«Con un tumore al fegato avevo solo sei mesi di vita. La rinascita grazie a Pino Daniele»


Quando a Tullio De Piscopo chiedi se, a conti fatti, il successo pop abbia tolto qualcosa alla sua carriera di formidabile musicista, uno che ha suonato con decine di giganti del jazz e non solo gente come Miles Davis, Quincy Jones, Chet Baker, Dizzy Gillespie, Astor Piazzolla e tanti altri lui si ferma un paio di secondi, ci pensa, e poi va giù a valanga: «Ho sempre fatto il dito medio a tutti quelli che me lo dicevano, la loro era solo invidia. Con quelle canzoni, Andamento lento, Stop Bajon eccetera, ho comprato casa e ho mantenuto la famiglia. Sono un musicista libero».

Ottant’anni, una moglie, due figlie e quattro nipoti, il batterista napoletano il 25 settembre pubblicherà il vinile di Miranda, ep appena uscito con più versioni del pezzo omonimo e una rivisitazione di Andamento lento, quella di Sanremo 2026 con LDA e Aka7even. Insomma, il ragazzo non molla.

Oggi che partita sta giocando?

«Quella di sempre. Sto bene e continuo a suonare un po’ ovunque. Il 26 sarò a Napoli, in piazza del Plebiscito, per il concerto Una serata di stelle per Pupi; il 27 a Roma per il Music Day e il giorno dopo, sempre a Napoli, riceverò il prestigioso premio San Gennaro. Quest’estate mi sono fermato con il tour perché faceva troppo caldo: con 42 gradi era impossibile. Ma adesso riparto».

Vive sempre a Milano o è tornato a Napoli?

«Milano. Sto qui, serenamente, dal 1970. All’inizio, però, fu dura. In giro c’erano i cartelli “Non si affittano case ai meridionali”. Così io e mia moglie Dina dormivamo in una pensione squallidissima a 7500 lire al giorno. Visto che era incinta della nostra prima figlia, e la situazione era quella che era, le dissi di tornare a casa dai suoi, nella sua Sassuolo, e partorire lì. Io dovevo affilare le armi e scendere in battaglia: volevo diventare il batterista più bravo e richiesto. A Milano c’era tutto: le case discografiche, gli editori, i manager… Mi andò bene».

Il bilancio è buono o le è andato qualcosa di traverso?

«Buonissimo. Non avevo la voce di Frank Sinatra né la bellezza di Alain Delon, ma sapevo suonare e l’ho fatto con i più grandi del mondo. Grazie a due pezzi di legno. Bello, no?».

Il suo quid qual è?

«L’amore, l’umiltà, la curiosità. Oggi mi sembra tutto uguale e velocissimo. E io mi sento escluso da questo mondo che passa esclusivamente dal telefonino, dove la gente sembra ammirare soltanto se stessa e finisce per copiare e basta. Ci vuole personalità, feeling, coraggio. Solo così arriva la zampata che definisce un’identità».

Fra i tanti grandi artisti con cui ha lavorato, a chi è più affezionato?

«A Pino Daniele e Astor Piazzolla».

Quando conobbe Pino?

«Nel 1977, dopo che mio padre batterista dell’orchestra del teatro San Carlo di Napoli mi parlò bene del suo primo disco, Terra mia. Io avevo nove anni più di lui e avevo già suonato con i più grandi del mondo, e lui dopo pochi giorni mi telefonò a Milano, a casa: “Maestro, sono un cantautore napoletano, ho fatto un disco e vorrei avere un suo parere”. Gli dissi di darmi del tu e che sarei sceso presto a Napoli. Ci accordammo per vederci e mangiare una pizza vicino al Conservatorio di Porta Alba. Pino aveva sotto il braccio il suo disco e con lui c’era anche il produttore dell’album, Claudio Poggi. Parlammo a lungo, ci divertimmo, gli dissi che avrei ascoltato il disco appena arrivato a casa e poi l’avrei richiamato. Non lo feci: il giorno dopo mi chiamò lui per suonare insieme. Subito».

Se per magia potesse rivederlo oggi, la prima cosa che gli direbbe qual è?

«”Ciao Pino, come si sta dall’altra parte?”. E poi: facciamo subito il disco strumentale che non siamo riusciti a fare. E anche quello tutto in napoletano di cui parlavamo da anni. Per me c’è sempre stato, Pino, anche nel momento peggiore della mia vita».

Quando nel 2012 le diagnosticarono un tumore al fegato?

«Sì. Io dovevo fare, dopo tanto tempo che non lavoravamo insieme, un concerto con lui al PalaPartenope di Napoli. Doveva essere una data, poi due, poi diventarono sei. Era il novembre del 2012 e dovevo essere operato, ma non volevo farlo sapere. Dissi a tutti che avrei dovuto fare un interventino alla cistifellea. Pino capì che era una cosa grave e venne subito all’Humanitas di Milano, dov’ero ricoverato. Quando mi vide nel letto si tolse la collanina fatta all’uncinetto con il Cristo che aveva addosso e me la mise al collo: “Vedrai che questa ti aiuterà”. Io mi bagnai la faccia di lacrime. Quando andò via chiamai gli infermieri: “Aiutatemi ad andare alla finestra”. Da lontano vidi mia figlia che lo accompagnava al parcheggio. Pensai ad alta voce: “Ce la faccio, Pino, ce la faccio”».

