L’Italia continua a raccogliere e riciclare quantità crescenti di imballaggi, ma proprio mentre i numeri della differenziata migliorano si sta manifestando un problema che fino a pochi anni fa sembrava quasi impensabile: la plastica recuperata rischia di non trovare abbastanza acquirenti.
Il risultato è un cortocircuito che potrebbe mettere sotto pressione l’intera filiera, dai Comuni agli impianti di selezione, fino alle aziende che trasformano i rifiuti in nuova materia prima.
Il tema riguarda direttamente il riciclo della plastica in Italia e va ben oltre il comportamento dei cittadini davanti ai contenitori della raccolta differenziata. Separare correttamente gli imballaggi, infatti, è soltanto il primo passaggio. Perché il sistema funzioni davvero è necessario che quel materiale venga selezionato, trattato, riciclato e, soprattutto, riacquistato dall’industria.
Ed è precisamente in quest’ultimo anello che oggi si concentra una parte delle difficoltà.
Riciclo plastica in Italia: il 49,6% raggiunto nel 2025
I risultati ottenuti negli ultimi anni restano significativi. Secondo i dati diffusi da COREPLA, il Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica appartenente al sistema CONAI, nel 2025 sono state effettivamente riciclate circa 970 mila tonnellate di imballaggi.
Complessivamente, il sistema ha avviato a riciclo circa 1,18 milioni di tonnellate. Rapportando i quantitativi effettivamente riciclati agli imballaggi immessi al consumo, si arriva a una quota del 49,6%, sostanzialmente in linea con l’obiettivo europeo del 50% previsto per il 2025.
Anche la raccolta urbana ha continuato a migliorare. Nel 2025 COREPLA ha registrato quasi 1,3 milioni di tonnellate di imballaggi provenienti dalla differenziata urbana, pari a circa 27 chilogrammi per abitante e con un incremento del 3,75% rispetto all’anno precedente. Il sistema consortile raggiunge inoltre circa il 98% della popolazione italiana.
La tendenza non si è arrestata nel 2026. Nel primo semestre dell’anno la quantità raccolta sarebbe cresciuta di un ulteriore 5%. Una progressione che, presa isolatamente, rappresenterebbe una buona notizia. Il problema è che contemporaneamente si sta riducendo la capacità del sistema industriale di assorbire questi volumi.
Più raccolta differenziata, meno spazio negli impianti
Qui emerge il paradosso. Mentre aumenta il materiale intercettato attraverso la differenziata, la capacità disponibile per la selezione si sta contraendo. Le stime richiamate da COREPLA indicano una riduzione nell’ordine delle 11.500 tonnellate, mentre i quantitativi da gestire continuano a crescere.
La conseguenza è piuttosto intuitiva: ciò che entra nella filiera aumenta più velocemente di quanto il sistema riesca a lavorare e collocare sul mercato. Gli spazi di deposito iniziano quindi a riempirsi e diventa necessario trovare nuovi siti di stoccaggio oppure individuare impianti alternativi, anche fuori dai normali circuiti utilizzati fino a oggi.
Il rischio più serio non è che gli italiani smettano di differenziare, ma che a valle non ci sia più spazio sufficiente per ricevere ciò che viene raccolto. Se selezionatori, riciclatori e depositi raggiungessero la saturazione, le difficoltà potrebbero risalire lungo la catena fino ai servizi organizzati dai Comuni.
È per questa ragione che il presidente di COREPLA, Giorgio Quagliuolo, ha insistito sulla necessità che la raccolta differenziata continui senza interruzioni. Per mantenerla in funzione, tuttavia, serve un mercato capace di dare valore economico ai materiali recuperati.
Perché la plastica riciclata rischia di non essere più conveniente
Uno dei principali fattori è il prezzo della plastica vergine, cioè quella prodotta utilizzando materie prime fossili e non materiale recuperato. Quando le quotazioni scendono, per molte aziende acquistare polimeri nuovi può diventare economicamente più conveniente rispetto all’impiego di materia riciclata.
Nel corso del 2025 questa dinamica ha contribuito a comprimere la domanda di riciclato europeo. Il problema non riguarda solamente l’Italia. Gli operatori del settore denunciano da tempo una combinazione difficile: energia costosa, margini ridotti, oscillazioni del prezzo del petrolio e concorrenza internazionale.
Durante alcuni momenti del 2026 l’aumento del costo delle materie prime fossili ha temporaneamente reso più attraente il materiale recuperato. Ma si è trattato di un equilibrio fragile. Un’intera industria circolare non può dipendere dalle oscillazioni del greggio o dalle crisi geopolitiche per risultare competitiva.
A rendere più complesso il quadro contribuiscono inoltre le importazioni da Paesi esterni all’Unione europea. Gli operatori comunitari devono rispettare requisiti ambientali, tecnici e di tracciabilità particolarmente rigorosi. Materiali provenienti da altri mercati possono invece presentarsi a prezzi sensibilmente inferiori, creando una pressione competitiva sulla produzione europea.
