Nei giorni scorsi è rimbalzata sulla stampa nazionale l’ipotesi – avanzata dal Governo Meloni – dell’introduzione, nella prossima legge di Bilancio, di un fondo pensione per i nuovi nati. Ad accendere i riflettori sulla proposta è stato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, intervenuto al Forum di Cernobbio, che ha collegato la misura all’urgenza di rispondere al crollo delle nascite.
Le parole del ministro
Il ministro dell’Economia ha usato parole nette per descrivere la situazione demografica italiana: «Il deserto demografico bussa alla porta e occorre fare investimenti», ha detto Giorgetti, aggiungendo che «basta vedere i numeri delle classi e specialmente delle scuole elementari» per comprendere la gravità del fenomeno. Per il titolare del Mef la prossima legge di Bilancio «dovrà avere un occhio di riguardo» al tema della natalità, anche perché il calo demografico rischia di avere riflessi sia sull’andamento del Pil che sulla produttività in prospettiva. Giorgetti, per ora, non è entrato nel merito tecnico della proposta: il faro, ha fatto capire, resta la sostenibilità dei conti pubblici, anche se l’ipotesi non è del tutto nuova. Una misura simile, infatti, era già comparsa come emendamento, a firma della senatrice di Fratelli d’Italia Lavinia Mennuni, nella legge di Bilancio di dieci mesi fa, poi rimasto fuori dal testo finale. Prevedeva un versamento iniziale di 100 euro a carico della famiglia e 50 euro una tantum a carico dello Stato per ogni nuovo nato, per un costo complessivo stimato in 18 milioni di euro. La nuova proposta, secondo quanto ricostruito, punta a numeri più ambiziosi: un contributo pubblico da 50 euro al mese per i primi tre anni di vita del bambino, pari a 1.800 euro complessivi, destinato ai nuovi nati dal 2027. Il costo per lo Stato è stimato in circa 200 milioni di euro il primo anno, fino a raggiungere un miliardo a regime.
Come funziona
Nella sua formulazione più recente, il fondo pensione alla nascita prenderebbe la forma di una posizione previdenziale aperta automaticamente su un conto Inps per ogni bambino che nasce, alimentata in un primo momento da un versamento pubblico e successivamente, su base volontaria, dai contributi di genitori, nonni e altri familiari, fino a quando lo stesso beneficiario, una volta entrato nel mondo del lavoro, potrà continuare ad alimentarlo. Il capitale accumulato, oltre a integrare un domani l’assegno pensionistico, potrebbe essere riscattabile anche per finanziare la laurea o gli studi. Sul piano della gestione, il ministro del Lavoro Marina Calderone ha proposto di affidare all’Inps il compito di occuparsi della gestione, del monitoraggio e della rendicontazione del fondo, riservando invece alla Covip, la Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione, il ruolo di vigilanza, mentre i ministeri del Lavoro e dell’Economia manterrebbero una funzione di indirizzo.
Le simulazioni
Le simulazioni circolate finora danno un’idea di quanto possa valere, nel tempo, un versamento di questo tipo: un contributo statale di 200 euro alla nascita, lasciato investito fino al raggiungimento dei 67 anni, potrebbe produrre tra i 750 e i 2.800 euro in potere d’acquisto attuale a seconda del rendimento ottenuto; se la famiglia decidesse di aggiungere versamenti mensili tra i 25 e i 50 euro, la somma finale potrebbe arrivare fino a 17.500-35.000 euro con un rendimento reale del 2%. Non mancano però le perplessità e le cautele: l’Ania, l’associazione delle imprese assicuratrici, pur sostenendo la proposta chiede che sia garantita la libertà di scelta tra Inps, fondi pensione e polizze individuali, mentre la stessa Covip ha espresso preoccupazione per le differenze di costi e commissioni tra i diversi gestori, che su un orizzonte di investimento di sessant’anni possono incidere in modo significativo sul capitale finale.
Un argine all’inverno demografico?
