#Finsubito news dalla rete – Piano Mattei, il nodo del debito passa dal Fondo per il clima


Buona parte dell’iniziativa del governo italiano per l’Africa passa per prestiti che rischiano di appesantire il fardello di una regione già sotto forte stress debitorio

La spesa per l’azione climatica negli Stati più vulnerabili soccombe sotto il peso dei pagamenti dovuti ai creditori

Il Piano Mattei, promessa di partenariato «alla pari» con i paesi africani lanciato dal governo italiano nel 2024, rischia di tradursi in nuovi oneri finanziari per economie che hanno già margini di spesa ridotti.

È quanto ha denunciato ActionAid durante l’ultima audizione parlamentare sull’attuazione del Piano, in cui il governo ha fatto il punto su: progetti avviati, partner coinvolti, risorse mobilitate.

L’organizzazione ha posto l’attenzione soprattutto sul modo in cui gli interventi vengono finanziati: una parte consistente delle risorse passa infatti attraverso prestiti e altri strumenti che prevedono un rimborso o un ritorno economico all’Italia e che, quando assumono la forma di credito, possono contribuire ad aumentare l’indebitamento dei paesi destinatari.

Parlare di Piano Mattei significa quindi valutare non soltanto quanti miliardi il programma riesca a mobilitare, ma anche in quale forma queste risorse arrivino ai paesi africani e quali effetti possano produrre sui loro bilanci.

Che genere di Fondo 

È qui che va aperto il capitolo sul Fondo italiano per il clima, una delle principali fonti di finanziamento del Piano. Istituito con la legge di bilancio per il 2022, è lo strumento pubblico italiano di riferimento per sostenere interventi di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico nei paesi in via di sviluppo.

Si inserisce nel sistema internazionale della finanza climatica, fondato sul principio delle responsabilità comuni ma differenziate: gli Stati hanno contribuito in misura diversa alla crisi climatica e dispongono di capacità economiche differenti.

Per questo, come ribadito dall’Accordo di Parigi del 2015, spetta ai paesi sviluppati fornire risorse finanziarie a quelli in via di sviluppo per sostenere la riduzione delle emissioni e l’adattamento agli effetti del riscaldamento globale.

La dotazione complessiva del Fondo è oggi di 4,4 miliardi di euro. Almeno il 70% è stato riservato agli interventi collegati al Piano Mattei e, nella programmazione 2025-2029, questa quota supera i 2,6 miliardi.

Ma il Fondo è in larga parte rotativo: significa che circa il 95% delle risorse viene impiegato attraverso strumenti che prevedono un ritorno finanziario. Solo una quota molto più limitata delle risorse, però, può essere concessa a fondo perduto.

Per ActionAid il punto è questo: quando il sostegno destinato a economie già fortemente indebitate assume la forma di nuovi prestiti invece che di sovvenzioni, può restringere ulteriormente lo spazio disponibile nei bilanci pubblici per sanità, istruzione, protezione sociale e politiche climatiche.

L’architettura rotativa del Fondo pone anche una questione sulla tipologia di interventi che risultano più adatti ad accedere alle risorse. La Corte dei conti, in una relazione del maggio 2026, ha rilevato la difficoltà di individuare, soprattutto nei paesi africani, progetti capaci di garantire ritorni economici compatibili con un meccanismo di restituzione dei crediti.

Il rischio è che questo modello favorisca i progetti in grado di produrre ricavi e renda invece più difficile finanziare alcuni degli interventi di adattamento più necessari – dalla gestione dell’acqua alla protezione dal dissesto idrogeologico – che producono benefici pubblici fondamentali, ma non necessariamente entrate con cui ripagare un prestito, come previsto invece dalla struttura rotativa del Fondo.

A una conclusione simile arriva anche un’analisi dell’Istituto Affari Internazionali (IAI): nei paesi più fragili e vulnerabili agli effetti della crisi climatica, gli strumenti di mercato e gli investimenti privati possono contribuire alla finanza climatica, ma non sostituire i finanziamenti dell’aiuto pubblico allo sviluppo – a fondo perduto o a tassi agevolati – che sono necessari per sostenere servizi essenziali e interventi di adattamento.

L’integrazione del Fondo nel Piano Mattei ne ha inoltre ampliato il perimetro di utilizzo. Per la quota destinata al Piano, la percentuale minima riservata ai progetti in cui il contrasto al cambiamento climatico costituisce l’obiettivo principale è stata ridotta dall’80 al 50%.

