TORRE SANTA SUSANNA – Il tentativo di restituire alla collettività l’uliveto confiscato alla criminalità organizzata entra nella fase del bando. Dopo anni di tentativi andati a vuoto e dopo il nuovo passaggio amministrativo dello scorso agosto, quando il Comune aveva affidato a un agronomo la redazione della relazione tecnica sul fondo, la giunta di Torre Santa Susanna ha approvato gli indirizzi per una nuova concessione di un uliveto confiscato al clan Bruno.
Si tratta di circa 39 ettari, con 9.216 piante di ulivo, assegnati al Comune dall’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata nel 2015. La deliberazione di Giunta numero 199 del 16 settembre 2026 dà ora mandato al Segretario generale, l’avvocato Angela Nozzi, di predisporre e indire una nuova procedura a evidenza pubblica per l’affidamento del compendio a uso sociale e produttivo.
Una storia cominciata nel 2015
Il bene era stato trasferito al patrimonio comunale con decreto dell’Anbsc trasmesso il 28 maggio 2015. Da allora, però, il percorso per trasformare il patrimonio confiscato in una risorsa per la comunità si è rivelato tutt’altro che semplice.
Dopo l’approvazione del regolamento comunale nel 2016, una prima gara pubblica era andata deserta. Un secondo tentativo, nel 2019, prevedeva un progetto più articolato, con la valorizzazione della masseria rurale come centro culturale e sociale e l’utilizzo dei terreni anche per vivai destinati alla ricerca sulla Xylella. Nonostante l’interesse manifestato da alcuni operatori durante i sopralluoghi, anche quella procedura non aveva portato all’assegnazione.
Nel giugno 2025 l’amministrazione aveva quindi deciso di cambiare strategia, separando la gestione dell’uliveto da quella della masseria, che insiste su un lotto di circa 5.365 metri quadrati. Con la deliberazione numero 165 era stata chiesta all’Anbsc la modifica della destinazione dell’uliveto, da finalità sociali a finalità di lucro con vincolo di destinazione sociale delle risorse.
L’idea era, in sostanza, quella di consentire a un soggetto privato di rimettere in produzione i terreni e trasformare una parte del valore economico generato dal bene in risorse da destinare ai servizi sociali comunali.
Dieci anni per far tornare produttivo il fondo
La nuova concessione avrà una durata di 10 anni. Una scelta legata soprattutto alle condizioni attuali dell’uliveto e agli investimenti necessari per riportarlo progressivamente alla produttività.
La perizia agronomica ha individuato infatti un periodo di circa cinque anni per il progressivo recupero produttivo. Il concessionario dovrà attenersi al cronoprogramma predisposto dal dottor Frioli, che prevede una serie di interventi, a partire dalle potature straordinarie di riforma e dai trattamenti fitosanitari. Tra gli interventi indicati figurano inoltre il ripristino dell’impianto irriguo e l’estirpazione con successivo reimpianto di una porzione di circa 1,2 ettari, considerata compromessa. È proprio la necessità di sostenere questi costi iniziali a spiegare una delle caratteristiche più particolari del nuovo bando.
Cinque anni senza canone
Per i primi cinque anni il Comune non chiederà alcun canone. Il concessionario potrà quindi utilizzare il fondo a titolo completamente gratuito, con un canone fissato a zero euro per ciascuna delle prime cinque annualità.
Dal sesto al decimo anno scatterà invece il meccanismo previsto dalla Giunta: il concessionario dovrà corrispondere al Comune il 30 per cento degli utili netti di gestione. La quantificazione degli utili dovrà essere validata da un agronomo dell’ente e le somme incassate dal Comune saranno vincolate a finalità sociali, con particolare riferimento ai Servizi Sociali e al sostegno dei cittadini in condizioni di bisogno.
È quindi questo il meccanismo scelto dall’amministrazione per provare a conciliare due esigenze: rendere economicamente sostenibile il recupero di un fondo oggi improduttivo e fare in modo che il bene confiscato possa generare, nel tempo, una ricaduta concreta sulla comunità.
Tracciabilità e clausole antimafia
Particolare attenzione è riservata alla legalità e alla prevenzione di eventuali infiltrazioni della criminalità organizzata- Il disciplinare di gara prevederà la totale tracciabilità dei flussi finanziari, attraverso un conto corrente dedicato ed esclusivo, il divieto di utilizzare il contante oltre i limiti previsti dalla legge e l’obbligo di presentare una rendicontazione analitica ogni anno.
Ma soprattutto sarà inserita una clausola risolutiva espressa ai sensi dell’articolo 1456 del Codice civile. In caso di sopraggiunte interdittive antimafia o misure di prevenzione, il Comune potrà procedere alla revoca immediata della concessione e alla retrocessione del bene, senza riconoscimento di indennizzi.
Un punto particolarmente significativo considerando la storia del bene: l’obiettivo non è soltanto trovare finalmente un gestore per i terreni, ma assicurare che la loro nuova utilizzazione rimanga saldamente ancorata ai principi di legalità e di restituzione sociale del patrimonio confiscato.
Non soltanto chi offre di più
L’assegnazione non sarà determinata semplicemente dal valore economico dell’offerta. La procedura utilizzerà infatti il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, con un peso prevalente attribuito alla qualità del progetto sociale e occupazionale e alla solidità del piano di investimenti agronomici.
Dunque, per aggiudicarsi i 39 ettari non basterà proporre una gestione economicamente sostenibile. Il progetto dovrà dimostrare anche come il concessionario intenda recuperare l’uliveto, creare eventuali ricadute occupazionali e garantire quella funzione sociale che accompagna il bene fin dalla sua assegnazione al Comune.
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