La proposta arriva il 17 settembre, dopo un’estate europea segnata da temperature eccezionali, incendi, siccità e migliaia di morti in eccesso (35mila secondo stime confermate dalla Commissione europea, più una ‘perdita economica’ pari a 180 miliardi di euro), mentre la crisi mediorientale continua a pesare sui mercati dell’energia. Ela segreteria del Partito democratico, Elly Schlein, sceglie una lettera pubblicata su Repubblica per rivolgersi direttamente alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e proporre al Governo un confronto su clima, energia e aiuti alle famiglie per mettere in pedi azioni di efficienza energetica a livello domestico.
Servono 14 miliardi di euro e cinque interventi che il Partito democratico propone di finanziare sfruttando i nuovi margini di flessibilità europea (utilizzare fino allo 0,6% del Pil in tre anni in deroga ai vincoli di bilancio) per sostenere azioni a supporto della transizione energetica: pompe di calore, efficientamento delle case popolari, elettrificazione dell’industria, trasporto pubblico, reti elettriche e sistemi di accumulo.
È un’iniziativa che merita attenzione soprattutto per una ragione: prova a spostare il confronto dalla gestione dell’emergenza alla riduzione strutturale della dipendenza energetica. Ma pone anche una domanda meno comoda per il PD e, più in generale, per la politica italiana: perché arrivarci soltanto adesso?
I cinque interventi proposti dal PD
Il piano presentato da Schlein distribuisce i 14 miliardi su cinque capitoli.
Due miliardi andrebbero al Conto Termico, per accelerare la sostituzione degli impianti alimentati da combustibili fossili con pompe di calore elettriche, concentrando una parte degli interventi sulle famiglie più vulnerabili.
Altri 3 miliardi rafforzerebbero il Piano casa per la riqualificazione energetica degli alloggi di edilizia residenziale pubblica; 4 miliardi sarebbero destinati alle imprese per elettrificare i processi produttivi a bassa e media temperatura; altri 3 miliardi rifinanzierebbero l’elettrificazione dei trasporti pubblici, dalle metropolitane ai tram e agli autobus.
Gli ultimi 2 miliardi servirebbero per reti elettriche, sistemi di accumulo, batterie e infrastrutture di ricarica. Schlein chiede inoltre di rivedere la tassazione dell’elettricità rispetto a quella applicata al gas.
Il punto economicamente più interessante è proprio questo: la transizione energetica viene presentata non soltanto come politica ambientale, ma come strumento di politica industriale e sicurezza nazionale.
La nuova flessibilità europea cambia lo scenario
La proposta si inserisce in un quadro europeo che negli ultimi mesi è cambiato rapidamente. La Come anticipato, la Commissione ha aperto alla possibilità di estendere la clausola di salvaguardia nazionale alle spese per la sicurezza energetica, con un limite dello 0,3% del Pil all’anno e dello 0,6% cumulativo nel periodo 2026-2028.
Le misure dovranno però rispettare criteri precisi e saranno valutate dalla Commissione, perché la flessibilità non equivale automaticamente a un assegno da spendere senza condizioni. Da qui i calcoli dell’oste Schlein: per l’Italia lo spazio potenziale è stimato in circa 14 miliardi.
Il Governo ha già avviato il confronto con Bruxelles e sta valutando, tra le altre ipotesi, interventi sull’efficientamento energetico degli edifici. Questo significa che da un lato non siamo di fronte a un Governo immobile, né che le opposizioni non abbiano le idee chiare su questi argomenti.
Il problema è che ancora siamo qui a parlare di ricerca di una convergenza, quando stiamo trattando problemi che sono di dominio pubblico da almeno 20 anni.
C’è ora da sperare, per l’ennesima volta, che Governo, opposizioni e Commissione europea riescano a convergere, con ricette differenti, sulla stessa evidenza economica: la vulnerabilità energetica europea ha un costo sempre più difficile da sostenere.
Caro energia, il problema strutturale italiano
Per di più, per l’Italia la questione è particolarmente delicata. Nel 2025 il prezzo medio all’ingrosso dell’elettricità è stato di 116 euro/MWh, contro un benchmark europeo di 85 euro/MWh. È un differenziale che pesa sulla competitività delle imprese energivore, sulla manifattura e, indirettamente, sul potere d’acquisto delle famiglie.
Le rinnovabili, intanto, continuano a crescere, secondo gli ultimi dati Terna. Nei primi otto mesi del 2026 sono entrati in esercizio 4,58 GW, di cui 4,17 GW fotovoltaici e circa 0,4 GW eolici. La capacità rinnovabile installata ha così raggiunto 88,1 GW.
Sono numeri significativi, ma installare nuovi pannelli e turbine non basta. Una transizione energetica realmente efficace richiede contemporaneamente reti, accumuli, autorizzazioni più rapide, capacità di connessione, flessibilità della domanda e investimenti industriali.
Ed è qui che una parte delle proposte avanzate dal PD intercetta un problema reale: senza infrastrutture elettriche adeguate, l’aumento della capacità rinnovabile rischia di procedere più rapidamente della capacità del sistema di utilizzarla.