È vero che prima pensò anche al suicidio assistito in Svizzera?

«Sì. Mi avevano dato sei mesi di vita e non volevo essere di peso a nessuno. Volevo sparire, e basta. Fuori dal centro diagnostico mi misi su una panchina e, con la sigaretta in bocca, pensai che fosse la soluzione più dignitosa. Ci rimasi per ore, da solo. Poi, all’improvviso, realizzai che avrei voluto vedere i nipotini crescere e lasciai perdere. Mi aiutarono la Madonna, l’amore, la musica e Pino Daniele, che anche adesso è parte della mia famiglia. Alla fine la mia guarigione sorprese tutti».

Quale fu la lezione più importante di quella malattia?

«Mi fece capire tante cose. Innanzitutto, quanto è cattivo il mondo. Molte persone mi evitarono subito, qualche musicista mi abbandonò senza neanche aspettare un po’. Meno male che intorno a me avevo l’amore della famiglia e degli amici veri».

È vero che lei è una specie di farmacista alla Carlo Verdone: più o meno sa come curare ogni disturbo?

«Come fa a saperlo?». Me l’hanno raccontato. «Me la cavo, un po’ ho studiato. In tour sono il farmacista del gruppo. Con Pino ricordo che tutte le mattine ricevevo i ragazzi. La cosa che usavo di più era il carbone vegetale, quello nero. Mangiavamo schifezze tutti i giorni».

Il treno che non ha preso qual è stato? Quello per l’America?

«Non ho rimpianti. Per gli States mi fecero grandi offerte, ma io non volevo diventare come loro. Non volevo drogarmi. Lo dico perché non è mai stata roba per me, mentre in quegli anni in America si facevano tutti».

La promessa più importante che ha fatto ed è riuscito a mantenere?

«Quella che feci a mia figlia quando, dopo una sbandata, stavo per lasciare la famiglia. La più piccola venne da me e disse: “Papà, tu mi hai fatto la promessa che non ci lascerai mai”. Ho mantenuto quella promessa. Le mie figlie hanno sempre avuto i loro genitori. Io e mia moglie siamo rimasti insieme».

Con Astor Piazzolla come andò?

«C’era un signore che convocava i musicisti per le case discografiche. Aveva sempre fretta: “Sei libero quel giorno?”. Sì, e buttava giù. Una mattina mi disse: “22 e 23 aprile, ore 9 e 15, Mondial Sound, ok?”. Io dissi sì e chiesi cosa dovevo portare. Aveva già riattaccato. Mi arrabbiai e lo richiamai: “Basta, devi dirmi per chi devo suonare”. Mi disse che era un fisarmonicista, Astor Piazzolla. Pensai a qualcuno della Romagna, uno del liscio. Sapevo tutto di rock, jazz e Max Roach, con il quale poi suonai, ma nulla di questo Piazzolla. La sera stessa andai a suonare in un club e raccontai tutto a Marco Ratti, amico e grandissimo contrabbassista di Milano. Mi guardò con gli occhi spalancati: “Tullio, è il più grande bandoneonista del mondo. Un genio”. La fama lo precedeva: se i musicisti non erano in sintonia con lui, li mandava a casa».

Le fece penare?

«Piazzolla arrivò in studio, salutò e distribuì a tutti gli spartiti. Io lo guardai, stranito. Se ne accorse e venne da me: “Non ho mai usato la batteria, nel tango non esiste”. Gli chiesi come avrei dovuto capire cosa suonare. Allora aprì la scatola magica e tirò fuori un piccolo bandoneon, un bonsai della fisarmonica, difficilissimo da suonare. Cominciò, io entrai in cabina e iniziai a suonare istintivamente un ritmo. Dopo poche battute Piazzolla mi fermò con la mano. Pensai: adesso mi manda a casa. Invece disse: “Bueno, questo è il nuovo tango”. Fu una rivoluzione. Da quel giorno facemmo dieci dischi insieme, anche con Gerry Mulligan, e tre tour mondiali. Una storia meravigliosa. Gli devo tantissimo».

È vero che il suo disco del 1973, “Suonando la batteria”, dove ha registrato vari ritmi, è uno dei più campionati al mondo?

«Sì, sono stati copiati e messi nei dischi di centinaia di artisti di tutto il pianeta, anche James Brown».

Si sarà arricchito, o no?

«Magari… Non l’avevo neanche depositato. Una delle tante fregature che si prendono da giovani».

A proposito, c’è qualche giovane artista che la incuriosisce?

«Sì. Poi mi chiedo dove vuole arrivare e non mi porta mai da nessuna parte. Suonano tutti allo stesso modo e alcuni, quando cantano, non li capisco, neanche i napoletani. Zero».

Neanche Geolier?

«No. Lui è diverso dagli altri, ha qualcosa da dire».

Lei è credente: quando sarà, fra cent’anni, che fine farà? «No problem. Il Signore sa dove collocarmi».




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