Tre anni dopo aver salvato Credit Suisse, Ubs si ritrova al centro di un’altra partita che potrebbe ridisegnarne il futuro. Il voto con cui il Consiglio degli Stati ha imposto di coprire con capitale di qualità primaria il 90% delle partecipazioni estere ha riaperto un’ipotesi rimasta a lungo sullo sfondo, quella di una fusione con una banca straniera. Secondo il quotidiano Blick almeno otto istituti globali avrebbero già manifestato interesse.
È l’ultimo capitolo di una vicenda iniziata con l’acquisizione della rivale, che ha trasformato Ubs nell’unica grande banca sistemica del Paese e spinto Berna a chiederle miliardi di capitale in più. La lista dei possibili partner, per dimensioni, è limitata, e resta aperta la questione della reale fattibilità di un’operazione che nella piazza finanziaria svizzera suscita già diversi timori.
In questo articolo:
- Ubs, otto possibili pretendenti
- Dal salvataggio di Credit Suisse alla stretta sul capitale
- Ubs e la partita del capitale giocata in Parlamento
- Chi ha le dimensioni per un’operazione con Ubs
- I timori della piazza svizzera
Ubs, otto possibili pretendenti
La notizia è arrivata domenica. Il quotidiano svizzero Blick ha riferito, citando una fonte interna a conoscenza del dossier, che almeno otto istituzioni finanziarie globali avrebbero manifestato interesse per una possibile fusione con Ubs e si sarebbero dette disponibili ad avviare un confronto con i vertici della banca. Un portavoce della banca ha dichiarato che Ubs non commenta speculazioni o opinioni sull’argomento. Ad ogni modo, la notizia segue di due giorni quella data dal media statunitense Semafor, secondo cui il management avrebbe ripreso le discussioni su come ridurre l’esposizione alla regolamentazione svizzera, anche attraverso una fusione con un concorrente estero.
Nel fine settimana è intervenuta anche la ministra delle Finanze Karin Keller-Sutter, secondo la quale è improbabile che Ubs lasci la Svizzera, in quanto il trasferimento della sede costerebbe più delle nuove norme sul capitale e comporterebbe notevoli complicazioni legali. Il nodo della sede è anche quello che rende la vicenda politicamente sensibile, perché una fusione imporrebbe di stabilire dove collocare il quartier generale del nuovo gruppo.
Intanto le indiscrezioni hanno portato il titolo, nella giornata di venerdì, a chiudere in rialzo di circa il 3,5% alla Borsa svizzera.
Dal salvataggio di Credit Suisse alla stretta sul capitale
Per capire come si sia arrivati a parlare di una fusione bisogna tornare al marzo 2023, quando il crollo di Credit Suisse ha costretto le autorità svizzere a organizzare un salvataggio d’urgenza affidato a Ubs. Sergio Ermotti è rientrato alla guida del gruppo con il compito di integrare la rivale. L’integrazione è in fase avanzata, con clienti migrati e unità svizzere fuse, e dovrebbe concludersi entro la fine del 2026, generando sinergie per miliardi.
La stessa operazione che ha rafforzato Ubs ne ha cambiato la posizione agli occhi del regolatore. Dall’acquisizione è nata l’unica grande banca svizzera di rilevanza sistemica. Il fallimento di Credit Suisse ha spinto il governo a rivedere le regole sugli istituti “too big to fail“ con l’obiettivo di ridurre al minimo il rischio che lo Stato debba intervenire di nuovo in caso di crisi. Il conto per Ubs è già iniziato, con circa 15 miliardi di dollari di capitale aggiuntivo richiesti come conseguenza dell’acquisizione. Le nuove proposte alzerebbero ulteriormente l’asticella. Anche la discussione sulle obbligazioni AT1 porta il segno di quella vicenda, dopo l’azzeramento dei titoli di Credit Suisse nel 2023.
Di fronte a questa traiettoria, i vertici hanno scelto la linea dell’opposizione. Ermotti e il presidente Colm Kelleher si sono opposti a ogni inasprimento dei requisiti che colpiscono direttamente le partecipazioni nelle filiali estere: più ampia è la presenza internazionale del gruppo, maggiore è il capitale da accantonare. Una via per ridurre l’onere sarebbe ridimensionare le attività fuori dalla Svizzera, ma l’amministratore delegato ha più volte escluso un ritiro dai mercati internazionali, difendendo il modello diversificato e la presenza globale della banca. Alla vigilia del voto del Consiglio degli Stati sui nuovi requisiti, Kelleher aveva avvertito che la banca avrebbe potuto riconsiderare la propria sede svizzera in caso di norme troppo rigide.