L’estate 2026 e il ritardo della politica
Resta però la questione della tempistica. L’estate 2026 ha reso visibile ciò che la ricerca scientifica segnala da anni e anni. Le stime disponibili su quanto accaduto ci raccontano, oltre ai numeri sopra già dati, di una minore produttività dovuta al caldo estremo, che da sola taglia lo 0,6% del PIL UE; un calo della produzione agricola europea stimato tra il 3% e il 7%, con possibili aumenti dei prezzi alimentari; in Italia, eccesso di mortalità dell’8% negli over 85 durante le ondate di calore del 2026, con circa 14.000 decessi stimati in Germania.
La crisi energetica continua da sola ad erodere ricchezze e risorse. Secondo l’analisi del Centre for research of energy and clean air (Crea): tra marzo e agosto 2026, l’Unione Europea ha sostenuto 54 miliardi di dollari di costi netti aggiuntivi per gas e petrolio a causa della crisi dello Stretto di Hormuz; i prezzi del GNL sono aumentati del 60% nel bacino atlantico e del 75% nel Pacifico; la crisi ha fatto aumentare di oltre 330 miliardi di dollari la spesa globale per i combustibili fossili dall’inizio della chiusura dello Stretto di Hormuz.
Sono stime costruite con metodologie diverse e non vanno confuse, ma danno un quadro generale della dimensione economica e sociale della doppia crisi.
La domanda, allora, riguarda l’intero sistema politico: perché servono un’estate eccezionale e una nuova crisi internazionale per riportare clima ed energia al centro dell’agenda?
Vale anche per l’opposizione. Il PD aveva già avanzato proposte su energia e transizione, Schlein aveva illustrato gli stessi cinque interventi nei giorni scorsi a Cernobbio. Ma la lettera arriva mentre il Paese entra nella stagione politica che condurrà alle elezioni del 2027. È quindi legittimo interrogarsi su quanto pesino la necessità di affrontare un’emergenza ormai evidente e quanto la costruzione dell’offerta politica per la prossima campagna elettorale.
Il clima non può essere un tema stagionale
Una responsabilità riguarda anche l’informazione. Clima, reti elettriche, accumuli, sicurezza energetica ed efficienza degli edifici hanno spesso meno capacità di conquistare l’attenzione pubblica rispetto alla polemica politica quotidiana. Eppure sono questioni che incidono direttamente su Pil, produttività, industria, salute, inflazione e finanza pubblica.
Il cambiamento climatico non è più “soltanto” un dossier ambientale. È un moltiplicatore di rischio economico.
Allo stesso modo, la decarbonizzazione non può essere letta esclusivamente come un costo imposto dalle politiche europee. Ridurre il consumo di combustibili fossili importati significa anche diminuire l’esposizione dell’economia italiana agli shock geopolitici e alla volatilità internazionale.
La stessa Commissione europea riconosce ormai apertamente questa connessione: oltre metà dell’energia consumata nell’Unione deriva ancora da combustibili fossili importati e la crisi mediorientale ha nuovamente evidenziato la vulnerabilità di questo modello.
Eppure, nel 2025 la copertura mediatica globale del cambiamento climatico è diminuita del 14% rispetto al 2024 e del 38% rispetto al picco del 2021. È il quarto anno consecutivo di calo. La crisi climatica è finita in prima pagina meno di una volta al mese nella prima parte del 2025.
La crisi climatica non può e non deve essere un tema da affrontare solo per attirare lettori online, fare audience in tv e aumentare le (già poche) vendite dei giornali.
Dai 14 miliardi alla politica industriale
È probabilmente questo il terreno sul quale la lettera di Schlein può diventare più interessante del confronto tra maggioranza e opposizione. La questione non dovrebbe essere soltanto come spendere 14 miliardi, ma quali investimenti possano produrre il maggiore effetto moltiplicatore sull’economia italiana: meno importazioni energetiche, bollette strutturalmente più basse, reti più robuste, edifici meno energivori, imprese più efficienti e filiere industriali nazionali più competitive.
Pompe di calore, reti, accumuli, elettrificazione industriale e trasporto pubblico vanno in questa direzione. Ma serviranno priorità misurabili, tempi di realizzazione, verifiche sull’efficacia degli incentivi e capacità amministrativa. Senza questi elementi anche una buona dotazione finanziaria rischia di trasformarsi nell’ennesimo programma che procede più lentamente della crisi che dovrebbe affrontare.
La lettera di Schlein ha dunque il merito di chiedere un confronto su un terreno concreto. Il limite è che quel confronto avrebbe dovuto occupare stabilmente il centro dell’agenda politica già da tempo. Dopo l’estate 2026 e di fronte a una nuova crisi energetica, Governo e opposizioni hanno sempre meno alibi per trattare clima, energia e sicurezza economica come dossier separati.
Il vero banco di prova non sarà stabilire chi abbia proposto per primo un piano. Sarà capire se la politica italiana riuscirà a trasformare una finestra straordinaria di risorse in infrastrutture e investimenti capaci di durare decenni. Ce lo chiedono i nostri giovani: il 44% dichiara che l’ansia legata al cambiamento climatico incide negativamente sul proprio benessere psicologico quotidiano; il 41% associa il cambiamento climatico a sentimenti di paura per il futuro. Più in generale, l’81% degli italiani si mostra “molto preoccupato” per le conseguenze del riscaldamento globale, con un aumento del 5% rispetto all’estate 2025.
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