Spin Time, il palazzo che si è aperto alla città


La sera del 12 maggio 2019 un uomo in abito talare si è calato nel pozzo dove si trovavano i contatori di un palazzo occupato, ha staccato i sigilli apposti dall’ente gestore e ridato la corrente elettrica a circa 400 persone. Il cardinale Konrad Krajewski, elemosiniere pontificio, era già stato lì quella mattina. Aveva portato la solidarietà sua, di Papa Francesco e del Vaticano alle famiglie che da sei giorni vivevano senza elettricità a causa di un’importante morosità con Areti S.p.a..

I circa 300mila euro di ammanco erano frutto di un cortocircuito politico. Il Piano casa Renzi-Lupi (Legge 80/2014) vieta alle persone occupanti di ottenere la residenza presso gli immobili che abitano. Senza la residenza, decadono altri diritti come avere un medico di base, iscrivere bambine e bambini a scuola, accedere ad alcuni servizi e, appunto, intestarsi utenze di ogni genere.

Già quella mattina Krajewski, recatosi sul posto, aveva sollecitato la questura a trovare una soluzione: «Tornerò stasera. Se ancora non sarà risolta, interverrò personalmente». Così il Vaticano aveva aperto un vero e proprio scontro al vertice con l’allora ministro dell’interno Matteo Salvini e preso posizione a difesa della storia dal futuro di oggi, quella di Spin Time.

Cos’era (è) Spin Time?

Spin Time Labs è innanzitutto un edificio enorme, di quasi 20mila metri quadrati, nel Rione Esquilino della Capitale, nei pressi della stazione Termini. In quel palazzo, fino a fine luglio 2026, hanno vissuto 140 famiglie di 27 diverse nazionalità. Oggi è probabilmente l’occupazione abitativa più nota d’Italia.

L’antropologa Chiara Cacciotti, che per un periodo ci ha vissuto, ricorda bene quei giorni: «Oggi ripenso a quella settimana che mi era sembrata la cosa più grossa che potesse succedere, e invece era solo una piccola parte rispetto a quello che abbiamo visto questo mese, sette anni dopo». Chiara è un’attivista di quella comunità ed è autrice di un libro tratto dalla sua tesi di dottorato (“Qui tutto è abitato“) sull’occupazione dello stabile di Via Santa Croce in Gerusalemme, a Roma. «Sono entrata come dottoranda che voleva fare una tesi su quell’esperienza, poi però sono rimasta nell’organizzazione interna», racconta.

Bambini al cancello di Spin Time © Spin Time

La calda estate di Spin Time

«La notte del 29 luglio 2026 c’è stato un principio di incendio che ha interessato una cabina elettrica nel cortile dell’edificio, lontana dalle stanze abitate». Le abitanti e gli abitanti hanno spento l’incendio e lasciato il palazzo, sono intervenuti i vigili del fuoco. «Era successo altre volte: c’erano stati piccoli principi di incendio, i vigili erano intervenuti, dopo qualche ora era stato permesso agli abitanti di rientrare. Questa volta purtroppo non è andata così».

Le famiglie erano uscite di fretta e furia durante la notte in pigiama, scalze, convinte che sarebbero rientrate a casa propria. Poi si sono sentite dire che non potevano farlo perché quel palazzo doveva tornare al legittimo proprietario. «Lì – prosegue – è iniziato l’inferno. Sono state lasciate in strada e ci sono rimaste per circa un mese».

Tutta la comunità che ruota intorno a Spin Time – o almeno le persone che erano ancora a Roma all’inizio di quest’estate – si è immediatamente attivata per sostenere gli occupanti. «C’erano 300 persone letteralmente in strada, con bambini al seguito. Persone a cui all’inizio era impedito anche di rientrare per prendere beni di prima necessità, utili ad affrontare la notte o fronteggiare i giorni che sarebbero venuti». L’ondata di solidarietà ha travolto Spin Time al punto che, a un certo punto, hanno dovuto chiedere di sospendere le donazioni di ventilatori, climatizzatori mobili, brandine, tende e simili per mancanza di spazio fisico.

