L’Italia si prepara ad affrontare il biennio 2027-2028 con conti pubblici che, al netto della spesa per interessi, mostrano una capacità di tenuta significativa. Il dato più importante è il rafforzamento dell’avanzo primario: nel quadro a legislazione vigente il saldo positivo tra entrate e spese, esclusi gli interessi sul debito, passa da circa 28,8 miliardi di euro nel 2026 a 33,9 miliardi nel 2027 e 47 miliardi nel 2028. Nell’arco di due anni il miglioramento supera dunque i 18 miliardi di euro, mentre il deficit pubblico tendenziale si mantiene al 2,9% del Pil nel 2027 e scende al 2,7% nel 2028.
È quanto emerge da un’analisi del Centro studi di Unimpresa sulle prospettive della finanza pubblica italiana. La fotografia che emerge è quella di un sistema nel quale la gestione ordinaria delle risorse pubbliche continua a produrre un saldo positivo, nonostante l’aumento della spesa per interessi, la crescita delle prestazioni pensionistiche e la necessità di mantenere elevati gli investimenti. Nel quadro tendenziale, le entrate finali aumentano tra il 2026 e il 2028 di circa 46 miliardi, passando da 1.127 a 1.173 miliardi.
A sostenere questa dinamica contribuisce anche l’espansione del Pil nominale, che sale da 2.326 miliardi nel 2026 a 2.459 miliardi nel 2028, con un incremento di oltre 133 miliardi. Il passaggio più delicato riguarda il debito pubblico. Il rapporto debito/Pil, dopo il 138,1% del 2026, raggiungerebbe il 138,4% nel 2027 nel quadro tendenziale, per poi scendere al 137,7% nel 2028 e al 136,3% nel 2029. L’aumento temporaneo risente anche degli effetti di cassa dei crediti fiscali edilizi maturati negli anni precedenti.
L’inversione prevista dal 2028 costituisce uno degli elementi centrali della prospettiva di medio periodo. La valutazione richiede tuttavia una distinzione fondamentale. Lo scenario programmatico, che incorpora maggiori spese legate anche alla difesa e alla sicurezza energetica, prevede un deficit del 3,4% del Pil nel 2027 e del 3,2% nel 2028, valori superiori a quelli tendenziali. Anche in questo caso, tuttavia, il rapporto debito/Pil raggiungerebbe il massimo nel 2027, al 138,5%, per scendere al 137,9% nel 2028 e al 136,6% nel 2029. Il saldo primario programmatico rimarrebbe positivo, passando dallo 0,9% del Pil nel 2027 all’1,4% nel 2028. Il principale elemento rassicurante non è quindi l’assenza di pressioni sulla finanza pubblica, ma la capacità del bilancio di continuare a generare avanzi primari e di mantenere una traiettoria di riduzione del rapporto debito/Pil dal 2028 anche nello scenario che incorpora le nuove scelte di spesa.
Il costo crescente del debito, l’evoluzione della crescita economica e la concreta attuazione delle misure di bilancio rimangono fattori da monitorare, ma il quadro non descrive una finanza pubblica priva di strumenti di controllo.
«I numeri della finanza pubblica italiana meritano una lettura attenta, perché raccontano una situazione più rassicurante di quanto possa apparire osservando soltanto il livello del debito. Il Paese affronta due anni impegnativi, ma dispone di una base di entrate importante, di una gestione primaria in avanzo e di una prospettiva di riduzione del rapporto debito/Pil a partire dal 2028.
Sono elementi che devono essere valutati con equilibrio, senza sottovalutare i problemi ma anche senza alimentare allarmismi ingiustificati. Il dato sul quale vogliamo richiamare l’attenzione è l’avanzo primario. Significa che, prima di pagare gli interessi sul debito accumulato, lo Stato è in grado di coprire le proprie spese con le entrate. Nel quadro a legislazione vigente questo saldo potrebbe raggiungere 47 miliardi nel 2028, oltre 18 miliardi in più rispetto al 2026. È una dimostrazione concreta della capacità di tenuta della gestione ordinaria dei conti pubblici. Naturalmente non possiamo ignorare che il costo del debito continua a crescere e che le scelte programmatiche comportano un disavanzo superiore rispetto allo scenario a legislazione vigente. Ma anche incorporando le maggiori spese previste, il saldo primario resta positivo e il rapporto debito/Pil è atteso in discesa dal 2028. Questo è il dato che conta per valutare la direzione di marcia.
