Il Pp è al 32,4% e il Psoe al 26,2%. I decreti sulla casa sono caduti il 2 ottobre 2026
Pedro Sánchez non ha più la maggioranza in Parlamento e il 5 ottobre 2026 ha convocato le elezioni anticipate in Spagna per domenica 29 novembre. Tutto nasce dalla bocciatura dei decreti sulla casa da parte del Congresso, mentre nel Paese crescevano le manifestazioni per gli affitti. Quali sono, oggi, i sondaggi politici in Spagna? Iniziamo da Vox, il partito di estrema destra di Santiago Abascal: la media dei sondaggi spagnoli aggiornata al 4 ottobre 2026 lo dà al 18,2%. Nell’aprile del 2019, quando entrava per la prima volta nel Parlamento nazionale, Vox aveva preso il 10% dei voti: in sette anni ha quasi raddoppiato i consensi.
Che cosa è caduto il 2 ottobre 2026
Il Congresso dei deputati ha respinto due decreti del governo sulla casa: il decreto legge 26/2026, con misure contro gli sfratti, un tetto del 2% agli aumenti degli affitti e nuove regole su affitti temporanei e per stanze, e il decreto legge 27/2026, che allungava i contratti d’affitto con proroghe di cinque o sette anni. In Spagna un decreto entra in vigore subito, ma il Congresso deve convalidarlo entro trenta giorni: questa volta lo ha bocciato dopo meno di una settimana, e i due decreti sono stati abrogati.
Il primo decreto è caduto con 178 voti contrari e 172 favorevoli, il secondo con 184 contrari e 166 favorevoli. Contro hanno votato il Partito popolare, Vox, Upn e i sette deputati di Junts, il partito indipendentista catalano di Carles Puigdemont; sul secondo decreto si sono aggiunti anche i nazionalisti baschi del Pnv e Coalición Canaria. Il paradosso è che i voti di Junts sono gli stessi che nel novembre 2023 avevano reso possibile l’investitura di Sánchez e che, dall’ottobre del 2025, il partito ha deciso di togliere al governo in via definitiva. Senza quei sette seggi la maggioranza non esiste più: da qui la decisione di tornare al voto.
Le piazze della casa non sono piazze pro-Sánchez
Il 3 e il 4 ottobre 2026 le manifestazioni per la crisi della casa si sono estese a decine di città spagnole, da Madrid e Barcellona a Valencia, Siviglia e Bilbao. A Madrid il Sindicato de Inquilinas, il sindacato degli inquilini, tiene dal 26 settembre un accampamento alla Puerta del Sol, nato dopo lo sfratto di una donna, Maricarmen, diventato un caso nazionale. Sono proteste contro il costo degli affitti, ma non a sostegno del governo: il loro slogan è «o cade il rentismo o cade il governo». I sindacati degli inquilini chiedono affitti più bassi, contratti a tempo indeterminato e misure contro la concentrazione delle case nelle mani dei grandi proprietari e dei fondi, e parlano già di uno sciopero generale per la casa.
Quanto costa un affitto in Spagna
A settembre 2026 l’affitto in Spagna costa in media 15,1 euro al metro quadro, il 5,6% in più rispetto a un anno prima, secondo il portale immobiliare idealista. A Madrid si arriva a 23,4 euro al metro quadro, a Barcellona a 20,1: per un appartamento di settanta metri quadri la differenza fra le due città vale più di duecento euro al mese.
Dalle due elezioni del 2019 alla legislatura finita
Il 2019 spagnolo è il precedente che tutti citano in questi giorni. Ad aprile 2019 il Psoe di Sánchez vinceva con 123 seggi, il Partito popolare crollava a 66 e Ciudadanos arrivava a 57. Socialisti e Unidas Podemos non trovavano l’accordo per il governo, e il 10 novembre 2019 si è tornati a votare.
Il secondo voto ha premiato soprattutto l’estrema destra. Come mostra il grafico in apertura, nel novembre 2019 il Psoe scendeva a 120 seggi e il Partito popolare risaliva a 89, ma il salto vero lo faceva Vox, che passava da 24 a 52 seggi e diventava il terzo partito del Paese. Alle urne è andato il 66,2% degli elettori, l’affluenza più bassa dalla fine del franchismo.
Quella seconda votazione ha prodotto il primo governo di coalizione spagnolo dai tempi della Seconda Repubblica, fra socialisti e Unidas Podemos, nato nel gennaio del 2020. Alle elezioni anticipate del 23 luglio 2023 il Partito popolare è arrivato primo con 137 seggi contro i 121 del Psoe, ma il 16 novembre 2023 Sánchez ha ottenuto di nuovo la fiducia grazie all’accordo con Junts, che ha portato alla legge di amnistia per i leader indipendentisti catalani.