Anche le istituzioni si sono attivate. «Sono intervenuti Protezione Civile e Comune di Roma con acqua, viveri, beni di prima necessità, brandine dove gli occupanti, almeno in un primissimo momento, hanno dormito all’addiaccio». Nell’estate più calda della storia finora, è bene ribadirlo, 300 persone per circa un mese hanno dormito in strada, a Roma, per la presa di posizione di un fondo finanziario.

Persone sedute sotto un telo ombreggiante al presidio di Spin Time durante l'estate
l presidio di Spin Time durante i giorni più caldi dell’estate 2026 © Spin Time

La trattativa fallita del Comune

Quanto accaduto a Spin Time e l’ondata di solidarietà della cittadinanza, delle organizzazioni della società civile, di molte artiste e artisti, esponenti del mondo culturale e dell’associazionismo sono stati ampiamente raccontati. Così come l’intervento del Comune, il tentativo di garantire agli abitanti – che dopo un mese sono stati collocati in alloggi temporanei con la promessa di una casa popolare – di tornare nell’immobile.

A nulla è valso l’intervento di Roma Capitale. Né il Vaticano, stavolta, è riuscito a mediare con il fondo che ne detiene la proprietà. I locali non erano sicuri, hanno dichiarato: non volevano la responsabilità di farvi rientrare le famiglie. «I periti del Comune – specifica Chiara – avevano stimato in 60 giorni i tempi per adeguare lo stabile e non è arrivata nessuna dichiarazione di inagibilità dai Vigili del fuoco».

«Da quel momento – continua – è stata ancora più dura. Avevamo sperato che da una tragedia sfiorata si potesse ottenere quello che chiedevamo da anni: che il palazzo venisse acquistato dal Comune e regolarizzato». La trattativa, però, non è andata a buon fine. Anche se tutte le famiglie adesso sono sistemate, l’obiettivo della comunità resta cercare altre strade per insistere sull’acquisizione del palazzo.

Restituire lo spazio a un uso pubblico

Fino al 2004 il palazzo di via Santa Croce in Gerusalemme era di proprietà pubblica. In precedenza aveva ospitato gli uffici dell’Inpdap, Istituto nazionale di previdenza per i dipendenti dell’amministrazione pubblica, ente assorbito nel 2012 dall’Inps.

«Nel 2004, durante la stagione delle cartolarizzazioni del governo Berlusconi, con Tremonti ministro dell’economia, tra le varie operazioni con cui lo Stato ha fatto cassa con la vendita degli immobili pubblici, anche il palazzo fu venduto a un fondo privato, Investire Sgr». Per l’occasione, ripercorre Chiara, Investire diede vita a un fondo specifico: Fip, Fondo immobili pubblici, che contiene tutti gli stabili un tempo di proprietà pubblica e poi privatizzati.

Quella del 2013 nasce all’interno di una serie di occupazioni promossa dal movimento romano di lotta per la casa Action, lo Tsunami Tour: «Lo scopo era restituire a un uso pubblico quello spazio che, intanto, era stato abbandonato».

La scelta di «aprire il palazzo»

Negli anni sono stati effettuati diversi lavori di ristrutturazione, tutti a carico delle famiglie. Alla fine si è giunti alla situazione di questa estate: 140 famiglie distribuite tra il primo e il settimo piano dell’edificio, mentre il piano terra e due sotterranei erano dedicati alle attività socio-culturali. Da subito, specifica l’antropologa, l’idea non era solo di costruire un’occupazione abitativa. «La stretta repressiva dei decreti sicurezza di questi anni ha solo perfezionato un processo di criminalizzazione degli spazi sociali che, proprio in quella fase, si faceva strada».

Action, il movimento di lotta per la casa della Capitale, aveva capito che non c’era la forza per continuare con le pratiche tradizionali, come quella di barricarsi negli spazi. Ha scelto invece di ribaltare il metodo, assumere un atteggiamento propositivo «che mettesse al centro il diritto alla casa e alla città».

Ha quindi scelto di fare una cosa apparentemente semplice, ma in realtà molto complessa e sicuramente anomala per quegli anni: aprire il palazzo. «Non barricarsi, come succede, ed è legittimo, nelle occupazioni a scopo abitativo. Aprire quel palazzo 24 ore su 24, 7 giorni su 7», sottolinea. Chiunque sia passato a Spin Time almeno una volta ha avuto modo di vederlo. Al piano terra c’è sempre, 24 ore al giorno, un picchetto presidiato dagli abitanti.

