La Commissione invia un parere motivato: l’Italia ha due mesi per presentare il piano o rischia il deferimento alla Corte
L’Italia rischia di finire davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea perché non ha ancora presentato il Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici, il documento con cui deve spiegare a Bruxelles come intende applicare la direttiva “Case green”: quali edifici riqualificare, con quali misure, quanti investimenti e con quali risorse. La scadenza era il 31 dicembre 2025.
Il 1° ottobre 2026 la Commissione europea ha quindi fatto avanzare la procedura d’infrazione aperta a marzo e inviato all’Italia un parere motivato. Roma ha ora due mesi per presentare il piano e mettersi in regola. Dopo, il fascicolo può finire davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea.
Lo dice direttamente la Commissione europea nel pacchetto infrazioni del 1° ottobre. Il documento che manca è la prima proposta del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici, uno degli strumenti previsti dalla direttiva europea sulla prestazione energetica degli edifici, la EPBD diventata nel dibattito italiano semplicemente “direttiva Case green”.
Dentro devono esserci la fotografia del patrimonio immobiliare italiano, gli obiettivi al 2030, 2040 e 2050, le politiche previste, gli investimenti necessari e le fonti di finanziamento. La proposta deve inoltre essere preceduta da una consultazione pubblica nazionale. Insomma, il piano serve a mettere su carta come l’Italia pensa di accompagnare edifici pubblici e privati verso consumi più bassi e un patrimonio decarbonizzato entro il 2050. Lo schema e il calendario sono indicati dalla Commissione nella pagina dedicata ai piani nazionali di ristrutturazione.
Da 19 Paesi in ritardo ne sono rimasti nove
A marzo l’Italia era parecchio meno sola. La Commissione aveva aperto la stessa procedura contro 19 Stati membri che avevano mancato la scadenza del 31 dicembre, tra cui Francia, Germania, Svezia, Paesi Bassi e Portogallo, come risulta dal pacchetto infrazioni pubblicato a marzo.
Nel frattempo molti hanno consegnato. La Francia ha trasmesso il proprio piano ad aprile, la Germania a maggio; sono arrivati anche quelli di Portogallo e Svezia. Al 1° ottobre nel gruppo restano Belgio, Repubblica Ceca, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Ungheria, Malta, Polonia e Slovacchia. Nove su diciannove. Per loro Bruxelles è passata dalla lettera di costituzione in mora al parere motivato.
E intanto si avvicina un’altra scadenza. La proposta serviva anche a dare alla Commissione il tempo di esaminarla e formulare eventuali raccomandazioni. La versione definitiva del piano deve essere presentata entro il 31 dicembre 2026, come stabilisce la direttiva europea 2024/1275.
L’Italia arriva quindi a ottobre senza aver ancora consegnato la bozza che avrebbe dovuto aprire il confronto con Bruxelles. Il piano definitivo, invece, è atteso fra tre mesi.
Cosa prevede davvero la direttiva Case green
Qui conviene togliere subito di mezzo uno degli equivoci che hanno accompagnato la EPBD fin dalla sua approvazione. Per le abitazioni la direttiva non assegna automaticamente a ogni casa italiana una classe energetica da raggiungere entro il 2030.
La regola riguarda il consumo medio di energia primaria dell’intero patrimonio residenziale nazionale: dovrà diminuire di almeno il 16% rispetto al 2020 entro il 2030 e del 20-22% entro il 2035. Almeno il 55% di questa riduzione dovrà arrivare dagli interventi sul 43% degli edifici residenziali con le prestazioni peggiori. Sono gli Stati a decidere strumenti, interventi e traiettoria concreta, dentro i margini fissati dalla EPBD.
Ed è proprio qui che il piano italiano diventa necessario: deve spiegare quali edifici, quali misure, quanti investimenti e quali risorse permetteranno di arrivare a quei risultati. Senza quel documento gli obiettivi europei restano lì, mentre la strada italiana per raggiungerli è ancora da consegnare.
Tra due mesi non scatta automaticamente una multa
I due mesi indicati da Bruxelles vanno letti per quello che sono. Non parte una multa al sessantunesimo giorno. Se l’Italia non risponderà in modo soddisfacente e non presenterà il piano, la Commissione potrà decidere di deferire il caso alla Corte di giustizia dell’Unione europea. Per questa specifica procedura il comunicato del 1° ottobre indica proprio il possibile passaggio davanti alla Corte e non una sanzione finanziaria automatica alla scadenza dei due mesi.
Eventuali sanzioni economiche richiederebbero ulteriori passaggi della procedura europea. Il meccanismo è spiegato dalla Commissione nella guida alle procedure d’infrazione. Quindi parlare oggi di “sanzioni in arrivo” accorcia parecchio la strada. Il rischio immediato è un altro: il deferimento alla Corte UE se entro due mesi l’Italia continuerà a essere senza piano.
E c’è anche un’altra procedura sulle Case green
A complicare il quadro c’è un secondo fascicolo, distinto da questo. Il 15 luglio la Commissione ha aperto una procedura contro tutti e 27 gli Stati membri per la mancata piena trasposizione della direttiva EPBD nelle legislazioni nazionali entro il 29 maggio 2026, come spiega la Commissione europea.
Quella riguarda il recepimento delle nuove regole europee. La procedura avanzata il 1° ottobre contro Italia e altri otto Paesi riguarda invece una cosa molto più precisa: la mancata consegna della proposta di Piano nazionale di ristrutturazione. Le date, qui, fanno quasi tutto il lavoro. La proposta doveva arrivare entro il 31 dicembre 2025. Il piano definitivo va consegnato entro il 31 dicembre 2026. A ottobre, l’Italia deve ancora presentare il primo.
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