La crisi degli impianti di riciclo non riguarda soltanto l’Italia
Quanto sta accadendo nel nostro Paese è dunque parte di una trasformazione molto più ampia. Plastics Recyclers Europe aveva già segnalato nel corso del 2025 la chiusura di decine di impianti e centinaia di migliaia di tonnellate di capacità produttiva andate perdute.
Le rilevazioni successive hanno mostrato un peggioramento ulteriore. Considerando l’intero periodo iniziato nel 2023, la perdita di capacità di riciclo europea si è avvicinata a un milione di tonnellate. Soltanto nel 2024 erano stati chiusi stabilimenti corrispondenti a circa 300 mila tonnellate di capacità, più del doppio rispetto all’anno precedente.
Non è quindi corretto leggere i circa 45 impianti e le 400 mila tonnellate citati nelle prime rilevazioni come un dato definitivo: rappresentavano una fotografia della crisi in una determinata fase. La dinamica è proseguita, diventando un problema strutturale per l’intero comparto europeo.
È un aspetto decisivo perché costruire una filiera del riciclo richiede anni di investimenti, autorizzazioni, tecnologie e competenze. Chiudere capacità industriale oggi significa rischiare di non averla disponibile domani, quando la normativa europea imporrà l’impiego di quantità sempre maggiori di materiale riciclato.
Dal 2030 servirà più plastica riciclata, ma oggi gli impianti sono in difficoltà
Ed è qui che emerge un secondo paradosso. Proprio mentre il mercato europeo del riciclo attraversa una delle sue fasi più complicate, le nuove norme comunitarie stanno accelerando verso un utilizzo molto maggiore delle materie prime seconde.
Il nuovo Regolamento europeo sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio, il cosiddetto PPWR, ha iniziato ad applicarsi progressivamente dal 12 agosto 2026. Dal 2030 saranno introdotti requisiti più stringenti sulla riciclabilità degli imballaggi e percentuali minime obbligatorie di materiale riciclato nella plastica.
Tra gli esempi previsti dalla normativa figurano il 30% di contenuto riciclato per le bottiglie monouso in plastica per bevande e, salvo specifiche categorie ed eccezioni, percentuali che possono arrivare al 35% per altri imballaggi. Gli obiettivi aumenteranno ulteriormente verso il 2040.
L’Europa si trova quindi davanti a una contraddizione industriale: sta creando per legge una futura domanda di plastica riciclata mentre una parte degli impianti che dovrebbe produrla fatica oggi a rimanere economicamente sostenibile.
Pubblica amministrazione e industria possono sostenere il mercato del riciclato
Le possibili contromisure non riguardano soltanto nuovi impianti. Il nodo centrale è costruire una domanda sufficientemente stabile da permettere alle aziende del riciclo di programmare investimenti e produzione.
Tra le ipotesi indicate da COREPLA rientra un maggiore utilizzo degli acquisti verdi della Pubblica amministrazione, attraverso una più rigorosa applicazione dei criteri ambientali minimi. La domanda pubblica può infatti diventare uno strumento industriale: arredi, prodotti per l’edilizia, componenti urbani e numerose forniture possono incorporare materia proveniente dal riciclo.
Altre ipotesi comprendono incentivi fiscali, crediti d’imposta o meccanismi capaci di ridurre il divario di prezzo tra materia vergine e materia seconda. Sullo sfondo resta inoltre il tema della reciprocità delle regole per i prodotti importati nell’Unione europea, affinché i materiali provenienti da Paesi terzi siano sottoposti a requisiti ambientali e di tracciabilità comparabili a quelli applicati ai produttori europei.
La stessa Unione europea sta lavorando sul tema. Il PPWR stabilisce infatti condizioni anche per il materiale riciclato proveniente dall’estero e punta a creare regole maggiormente uniformi per il mercato europeo.
Il nuovo problema dell’economia circolare: non basta raccogliere bene
Per anni il messaggio rivolto a cittadini ed enti locali è stato soprattutto uno: bisogna aumentare la raccolta differenziata. Quel principio resta valido, ma oggi non basta più.
Una vera economia circolare esiste soltanto quando il rifiuto raccolto diventa nuovamente una materia utilizzata dal sistema produttivo. Se il processo si ferma dopo la selezione o il riciclo perché nessuno compra il materiale ottenuto, il cerchio rimane aperto.
Il caso della plastica italiana mostra dunque una fase nuova e probabilmente più complessa della transizione ambientale. Il Paese dispone di una raccolta capillare, cittadini sempre più abituati alla differenziazione e una filiera che ha raggiunto risultati prossimi agli obiettivi europei. Ora, però, deve affrontare la parte industrialmente più delicata: rendere conveniente utilizzare ciò che viene recuperato.
Il vero indicatore dei prossimi anni non sarà quindi soltanto quanta plastica finirà nel contenitore corretto, ma quanta riuscirà effettivamente a rientrare nei processi produttivi. Perché una bottiglia, una vaschetta o un altro imballaggio diventano davvero circolari non quando vengono gettati nel bidone giusto, ma quando qualcuno utilizza nuovamente quella materia per produrre qualcosa.
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