Assemblea pubblica in strada davanti al presidio di Spin Time
Un momento delle assemblee pubbliche tenute davanti al presidio © Spin Time

Il V incontro mondiale dei movimenti popolari

Gli spazi sotterranei per gli eventi pubblici, così come lo sportello legale, quello sociale e quello socio-sanitario, sono sempre stati a disposizione dell’intera città. «L’intenzione era mostrare che non avevano privatizzato uno spazio ma, al contrario, lo stavano restituendo alla funzione pubblica che gli era stata sottratta», continua. Funzione che in questi anni ha visto momenti di grande protagonismo di Spin Time non solo nel contesto nazionale o in quello cittadino.

Lo scorso ottobre il palazzo è stato sede del V Incontro mondiale dei movimenti popolari. Per una settimana più di cento attiviste e attivisti da ogni parte del mondo si sono confrontati sui propri temi, sulle proprie vertenze e sulle tre T al centro delle loro rivendicazioni: Tierra, Techo y Trabajo (terra, casa e lavoro). «Papa Francesco ha fortemente voluto che si tenesse da noi, anche se purtroppo quando poi c’è stato era già venuto a mancare», racconta Chiara Cacciotti. Anche per questo, al termine dei tre giorni di dibattiti in piazza seguiti all’incontro, c’è stata una grande marcia fino al Vaticano. «Tutti i movimenti popolari presenti, incluso Spin Time, hanno incontrato Papa Leone XIV che li ha accolti e ha espresso sostegno alle loro battaglie e a Spin Time».

Massima condivisione, nel bene e nel male

Tutto questo accadeva in uno dei più singolari e interessanti esperimenti di autogestione comunitaria all’interno di un’occupazione abitativa. Un’esperienza forse non unica, ma sicuramente molto rara per i suoi meccanismi di funzionamento.

«Quei locali, per quanto rifunzionalizzati e trasformati in casette, restano ex uffici. Una serie di servizi, in quasi 14 anni di vita, è stata in comune», spiega. Su ogni piano c’erano bagni in condivisione e lavelli in condivisione. Così come lo erano le cucine e i locali lavanderia, le lavatrici e gli stendini. Questo, riflette Chiara, è importante per spiegare cosa volesse dire la convivenza quotidiana.

«Da un lato con aspetti positivi: tanti spazi di socialità, occasioni di incontrarsi, condividere e anche solidarizzare. Tutti quegli spazi che siamo abituati a vivere dentro la porta di casa erano invece distribuiti su un piano. Ci si univa per riempire una lavatrice o, se si andava a far la spesa, si chiedeva alle altre famiglie di cosa avessero bisogno», continua. La condivisione, spiega, era massima. Nel bene ma anche nel male. «Certo, potevano esserci battibecchi, conflitti sull’utilizzo degli spazi, ma sfido chiunque a condividere il bagno con altre 50 persone».

Scarpette di bambini allineate ad asciugare su un davanzale a Spin Time
Scarpette di bambini ad asciugare in un corridoio di Spin Time © Spin Time

L’organizzazione interna di Spin Time

Per gestire questa singolare forma di convivenza, o vita comunitaria, le occupanti e gli occupanti hanno stabilito un organigramma interno, capeggiato dal Comitato. Il gruppo veniva eletto con cadenza annuale o biennale e si occupava dell’organizzazione e della gestione dello spazio, mediava tra le famiglie e, quando necessario, sedava i conflitti. «Un po’ come amministratori di condominio, gestivano la cassa alla quale tutte le famiglie contribuivano con 10 euro al mese. Quei soldi servivano a contribuire alle spese di manutenzione degli spazi comuni».

Il comitato, racconta Chiara, organizzava i turni di pulizia delle aree collettive, effettuati a turno da tutti gli abitanti. «C’era anche e c’è tuttora uno sportello di tutela sociale gestito dagli occupanti, aperto anche all’esterno. Oggi si trova in uno dei gazebo che abbiamo allestito davanti al palazzo».

