Il welfare italiano aiuta chi sa chiedere, non chi ne ha più bisogno


L’Inps ha pubblicato il 16 settembre un report che contiene un numero che chi scrive la legge di bilancio non dovrebbe ignorare. A luglio l’assegno unico, la misura che per definizione è universale, ha pagato in media centosettanta euro al mese per figlio. Ma 1.737.002 figli, quasi uno su cinque, hanno ricevuto il minimo, cinquantotto euro, perché la famiglia non aveva presentato l’Isee. Non tutte quelle famiglie hanno perso qualcosa. Una parte ha redditi alti e avrebbe comunque avuto diritto al minimo. Ma per una famiglia a reddito basso la differenza può arrivare a centosessantanove euro al mese per ogni figlio.

Il punto non è la distrazione delle famiglie. È un sistema che chiede ai cittadini di dimostrare ciò che lo Stato, in gran parte, sa già. L’Agenzia delle entrate conosce i redditi, l’anagrafe la composizione del nucleo, l’Inps i contributi e i sussidi in corso. Non tutto è disponibile o aggiornato: il patrimonio, le variazioni recenti, la composizione effettiva di una famiglia possono sfuggire o arrivare in ritardo. Ma è abbastanza per proporre, e il resto può correggerlo il cittadino. Esiste perfino un Isee precompilato. Ma bisogna chiederlo.

Prendiamo Davide. Ha trentacinque anni, un figlio, un contratto a termine che scade a fine mese. Il giorno in cui il contratto finisce, il datore di lavoro lo comunica allo Stato. In quel momento l’amministrazione sa che il reddito di Davide sta per crollare e che probabilmente ha diritto alla Naspi e a un assegno più alto. Non gli dice niente. Tocca a lui scoprirlo, tra un sito, un patronato e un call center.

Il welfare italiano non raggiunge chi ha diritto. Raggiunge chi sa chiedere. Un diritto che bisogna scoprire da soli non è un diritto esigibile. È una lotteria. E vincono i più informati. L’assegno unico, del resto, è costruito sul principio giusto, prestazioni per tutti graduate secondo il bisogno. Ma se la graduazione dipende da un modulo, la misura pensata per dare di più a chi ha di meno finisce per dare di meno a chi è meno attrezzato per chiedere. Il diritto di cittadinanza che dovrebbe permettere di correggere diseguaglianze esistenti funziona così per chi è più attrezzato. E chi ha maggiore bisogno resta indietro.

Il rovesciamento è già stato fatto una volta. Da oltre dieci anni la dichiarazione dei redditi arriva precompilata. Il fisco propone, il contribuente corregge o conferma. Applicato al welfare, il metodo significa tre cose. Un Isee calcolato d’ufficio ogni anno, con cui chi non risponde riceve l’importo stimato sui dati disponibili e non il minimo. Una verifica automatica dei diritti a ogni evento che lo Stato registra, come una nascita o la fine di un contratto, seguita da una proposta che il cittadino è libero di accettare. E un operatore responsabile per i casi complessi, invece di quattro sportelli che non si parlano.

Qui entra l’intelligenza artificiale, ed è qui che bisogna stare attenti. Nei Paesi Bassi un sistema automatizzato ha segnalato per anni come sospetti migliaia di beneficiari degli assegni per l’infanzia, e lo Stato ha chiesto indietro somme che molte famiglie non dovevano. Nel 2021 lo scandalo ha portato alle dimissioni del governo. Era un algoritmo costruito per cercare i truffatori tra i poveri. La regola che proponiamo è l’opposto, ed è asimmetrica per scelta: l’algoritmo può proporre un diritto, ma non può negarlo, sospenderlo o revocarlo. Ogni decisione che toglie qualcosa a qualcuno la prende una persona, con una motivazione scritta che si può contestare.

Ma una regola scritta da chi governa può essere cambiata da chi governa. E qui il welfare proattivo incontra la questione più grande. Dal 30 settembre al 4 ottobre si tiene la Milano Digital Week, e il Comune presenterà l’Ecosistema digitale urbano, una piattaforma per far circolare i dati prodotti dai servizi della città secondo regole di governance definite. È una buona notizia. Ma se la governance resta in capo al Comune, abbiamo costruito un tubo migliore senza decidere di chi è l’acqua.

Le istituzioni liberali si disegnano pensando al successore peggiore, non al titolare migliore. Un sindaco resta in carica cinque anni, al massimo dieci. Un archivio che sa chi ha chiesto un sussidio resta per sempre. I dati possono essere catturati dalla politica, ma anche dal mercato: dai fornitori che progettano i sistemi e finiscono per essere gli unici a capirli. L’Europa lo ha visto con Gaia-X, il progetto franco-tedesco per un’infrastruttura europea dei dati: idea giusta, governance debole, e alla fine condizionato dalle piattaforme da cui voleva emanciparsi. Un bene comune senza regole di governo diventa il bene di qualcuno.

Per questo, nel primo articolo di questa serie, abbiamo proposto una mutualità cittadina dei dati: un’istituzione a cui i cittadini conferiscono le proprie informazioni perché lavorino nel loro interesse. Il welfare proattivo è il suo primo banco di prova. Ci sono informazioni che lo Stato non ha, o ha in ritardo: un reddito crollato nell’ultimo mese, un genitore anziano da assistere, spese di cura che nessuna banca dati registra. Conferirle a un’istituzione governata dai cittadini, e non direttamente allo sportello che eroga, permette una verifica più completa dei propri diritti senza temere che vengano usate contro chi le ha date.