Ciudadanos è sparito, Vox è tornato a crescere
Ciudadanos, il partito liberale che nell’aprile 2019 aveva 57 deputati, nel novembre dello stesso anno ne aveva solo 10 e alle elezioni del 2023 non si è nemmeno presentato, uscendo dal Parlamento.
Vox ha avuto un percorso diverso: 24 seggi nell’aprile 2019, 52 sette mesi dopo, 33 nel 2023 con il 12,4% dei voti. Oggi la media dei sondaggi lo colloca quasi sei punti sopra quel risultato. Il voto di destra che nel 2019 si divideva fra tre partiti oggi si divide fra due, e il secondo cresce.
Il Psoe può restare il primo partito?
Qui le fonti si dividono, e la differenza è enorme. La media ponderata dei sondaggi calcolata da PolitPro, aggiornata al 4 ottobre 2026, dà il Partito popolare al 32,4% e il Psoe al 26,2%, con Vox al 18,2% e Sumar all’11,9%. Partito popolare e Vox insieme superano il 50% dei voti.
Il Centro de Investigaciones Sociológicas (Cis), l’istituto pubblico spagnolo diretto da José Félix Tezanos, nel barometro di settembre, con interviste raccolte fra il 1° e il 4 settembre 2026, dice il contrario: Psoe al 31% e Partito popolare al 25,5%, con Vox al 16,6%. Il barometro del Cis, condotto su 4.042 intervistati, è l’unico sondaggio che tiene i socialisti davanti.
Prendendo il dato più solido, cioè la media di tutti gli istituti, la risposta alla domanda è no: il Psoe perderebbe il primato. E tradotti in seggi, provincia per provincia, i sondaggi privati danno a Partito popolare e Vox la maggioranza: l’ultimo, SocioMétrica per El Español, raccolto fra il 1° e il 3 ottobre 2026, assegna 143 deputati al Partito popolare, 106 al Psoe e 62 a Vox. Partito popolare e Vox arriverebbero così a 205 seggi, ben oltre i 176 che servono per la maggioranza assoluta. Gran parte di quei sondaggi, però, è stata raccolta prima della bocciatura dei decreti sulla casa e prima delle manifestazioni del fine settimana.
La legge elettorale è rimasta quella
Il sistema con cui si vota non è cambiato in sette anni, e conta quanto i sondaggi. Il territorio spagnolo è diviso in 52 circoscrizioni, una per ciascuna delle 50 province più le due città autonome di Ceuta e Melilla, e i 350 deputati vengono eletti con un sistema proporzionale, metodo D’Hondt e liste bloccate.
Ogni provincia ha diritto a un minimo di due seggi, mentre Ceuta e Melilla ne eleggono uno ciascuna; i restanti 248 sono assegnati in proporzione alla popolazione. La soglia di sbarramento è del 3% dei voti validi in ciascuna circoscrizione, ma il metodo D’Hondt applicato a circoscrizioni piccole la alza di parecchio: nelle province che eleggono tre o quattro deputati un partito sotto il 15% difficilmente prende un seggio. Per lo stesso motivo i partiti regionali, che a livello nazionale valgono l’1 o il 2%, nelle loro province eleggono deputati.
Il quarto voto in sette anni, con un’economia diversa
Il decreto di scioglimento del Parlamento, firmato il 5 ottobre, viene pubblicato il 6 ottobre 2026 sulla Gazzetta ufficiale spagnola: si vota domenica 29 novembre 2026, 54 giorni dopo come prevede la legge, con la campagna elettorale dal 13 al 27 novembre. Sarà il quarto voto politico in sette anni, dopo aprile 2019, novembre 2019 e luglio 2023.
C’è però una differenza rispetto al 2019, e sta nei conti. La disoccupazione spagnola, che nel 2019 restava sopra il 13% ed era la ferita aperta di ogni campagna elettorale, nel secondo trimestre del 2026 è al 9,87%, con 2 milioni 495mila disoccupati. Alla fine del 2025 la Spagna era scesa sotto il 10% per la prima volta dal 2008. La campagna che comincia non si gioca sul lavoro che manca, ma sulla casa che costa.
I dati si riferiscono al: 2019-2026
Fonti: Gazzetta ufficiale spagnola (Boletín Oficial del Estado); Ministero dell’Interno spagnolo, Istituto nazionale di statistica spagnolo (Ine);
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