Il presidio di Spin Time resta in strada

Anche se tutte le famiglie occupanti oggi vivono in alloggi temporanei, la comunità di Spin Time è decisa a non abbandonare il presidio. Dopo più di un mese trascorso insieme, animando la strada, via Santa Croce in Gerusalemme è stata riaperta al traffico veicolare.

Restano attivi gli sportelli e le varie attività, che dal lunedì al venerdì sostano in gazebo posizionati nelle aree riservate al parcheggio. «Ci sono i servizi normalmente offerti da Spin Time: il coworking, lo sportello di tutela sociale, quello legale per migranti, rifugiati e richiedenti asilo (Legal Aid), ma ci sono anche altre realtà. Nonna Roma ha trasferito lì gran parte delle proprie attività, la Cgil ha attivato uno sportello sul lavoro».

Nel fine settimana, invece, si torna a prendere l’intera strada, con dibattiti, iniziative e momenti di socialità. «Proprio ieri sera (6 settembre) abbiamo avuto un dibattito con Francesca Albanese e, a sorpresa, è arrivato anche Jeremy Corbyn».

«Qui tutto è abitato»

«Durante il periodo in cui facevo la mia ricerca ho scattato una foto», racconta Chiara. «Ero su un piano dell’abitativo e in un angolo del corridoio ho visto, su una finestra, 13 paia di scarpette per bambini lavate e messe ad asciugare». Ha voluto fotografarle perché, spiega, «mi sembrava un’immagine simbolica molto forte del fatto che gli spazi comuni fossero abitati collettivamente».

C’è anche un’altra foto che ha dato il titolo alla sua tesi e al suo libro. «Era il primissimo giorno in cui ero salita al settimo piano, dove c’è una porta finestra che porta al terrazzo. Ho notato subito una scritta, fatta con un pennarello rosso. Diceva “Qui tutto è abitato”. Era un monito a evitare schiamazzi negli orari di riposo pomeridiano, ma a me è sembrata molto di più. Quella frase rappresenta la sintesi di Spin Time, dove ogni centimetro è abitato non solo in senso letterale, ma perché lo spazio è concepito come più del tetto che lo copre. È uno spazio di servizi, di welfare di comunità, di processi generativi».

Qui tutto è abitato
La scritta che ha dato il titolo alla tesi e al libro di Chiara Cacciotti su Spin Time © Spin Time

Molto più di un tetto sulla testa

La finalità dell’esistenza di Spin Time non è mai stata soltanto offrire un tetto sulla testa a chi ne ha diritto. «Noi non siamo un singolo caso da salvare da questo stato di eccezione per riportarlo alla normalità. Noi vogliamo essere un varco per cambiarla, quella normalità. In questi tredici anni abbiamo disegnato, affermato e sostenuto un modello che tenesse insieme soggetti, realtà e persone. Che magari la pensano diversamente tra loro, ma che sono state unite da principi comuni.  Ci siamo sempre ritenuti un piccolo esempio dell’altra città possibile».

In questo senso, il futuro di Spin Time va ben oltre l’acquisizione dello spazio fisico. Riportare quelle famiglie nell’edificio, riflette Chiara, significherebbe spendere soldi pubblici per acquisirlo e poi sistemarlo. Ma, nell’idea di città che vogliono affermare, quei soldi sarebbero un investimento su una rete che già esiste. «Sparpagliarle per la città vorrebbe dire dover rifare da capo quel lavoro di cura, di servizi di prossimità e di servizi scolastici che era presente e funzionava».

Il futuro di Spin Time è la storia dal futuro di tutte le città

«Siamo una storia dal futuro perché immaginiamo il nostro futuro come quello di Roma e delle altre città. Un futuro in cui ci sia una nuova stagione di politiche urbane che investa sul riacquisto di spazi privatizzati e abbandonati, sulla loro rifunzionalizzazione e sulla creazione di una serie di relazioni di cura, mutuo supporto e welfare comunitario non solo nelle periferie ma anche nel centro della città.

«Siamo una storia dal futuro – conclude – perché la nostra esistenza è la dimostrazione di un futuro possibile in cui il valore del patrimonio immobiliare non sia solo una voce di bilancio. Dove invece si riconosca che gli edifici e le esperienze che contengono hanno un valore che spesso non è di natura finanziaria ma sociale».


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