 luglio 2026; Quotidiano del Popolo (People’s Daily), 22 luglio 2026; Science and Technology Daily, 22 luglio 2026.
  4. Guangming Daily, 24 luglio 2026, “La costruzione della potenza sportiva accelererà e migliorerà su tutti i fronti: analisi dei punti salienti del piano”.
  5. Global Times, settembre 2025; South China Morning Post, 5 settembre 2025; Xinhua, “Economic Watch”, 12 novembre 2025 e 17 dicembre 2025, sulle linee guida del Consiglio di Stato per il consumo sportivo e sull’obiettivo dei 7.000 miliardi di yuan.
  6. 21st Century Business Herald, 12 aprile 2026; China News Service, 28 luglio 2026; sito dell’Amministrazione dello Sport, 15 giugno 2026; Jiangsu Broadcasting, 29 giugno 2026: dati sul “Suchao” e sull’economia degli eventi nel Jiangsu.
  7. ICSC e Sport e Salute, Rapporto Sport 2025, d’intesa con il Ministro per lo Sport e i Giovani (PIL dello sport, domanda e offerta, impianti, investimenti, export, dinamiche di mercato).
  8. Fondazione Manlio Masi per il MAECI, Struttura, posizionamento e potenziale delle esportazioni italiane di beni legati al mondo dello sport, citato nel Rapporto Sport 2025.
  9. Fondazione Milano Cortina 2026, Rapporto di sostenibilità, impatto e legacy; Assolombarda e Milano&Partners, studio sull’impatto dei Giochi su Milano; rassegna stampa febbraio‑marzo 2026.
  10. Governo italiano, Piano d’azione per il rafforzamento del Partenariato strategico globale Italia‑Cina 2024‑2027; MAECI, intervista del ministro Tajani a Il Sole 24 Ore, 18 aprile 2026.
  11. Tuttosport, 9 aprile 2026, sul padel in Cina (dati FIP); Italpress/Xinhua, 9 settembre 2026, sull’evento di matchmaking Chengdu‑Italia a Milano.
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