La credibilità finanziaria è un patrimonio nazionale. Per le imprese significa tassi di interesse più sostenibili, maggiore fiducia, accesso al credito e un contesto più favorevole agli investimenti. La stabilità dei conti pubblici non è quindi un esercizio contabile riservato agli specialisti: ha conseguenze dirette sull’economia reale e sulla vita delle aziende. La prossima legge di bilancio dovrà difendere questa credibilità, evitando di disperdere risorse in misure temporanee e privilegiando interventi capaci di aumentare la crescita. È proprio la crescita, insieme alla disciplina della spesa e alla continuità degli avanzi primari, la condizione più importante per rendere sostenibile il debito nel lungo periodo. La nostra valutazione è di fiducia prudente. L’Italia non ha davanti a sé un biennio privo di difficoltà, ma neppure una situazione nella quale le finanze pubbliche siano fuori controllo. La sfida consiste nel trasformare gli elementi di solidità già presenti nei conti in una traiettoria durevole di stabilità e sviluppo» commenta il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora.
Secondo il Centro studi di Unimpresa, che ha rielaborato dati del Documento programmatico di finanza pubblica, il biennio 2027-2028 rappresenta un passaggio particolarmente importante per la finanza pubblica italiana. Dopo la fase straordinaria caratterizzata dalla pandemia, dalla crisi energetica e dai grandi programmi di investimento, la gestione dei conti si trova ad affrontare contemporaneamente tre esigenze: preservare la stabilità finanziaria, sostenere la crescita economica e assorbire il progressivo aumento della spesa per interessi sul debito pubblico. La lettura dei dati disponibili consente di individuare diversi elementi di solidità, ma richiede di distinguere con precisione le dinamiche della gestione ordinaria dalle decisioni programmatiche che modificheranno il profilo del disavanzo.
Il primo elemento riguarda l’avanzo primario, cioè la differenza tra entrate e spese pubbliche al netto degli interessi. Nel quadro a legislazione vigente, il saldo positivo passa da circa 28,8 miliardi nel 2026 a 33,9 miliardi nel 2027 e 47 miliardi nel 2028. L’incremento complessivo supera i 18 miliardi in due anni. Il risultato indica che la gestione ordinaria continua a generare risorse nette e che il miglioramento non dipende esclusivamente dalla crescita nominale del Pil. È un dato significativo perché, per un Paese caratterizzato da un elevato debito pubblico, la capacità di produrre avanzi primari rappresenta una condizione necessaria per stabilizzare nel tempo il rapporto tra debito e prodotto. La dinamica delle entrate contribuisce in misura rilevante a questo risultato. Le entrate finali tendenziali passano da circa 1.127 miliardi nel 2026 a 1.151 miliardi nel 2027 e 1.173 miliardi nel 2028. L’aumento complessivo è di circa 46 miliardi. La crescita è accompagnata dall’espansione del Pil nominale, previsto a 2.326 miliardi nel 2026, 2.394 miliardi nel 2027 e 2.459 miliardi nel 2028. Tra il 2026 e il 2028 la dimensione nominale dell’economia aumenta dunque di oltre 133 miliardi. Una base economica più ampia contribuisce a sostenere il gettito fiscale e contributivo e, nello stesso tempo, rappresenta il denominatore sul quale viene misurata l’incidenza del debito.
Il miglioramento dei saldi non deriva da una riduzione generalizzata della spesa in valore assoluto. Le spese finali a legislazione vigente aumentano da 1.195,1 miliardi nel 2026 a 1.220,3 miliardi nel 2027 e 1.238,2 miliardi nel 2028. La crescita della spesa è quindi compatibile, nel quadro tendenziale, con il rafforzamento dell’avanzo primario, perché le entrate aumentano più rapidamente delle uscite al netto degli interessi. È questa la caratteristica centrale del processo di consolidamento: non una contrazione indiscriminata della presenza pubblica nell’economia, ma un miglioramento del rapporto tra risorse disponibili e impieghi.