Perché ci si possa fidare, l’istituzione deve reggersi su regole scritte prima di raccogliere un solo dato. Sono i dati che abbiamo diritto ad usare per nostre finalità. Così come all’inizio del secolo scorso l’energia dell’epoca, l’energia elettrica, fu municipalizzata per essere messa a disposizione di tutti, oggi è la capacità della intelligenza artificiale, nuova energia attiva, che deve trovare una sede per essere usata a sostegno di tutti. Mettiamo a disposizione i nostri dati per un uso collettivamente utile. Le finalità ammesse sono pubbliche, e alcuni divieti non sono negoziabili: niente profilazione commerciale, niente controllo dei singoli, niente sanzioni contro chi conferisce. Il governo è affidato a un consiglio di sorveglianza composto da rappresentanti eletti dagli aderenti, esperti indipendenti scelti con procedure pubbliche e trasparenti, Comune, università e organizzazioni sociali. Nessuna componente ha la maggioranza da sola. Il Comune meno di tutte. I componenti rispondono delle proprie decisioni, hanno mandati limitati e sfalsati e sono soggetti a incompatibilità e revoca. La gestione quotidiana spetta invece a una direzione professionale selezionata per competenza. Gli algoritmi sono verificati da soggetti indipendenti e tutte le decisioni del consiglio, salvo ciò che deve restare riservato, sono pubbliche.

Un’assemblea periodica degli aderenti può discutere le finalità, proporre nuovi servizi e chiedere conto delle scelte compiute. Partecipazione, però, non significa accesso indiscriminato alle informazioni: chi rappresenta i cittadini governa le regole, non vede i dati dei singoli. Possono essere messi a disposizione di organizzazioni sociali per scopi comuni, nuove società di mutuo utilizzo dei dati per fornire nuovi servizi, sempre con il rispetto delle regole decise alla base del progetto municipale. Ciascuno vede i propri. Ogni aderente ha un registro personale, e il lunedì mattina Davide può leggere chi ha usato le sue informazioni, quando e per fare che cosa. Il diritto europeo sulle cooperative di dati offre già il primo mattone, anche se per gli archivi di Inps e Asl serviranno comunque una base legale e accordi con gli enti.

C’è infine una domanda che la prossima legge di bilancio non può eludere. Se lo Stato sa quanto guadagna una famiglia per tassarla, perché ha bisogno che la famiglia glielo ripeta per aiutarla?

Il welfare proattivo toglie anche lo stigma. Chi deve chiedere si sente un assistito. Chi riceve una proposta è il titolare di un diritto. Per molti anziani e per lavoratori che non hanno mai chiesto nulla, è questa differenza a decidere se un aiuto verrà usato oppure no.

Ma proattivo non deve significare soltanto digitale. Per molti anziani, per chi ha poca scuola alle spalle, non conosce bene l’italiano, vive con una disabilità, fa lavori precari o ha un accesso discontinuo a un telefono e a una connessione, una notifica sullo schermo non è ancora un diritto accessibile. La responsabilità principale sta nel disegno del servizio, non nel cittadino: linguaggio semplice, deleghe sicure a un familiare o a un operatore, piena accessibilità, e la possibilità di usare sempre il telefono e lo sportello. Accanto a questo, l’alfabetizzazione digitale deve diventare parte dell’infrastruttura del welfare, con percorsi gratuiti e continuativi nei municipi, nelle biblioteche e nei luoghi di prossimità, affiancati da operatori riconoscibili. La tecnologia deve ridurre il bisogno di intermediazione, non eliminare la relazione umana quando serve. Altrimenti alla vecchia disuguaglianza tra chi sa chiedere e chi no ne sostituiremo una nuova, tra chi sa usare il sistema e chi ne rimane fuori.

Ogni riforma vera ha dei perdenti, e il primo di questa nessuno lo nomina volentieri. Un welfare che raggiunge tutti potrebbe costare di più di uno che aspetta la domanda. Ma possiamo accettare che non si arrivi a dare di più a chi ha più bisogno? Si può decidere di finanziarli o di ridisegnare le misure, ma apertamente, non affidando la scelta alla capacità di compilare un modulo. Perdono i fornitori di sistemi chiusi e le piattaforme, che troverebbero davanti cittadini organizzati. E perde la tentazione di ogni amministrazione di trattare le informazioni dei cittadini come uno strumento di controllo sociale.

Reddito, lavoro, cura e servizi sono pezzi della stessa vita, e un welfare che li tratta come pratiche separate lascia cadere le persone negli spazi tra l’una e l’altra. Per evitarlo servono tre cose insieme: dati che si parlano, un governo democratico di quei dati e persone messe in condizione di usare i propri diritti. Manca una sola delle tre e le altre due non bastano. Tutto si tiene, o niente regge. Milano ha già costruito lo strato tecnico, e può essere la prima città europea a completarlo. Il passo più difficile è separarlo dallo strato di governo, che deve appartenere a chi i dati li produce.

Il fisco ci trova sempre. Il welfare deve imparare a fare lo stesso, e a rendere conto a qualcuno che non sia soltanto chi governa.

(Secondo di una serie di articoli. Qui la prima puntata)


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