Il contesto in cui si inserisce la proposta – come abbiamo già detto – è quello di un crollo delle nascite senza precedenti nella storia recente del Paese: nel 2025 le nascite in Italia si sono fermate a circa 355mila, il minimo storico dal dopoguerra, con una diminuzione del 3,9% rispetto al 2024, mentre il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14, contro l’1,18 dell’anno precedente. Un dato che, secondo chi sostiene la misura, rischia di mettere a repentaglio la tenuta della previdenza obbligatoria fondata sul sistema a ripartizione, nel quale i contributi versati dai lavoratori attivi servono a pagare, subito, le pensioni di chi è già in quiescenza: meno nascite oggi significano, domani, meno lavoratori a sostenere il sistema. Il fondo per i nuovi nati prova a intervenire su un terreno diverso rispetto ai tradizionali bonus e assegni: costruire, fin dai primi anni di vita, un capitale aggiuntivo e indipendente dall’inizio della carriera lavorativa, in un mercato del lavoro dove l’ingresso è spesso più tardivo, le carriere possono essere discontinue e le retribuzioni, almeno nelle prime fasi, permettono di accumulare contributi relativamente bassi. Chi la sostiene vede in questa misura un’opportunità per dare una risposta strutturale, e non solo assistenziale, al calo delle nascite, affiancandola alle altre politiche già rivolte alle famiglie, dagli asili nido all’assegno unico. Resta però da capire quanto lo strumento possa incidere realmente sulle scelte delle famiglie di avere figli: al momento non esistono ancora né un testo normativo definitivo, né un importo stabilito con certezza per il contributo pubblico, né una data di entrata in vigore della misura.
Gli esempi nel mondo: dalla Germania a Singapore passando per gli Usa
Il riferimento più diretto per la proposta italiana è la Frühstartrente tedesca, il disegno di legge approvato dal governo Merz il 12 agosto scorso: lo Stato verserà 10 euro al mese per ogni bambino dai 6 ai 18 anni su un conto pensionistico individuale investito sui mercati finanziari, per un totale di 1.440 euro di contributi pubblici bloccati fino al raggiungimento dell’età pensionabile, oggi fissata a 67 anni; secondo le stime del ministero delle Finanze tedesco, con un rendimento medio del 7% annuo quella somma potrebbe valere circa 2.200 euro a 18 anni e arrivare fino a 53mila euro al momento del pensionamento, cifra che potrebbe sfiorare i 107mila euro se le famiglie decidessero di integrare il conto con altri 10 euro al mese. Il costo per le casse pubbliche tedesche è stimato in un miliardo di euro l’anno. Diverso, e più controverso, invece, il precedente britannico dei Child Trust Fund, attivi dal 2005 al 2011: lo Stato versava almeno 250 sterline iniziali per ogni bambino, 500 per le famiglie a basso reddito, in conti che secondo gli stessi operatori del settore si rivelarono estremamente efficaci nel cambiare le abitudini di risparmio, specie tra le famiglie meno abbienti. Il programma fu però chiuso nel 2011, e oggi restano ancora circa 760mila conti non riscattati, per un valore complessivo di oltre 1,5 miliardi di sterline mai reclamati dai legittimi beneficiari. Anche Singapore, che dal 2001 affianca al Baby Bonus un Child Development Account con contributi statali proporzionali al risparmio delle famiglie, ha da poco ampliato ulteriormente il proprio pacchetto di sostegno, portandolo a quasi 70mila dollari di Singapore (pari a poco più di 47.000 euro) per figlio dalla nascita ai 17 anni. C’è però da segnalare un dato importante e, forse, negativo: ovvero che nonostante decenni di incentivi di questo tipo, il tasso di fecondità della città-Stato è sceso nel 2025 a 0,87 figli per donna, il livello più basso mai registrato nel Paese. Negli Stati Uniti, infine, i cosiddetti baby bonds nacquero nel 2010 non per contrastare la denatalità ma per ridurre il divario patrimoniale tra le fasce della popolazione, inoltre a livello federale l’idea non è mai stata approvata dal Congresso, ma alcune realtà come Connecticut e Washington DC hanno introdotto forme di baby bonds a livello locale.
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