CASA, LA POLITICA DEGLI ANNUNCI


Dal Piano Casa del Governo a «Generazione Casa» della Regione Veneto: molti annunci, poche risorse fresche e un diritto sempre più subordinato alla rendita

La Regione Veneto ha presentato la prima tranche concreta di «Generazione Casa», il piano con cui il presidente Stefani promette di rispondere al caro affitti: 50 milioni di euro, metà per riqualificare alloggi di edilizia residenziale pubblica oggi sfitti, metà per il social housing destinato a personale sanitario, giovani coppie e alla cosiddetta «fascia grigia», quella che guadagna troppo per una casa Ater e troppo poco per il mercato libero. I titoli parlano di «mille nuove case». Letti con attenzione, i numeri raccontano un’altra storia, e la raccontano in perfetta sintonia con quanto accade a Roma.

Mille case che non sono nuove e un piano che parte nel 2027

Anzitutto, non si tratta di nuove case: sono alloggi esistenti da rimettere a norma, tra ottocento e mille, con i primi cantieri attesi non prima del 2027, dopo bandi e graduatorie. È la stessa Regione a quantificare in quasi ottomila gli alloggi pubblici sfitti in Veneto. Con 25 milioni e un costo dichiarato di 50-60 mila euro per unità, la quota Erp consente di recuperarne circa 400-500: poco più del 5% del patrimonio vuoto. Anche contando l’integrazione del piano nazionale, a questo ritmo servirebbero decenni per svuotare un magazzino di case pubbliche che la Regione e le Ater hanno lasciato deperire per anni, mentre le graduatorie restavano piene. E a bandi ormai in apertura manca ancora l’elemento decisivo: i canoni. «Ancora da definire», ammette l’assessore. Un social housing senza canone stabilito è una promessa senza prezzo.

La casa come benefit aziendale

Il secondo nodo è politico. La quota di social housing è pensata in larga parte per medici, infermieri e operatori sociosanitari di Ulss, Aziende ospedaliere e Ipab, e persino nelle graduatorie Erp saranno premiati gli interventi destinati al personale sanitario. La Regione ammette così, implicitamente, che il servizio sanitario veneto non riesce più ad attrarre personale con stipendi e condizioni di lavoro, e prova a compensare con l’alloggio. È una toppa sul fallimento di un’altra politica, non una politica abitativa. Legare la casa al posto di lavoro produce lavoratori più ricattabili, perché perdere l’impiego significa perdere il tetto, e introduce una concorrenza tra bisogni: chi è in graduatoria Erp da anni senza un profilo professionale «utile» scivola indietro. Il diritto all’abitare diventa un premio di produzione.

Il Piano Casa nazionale: la rendita con lo sconto

Il quadro nazionale non è migliore. Il Piano Casa del Governo (DL 66/2026, convertito nella legge 116/2026) promette 100 mila alloggi a canone calmierato in dieci anni e il recupero di circa 600 mila abitazioni. Le cifre sbandierate, oltre 8 miliardi, sommano però fondi europei e di coesione già esistenti: le risorse nuove del programma straordinario sono 970 milioni spalmati fino al 2030, di cui appena 116 milioni nel 2026. Il cuore del piano è l’edilizia «integrata» con capitali privati: almeno il 70% degli alloggi in regime convenzionato, con prezzi o canoni ridotti di almeno un terzo rispetto ai valori OMI e un vincolo trentennale. Nelle città dove il mercato è esploso, uno sconto del 33% su un canone fuori portata resta un canone fuori portata: la fascia grigia viene servita, chi sta sotto no. E alla scadenza del vincolo quegli alloggi torneranno al mercato.

Nel frattempo il Governo consente il riscatto degli alloggi Erp, cioè la vendita del patrimonio pubblico agli inquilini, riducendo uno stock già insufficiente. Nel passaggio parlamentare è poi sparito il veicolo «Patrimonio Casa» presso Cassa Depositi e Prestiti, che avrebbe dovuto dare al piano una gamba finanziaria pubblica. Il nuovo Fondo di garanzia per la morosità incolpevole negli alloggi Erp, 22 milioni nel 2026, è finanziato riducendo il fondo per gli inquilini morosi incolpevoli già esistente e alimentato con una quota dei canoni pagati dagli stessi inquilini Erp: i poveri che assicurano altri poveri. Per il 2027 lo stanziamento crolla da 20 a 2 milioni. Il Fondo nazionale di sostegno all’affitto, lo strumento che aiutava centinaia di migliaia di famiglie a reggere il canone, è stato azzerato e mai più ripristinato in modo strutturale. In compenso si accelerano gli sfratti.

Rigenerazione urbana: il social housing come sottoprodotto del cemento

Il progetto di legge regionale sul social housing, oggi in commissione Territorio, conferma la stessa logica. La misura più concreta è che, nei progetti di rigenerazione, il 40% della volumetria aggiuntiva concessa al privato vada ad alloggi sociali. Significa che la casa accessibile esiste solo se il privato ottiene nuovi volumi: l’offerta sociale diventa il sottoprodotto di premialità edificatorie, in una regione che, con la LR 14/2017 e le sue deroghe, continua a consumare suolo. Le agenzie per l’abitare sono uno strumento utile, ma senza risorse pubbliche e senza leve sugli sfitti privati resteranno sportelli che incrociano una domanda enorme con un’offerta minima. Tutto questo mentre Palazzo Balbi tiene fermi 180 milioni di avanzo non allocati: la Giunta Stefani sceglie di mettere sulla casa meno di un terzo di quella somma, in piena continuità con l’era Zaia, quando l’edilizia pubblica era un capitolo residuale.

Verona, dove il mercato ha già deciso

A Verona gli effetti di queste scelte sono visibili. Le strutture per locazioni turistiche sono passate da poche decine a oltre quattromila in un decennio, concentrate per il 60% nel centro storico, sottraendo alloggi alla residenza stabile. Gli studentati finanziati dal PNRR hanno vincoli di prezzo calmierato di soli dodici anni, dopo i quali tornano rendita piena. Il Comune prova a governare il fenomeno con la Variante 70 al Piano degli Interventi, ma senza una regolazione nazionale degli affitti brevi e senza risorse regionali adeguate gli strumenti urbanistici locali possono solo contenere, non invertire, la tendenza.

Cosa servirebbe davvero

Una politica della casa degna di questo nome dovrebbe partire da alcune scelte chiare. Primo, un programma pluriennale per recuperare tutti gli ottomila alloggi Erp sfitti del Veneto, con un cronoprogramma pubblico per Ater e per Comune, finanziato anche con l’avanzo regionale. Secondo, lo stop alla vendita del patrimonio pubblico e vincoli permanenti, non a scadenza, sugli alloggi realizzati con risorse o premialità pubbliche. Terzo, il ripristino strutturale del Fondo affitti e un fondo per la morosità incolpevole che non sia pagato dagli inquilini più poveri. Quarto, canoni definiti prima dei bandi e commisurati ai redditi reali, non ai valori di mercato. Quinto, una legge nazionale sugli affitti brevi che dia ai Comuni poteri effettivi di limitazione. Finché la casa resterà un mercato da scontare anziché un diritto da garantire, Governo e Regione continueranno a presentare come svolte epocali provvedimenti che spostano solo di qualche decimale un problema che riguarda milioni di persone.


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