Ubs e la partita del capitale giocata in Parlamento
La revisione delle regole ha preso forma su più livelli. In aprile il Consiglio federale ha modificato l’Ordinanza sull’adeguatezza patrimoniale, con un impatto sul CET1 di Ubs stimato in circa 2 miliardi di dollari a livello standalone e 4 miliardi a livello consolidato, a partire dal 2027. Al Parlamento ha poi trasmesso una proposta che prevede la deduzione integrale dal CET1 delle partecipazioni nelle filiali estere. Secondo il governo la misura richiederebbe circa 20 miliardi di dollari di capitale aggiuntivo e porterebbe il coefficiente CET1 dal 14,7% a circa il 18,4%.
Il Consiglio degli Stati ha scelto una via intermedia rispetto al governo, ma più severa di quella indicata dalla propria commissione, che aveva proposto una copertura al 50% con CET1 e al 50% con obbligazioni AT1. Lo scorso 23 settembre l’aula ha approvato con 29 voti favorevoli e 16 contrari la proposta di Peter Hegglin, che impone una copertura del 90% con CET1. Ubs stima di dover detenere circa 16 miliardi di dollari di capitale aggiuntivo, oltre ai 2 già previsti, e ha annunciato che contesterà le norme davanti al Consiglio nazionale, considerato ancora più critico verso la piazza finanziaria.
Alla pressione politica si somma quella della vigilanza. La Finma ha dedicato a Ubs oltre un terzo dei controlli condotti su 113 istituti e ha giudicato il suo piano d’emergenza formalmente conforme ma non attuabile nella pratica, mentre insieme alla Banca nazionale svizzera avrebbe sollecitato un rafforzamento del capitale primario per circa 10 miliardi di dollari.
Chi ha le dimensioni per un’operazione con Ubs
Al di là del confronto politico, la fattibilità di un’operazione passa dalle dimensioni. Al 25 settembre la capitalizzazione di Ubs si attestava a circa 155,2 miliardi di dollari. Tra i possibili pretendenti, Blick cita tre nomi già circolati sui portali finanziari: Morgan Stanley, Deutsche Bank e Standard Chartered. I rapporti di forza sono molto diversi. A fine giugno 2026 Morgan Stanley capitalizzava circa 329,7 miliardi di dollari, circa il doppio di Ubs (162,5 miliardi), mentre Deutsche Bank valeva 56,6 miliardi di euro e Standard Chartered circa 44,7 miliardi di dollari.
Interpellato da Borsa&Finanza, Luca Discacciati, analista di Cambiavalute.ch, allarga il perimetro dei possibili candidati: “Se guardiamo esclusivamente alle dimensioni, Morgan Stanley è probabilmente uno dei nomi più comprensibili tra quelli circolati, mentre Deutsche Bank e Standard Chartered hanno una capitalizzazione inferiore a Ubs e quindi si tratterebbe più propriamente di ipotizzare una fusione che un’acquisizione di Ubs. Al di fuori dei nomi citati da Blick, gruppi come JPMorgan, Bank of America o Hsbc avrebbero certamente la scala necessaria per un’operazione del genere, ma questo non significa che esista un interesse concreto”.
Tuttavia, dalla scala alla fattibilità il passo è lungo, e lo stesso analista invita a leggere le indiscrezioni con prudenza: “Le indiscrezioni su possibili aggregazioni internazionali vanno prese con molta cautela. Ubs non è soltanto una grande banca: è oggi l’unica grande banca svizzera con una presenza realmente globale ed è un istituto di rilevanza sistemica per la Confederazione. Per questo ritengo difficile immaginare una sua acquisizione da parte di una banca straniera, soprattutto se l’operazione comportasse lo spostamento del centro decisionale fuori dalla Svizzera. Le implicazioni politiche e regolamentari sarebbero enormi. Un merger internazionale può rappresentare teoricamente un’alternativa strategica, ma trasformarlo in un’operazione realmente realizzabile sarebbe estremamente complesso”.
I timori della piazza svizzera
Oltre alla fusione, le alternative a disposizione di Ubs sono limitate. La banca potrebbe ridimensionare o cedere parte delle attività estere, tra cui la divisione statunitense di gestione patrimoniale e una quota dell’investment banking, una strada difficilmente compatibile con la strategia di crescita globale difesa finora dal management.
Un’eventuale aggregazione con un gruppo straniero divide invece il settore. Secondo le voci raccolte da Blick, una parte degli operatori ritiene irrilevante un controllo statunitense della banca. Un’altra teme che un azionista di maggioranza estero si concentri sulla redditizia gestione patrimoniale, trascurando retail banking, corporate banking e mutui, comparti essenziali per le Pmi e per la popolazione.
Una fonte ha evocato possibili ripercussioni sul mercato dei capitali svizzero, con la necessità di un intervento della banca centrale, oltre alla perdita di miliardi di entrate fiscali e di sponsorizzazioni per sport e cultura.
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