L’altra metà può essere impiegata per interventi in cui quello climatico è classificato come obiettivo «significativo»: ovvero un elemento esplicito e rilevante del progetto, ma non la sua finalità principale.

Per ActionAid, questo allargamento rischia di spostare una parte delle risorse verso iniziative meno direttamente legate alla funzione per cui il Fondo era stato istituito.

Crisi concentriche 

A mostrare il legame tra finanza climatica e pressione sui conti pubblici è anche il rapporto “Il debito alimenta la crisi climatica: come circolano i flussi finanziari”, realizzato da ActionAid in collaborazione con Development Finance International, organizzazione specializzata nell’analisi del debito e della finanza per lo sviluppo.

Lo studio, pubblicato nel settembre 2026, prende in esame i 65 paesi che rientrano nel terzo più vulnerabile agli effetti del cambiamento climatico: il 93,5 % è già in una situazione di sovraindebitamento o presenta un rischio significativo di entrarvi.

In questi Stati il servizio del debito – cioè il capitale e gli interessi versati ai creditori – vale complessivamente quasi 25 volte la spesa destinata all’azione climatica e assorbe il 65% delle loro entrate pubbliche combinate.

Il divario emerge anche mettendo a confronto i flussi finanziari. Secondo ActionAid, nel 2026 i paesi del Sud Globale pagheranno quasi 9.000 miliardi di dollari per il servizio del debito. Le sovvenzioni climatiche messe a disposizione dai paesi ricchi ammontano invece, all’ultimo dato disponibile riferito al 2024, a 39 miliardi di dollari.

Si tratta di cifre relative ad anni e categorie diverse e quindi non direttamente comparabili, ma il confronto restituisce comunque la sproporzione tra i due flussi: il servizio del debito è circa 225 volte superiore alle sovvenzioni climatiche ricevute.

A questo si aggiunge un altro elemento: secondo ActionAid, circa due terzi della finanza climatica fornita dai paesi ricchi arrivano sotto forma di prestiti o di altri strumenti che possono generare nuovo debito.

La questione riguarda anche gli Stati coinvolti nel Piano Mattei. Secondo ActionAid, 11 dei suoi 18 paesi prioritari sono considerati fortemente indebitati e 9 rientrano tra i paesi meno sviluppati secondo le classificazioni ONU.

In Senegal, per esempio, nel 2026 il servizio del debito supera di oltre 600 volte quanto stanziato per l’azione climatica. In Mozambico il rapporto è di 117 a 1.

La riconversione 

Per arginare la questione del debito, il governo italiano ha annunciato nel 2025 il programma Debt Relief for Africa, uno strumento di conversione dei crediti che alcuni paesi devono restituire all’Italia.

La conversione riguarda circa 269 milioni di euro su un arco di dieci anni. Per i paesi meno sviluppati la conversione sarà integrale, mentre per quelli a reddito medio riguarderà il 50 per cento delle obbligazioni: le somme che non verranno versate all’Italia dovranno essere destinate a programmi di sviluppo locale.

Lo scorso febbraio, ad Addis Abeba, la premier Meloni ha anche annunciato delle clausole di sospensione del debito per i paesi africani colpiti da calamità naturali, da aggiungere alla riconversione.

Questo passaggio è citato anche nella terza relazione annuale al Parlamento dello scorso luglio, senza che vengano però forniti ulteriori dettagli. 

Più in generale, secondo ActionAid, restano diversi elementi da chiarire, a partire dai paesi effettivamente coinvolti nei piani di riconversione e dai progetti che verranno finanziati.

Il confronto tra le dimensioni dei due interventi – il programma Debt Relief for Africa e gli investimenti del Piano Mattei – pur riguardando strumenti diversi per logica e obiettivi, aiuta a capire quale peso abbiano, nell’architettura finanziaria complessiva, le misure di alleggerimento del debito rispetto a quelle basate su investimenti e finanziamenti.

Il programma di conversione del debito vale 269 milioni di euro distribuiti nell’arco di dieci anni. Al 30 giugno 2026, invece, il Comitato tecnico del Fondo italiano per il clima aveva già deliberato 15 interventi in Africa per circa 1,2 miliardi di euro.

Questo non significa che l’intero ammontare deliberato si traduca automaticamente in nuovo debito per i paesi destinatari, ma il punto sollevato da ActionAid riguarda piuttosto la composizione di queste risorse e, in particolare, il peso degli strumenti che prevedono un rimborso o un ritorno finanziario rispetto alle somme erogate a fondo perduto.




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