Lavorava 13 ore al giorno Lorenzo S., 68 anni, nel ruolo di dirigente d’azienda. A Milano, dove vive ancora dopo la pensione, arrivata un anno fa. Un traguardo atteso e desiderato che tuttavia ha portato grandi cambiamenti nella sua vita e non tutti positivi. “Per quarant’anni mi sono definito attraverso il mio lavoro”, racconta nella sua lettera. “Ero quello che prendeva decisioni, risolveva problemi e a cui tutti chiedevano un consiglio. Pensavo che la pensione sarebbe stata una liberazione. Invece, dopo pochi mesi, mi sono accorto che con il telefono sempre muto, che non squillava più, le giornate sembravano infinite. Soprattutto, non mi riconoscevo più in un ruolo, come se senza di esso non sapessi chi fossi. Mi sentivo invisibile”.
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Quando il lavoro diventa identità “Per quasi tutta la mia vita ho vissuto per il lavoro. Entravo in ufficio presto e ne uscivo tardi. Ero abituato a prendere decisioni, coordinare persone e sentire che la mia esperienza aveva un peso. Mi piaceva quella responsabilità. Mi dava un’identità, per forza di cose, perché di coltivare altre passioni o hobby proprio non avevo mai avuto tempo. Però quando è arrivata la pensione sono stato contento. Pensavo che quel tempo lo avrei recuperato e tenuto tutto per me, che mi sarei finalmente dedicato un po’ a mia moglie e a tutte le cose che avevo rimandato per anni. In effetti, i primi tempi sono stati piacevoli, finché l’effetto novità è passato, io mi sono ampiamente riposato, e quindi annoiato. Il telefono non squillava più. Le persone che prima aveva bisogno di me ogni giorno avevano smesso di chiamarmi. Mi sono reso conto che il mondo andava avanti benissimo anche senza di me. All’inizio mi dicevo ‘è normale’, ma poi ho iniziato a sentirmi davvero male, inutile. Passavo ore davanti alla televisione senza seguirla davvero. Anche mia moglie si accorgeva che ero diventato più silenzioso e irritabile. Non era la mancanza del lavoro a farmi stare male. Era la sensazione di non servire più a nessuno”.
Investire in un progetto comune: l’orto condiviso “Un giorno un mio amico, Claudio, mi ha invitato a un incontro per partecipare al progetto di un orto urbano condiviso. Non avevo mai coltivato niente in vita mia, mi sembrava un’idea bizzarra, ma vista l’insistenza di Claudio, ho deciso di provare. Pensavo di occupare qualche mattina. In realtà mi sono ritrovato un mondo completamente diverso da quello che avevo sempre frequentato prima. C’erano pensionati, studenti, giovani famiglie e persone che avevano semplicemente voglia di stare insieme. Lì nessuno sapeva che lavoro avessi fatto. Nessuno era interessato al ruolo che avevo ricoperto. Contava solo dare una mano. All’inizio facevo fatica. Ero abituato a dirigere, non a collaborare. Mi sorprendevo a voler dire agli altri come fare le cose e solo dopo un bel po’ di tempo, lentamente, ho imparato ad ascoltare. Ho scoperto che anche chi aveva vent’anni meno di me poteva insegnarmi qualcosa. E io, senza nemmeno accorgermene, ho iniziato a trasmettere la mia esperienza in modo completamente diverso. Non dando ordini, ma rendendomi disponibile”.
Essere utili vale più che essere importanti “Oggi continuo a frequentare quell’orto ogni settimana. Coltiviamo verdure che vengono condivise anche con alcune famiglie in difficoltà del quartiere e organizziamo giornate aperte alle scuole. La cosa più bella è che non sento più il bisogno di dimostrare chi sono stato. Mi basta sapere quello che posso ancora fare oggi. Ho capito che per troppo tempo avevo confuso il rispetto con il potere. Pensavo che le persone mi apprezzassero perché occupavo una posizione importante. In realtà il riconoscimento più sincero è arrivato quando ho smesso di avere un ruolo e ho iniziato semplicemente a esserci. La pensione non mi ha tolto la mia identità. Mi ha costretto a costruirne una nuova, molto più autentica. Oggi non mi interessa più essere importante. Mi basta sentirmi utile. Ed è una sensazione che non provavo da tantissimi anni”.
Il commento della psicologa
“La storia di Lorenzo offre spunti profondi sulla transizione dal lavoro attivo alla pensione, rivelando una trasformazione psicologica che va oltre la mera questione temporale. Questo passaggio rappresenta una fase cruciale della vita, in cui l’individuo si trova a confrontarsi con la propria identità e il significato di “essere” in un contesto che cambia radicalmente. Per molti, il lavoro è molto più di una semplice occupazione; è un punto di riferimento, un’ancora psicologica”, spiega la dott.ssa Anna Merolle, psicologa, psicoterapeuta ed esperta di dinamiche relazionali.
“Lorenzo, un ex dirigente, ha vissuto per decenni in un mondo in cui il suo valore personale era definito dal suo ruolo professionale. La pensione, inizialmente vista come un’opportunità di libertà, si è rivelata una fonte di ansia e smarrimento. La sua esperienza evidenzia l’importanza del riconoscimento e della connessione sociale che il lavoro fornisce. Lavorare conferisce un senso di scopo. Quando Lorenzo ha smesso di ricevere chiamate e richieste, ha avvertito una profonda perdita di significato. Il lavoro offre anche una rete sociale. La mancanza di interazioni quotidiane ha amplificato la sua sensazione di invisibilità.
La svolta avviene quando Lorenzo accetta di partecipare a un orto urbano. Qui, lontano dalle dinamiche di potere e riconoscimenti professionali, scopre un nuovo modo di essere. Questo cambiamento di contesto gli ha permesso di riconnettersi con la comunità. L’orto diventa un luogo di incontro, dove la sua esperienza non è più centrata sull’autorità, ma sulla condivisione e l’ascolto. Lorenzo realizza che anche chi è più giovane ha qualcosa da offrire. Questo scambio intergenerazionale arricchisce la sua vita e quella degli altri. Il cuore della sua storia sta in una consapevolezza semplice ma radicale: è più importante sentirsi utili che sentirsi importanti. Lorenzo scopre che il valore personale non dipende da un titolo, da una posizione o dal prestigio sociale, ma dalla possibilità di contribuire concretamente alla vita degli altri e di essere presente nelle relazioni. La gratitudine che riceve quando aiuta qualcuno nell’orto gli appare più autentica degli applausi e dei riconoscimenti ottenuti in passato. In quel momento non sta più difendendo un ruolo, ma sta costruendo un legame.
Per questo la pensione, nella storia di Lorenzo, non coincide con una fine. Diventa piuttosto l’inizio di una nuova fase esistenziale, in cui l’identità non è più fondata sul potere o sulla produttività, ma su valori più autentici: la relazione, la condivisione, l’ascolto e il senso di appartenenza a una comunità”.
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