La composizione della spesa permette di comprendere meglio le pressioni che il bilancio dovrà assorbire. Le prestazioni sociali passano da 471,1 miliardi nel 2026 a 488,2 miliardi nel 2027 e 501,1 miliardi nel 2028. All’interno di questo aggregato, la spesa pensionistica aumenta da 351,8 miliardi nel 2026 a 366,5 miliardi nel 2027 e 378,4 miliardi nel 2028. Si tratta di una crescita significativa, legata alle dinamiche demografiche, ai meccanismi di rivalutazione e all’evoluzione della platea dei beneficiari. Il fatto che il quadro tendenziale preveda comunque un avanzo primario crescente indica che queste pressioni risultano incorporate nelle proiezioni di base. Anche la sanità mantiene un profilo di spesa crescente. Le risorse previste passano da 148,8 miliardi nel 2026 a 151,7 miliardi nel 2027 e 155,6 miliardi nel 2028. L’incremento rispetto al 2026 è di circa 6,8 miliardi. La spesa sanitaria rimane attorno al 6,3% del Pil nel 2027 e nel 2028. La crescita degli stanziamenti nominali non equivale automaticamente a un miglioramento proporzionale dei servizi, perché occorre considerare inflazione, costo del personale e domanda sanitaria, ma mostra che il consolidamento tendenziale dei conti non si fonda su una riduzione nominale della spesa per la salute. Sul versante degli investimenti pubblici, la situazione è più articolata. Gli investimenti fissi lordi delle amministrazioni pubbliche sono previsti a 93,7 miliardi nel 2026, 92,2 miliardi nel 2027 e 88,5 miliardi nel 2028. Si registra dunque una flessione rispetto al picco del 2026, coerente con il progressivo esaurimento della fase più intensa degli interventi straordinari. Il livello rimane comunque superiore agli 88,6 miliardi registrati nel 2025 fino al 2027, mentre nel 2028 risulta sostanzialmente allineato. La questione decisiva non è quindi soltanto mantenere elevata la spesa, ma garantire continuità agli investimenti produttivi e migliorare la qualità della loro realizzazione.
La pressione maggiore sui saldi deriva dal costo del debito. La spesa per interessi passa da 96,9 miliardi nel 2026 a 103,7 miliardi nel 2027 e 112,3 miliardi nel 2028. In due anni l’aumento è di circa 15,4 miliardi. Rispetto al 2025, quando gli interessi ammontavano a 87,2 miliardi, l’incremento previsto al 2028 supera i 25 miliardi. In rapporto al Pil, gli interessi salgono dal 4,2% nel 2026 al 4,3% nel 2027 e al 4,6% nel 2028. È questo il principale fattore che limita la possibilità di trasformare integralmente l’avanzo primario in una riduzione del deficit complessivo. La distinzione tra saldo primario e indebitamento netto è dunque essenziale. Il saldo primario positivo indica che le entrate superano le spese escluse quelle per interessi; l’indebitamento netto resta negativo perché gli oneri finanziari assorbono più risorse dell’avanzo prodotto dalla gestione ordinaria. In termini economici, l’Italia presenta quindi una gestione primaria in attivo ma continua a registrare un deficit complessivo. Non si tratta di una contraddizione: è la conseguenza dell’elevato stock di debito accumulato.
Nel quadro tendenziale, l’indebitamento netto si colloca al 2,9% del Pil nel 2026 e nel 2027, per ridursi al 2,7% nel 2028 e al 2,2% nel 2029. Questo percorso mostra un consolidamento progressivo, pur in presenza di un aumento della spesa per interessi. L’avanzo primario, nello stesso scenario, sale dall’1,2% del Pil nel 2026 all’1,4% nel 2027, all’1,9% nel 2028 e al 2,5% nel 2029. Le scelte programmatiche modificano tuttavia questo quadro. L’attivazione di una flessibilità di bilancio per maggiori spese, con particolare riferimento alla difesa e alla sicurezza energetica, determina un aumento dell’indebitamento rispetto allo scenario a legislazione vigente. Nel 2027 il deficit programmatico raggiunge il 3,4% del Pil, contro il 2,9% tendenziale. Nel 2028 si attesta al 3,2%, contro il 2,7% tendenziale. La differenza è quindi pari a mezzo punto di Pil in entrambi gli anni. Questo passaggio non deve essere minimizzato. Nel biennio 2027-2028, lo scenario programmatico prevede un deficit superiore alla soglia del 3% del Pil. Non sarebbe corretto affermare che il disavanzo italiano resterà sotto tale soglia indipendentemente dalle decisioni di politica economica. È invece corretto osservare che il superamento deriva dalle maggiori spese programmate e che, anche dopo averle incorporate, il saldo primario rimane positivo e la traiettoria del debito conserva una prospettiva di riduzione dal 2028. Il saldo primario programmatico passa infatti dall’1,2% del Pil nel 2026 allo 0,9% nel 2027, per risalire all’1,4% nel 2028 e al 2,4% nel 2029. Nel 2027 si verifica quindi un temporaneo indebolimento dell’avanzo rispetto al 2026, seguito da un recupero. La gestione pubblica continua, comunque, a registrare un saldo positivo prima degli interessi.
Anche il rapporto debito/Pil segue un andamento che richiede una lettura temporale. Nel quadro tendenziale, dopo il 138,1% del 2026, il rapporto raggiunge il 138,4% nel 2027, scende al 137,7% nel 2028 e al 136,3% nel 2029. Nello scenario programmatico, il percorso è leggermente meno favorevole: 138,5% nel 2027, 137,9% nel 2028 e 136,6% nel 2029. In entrambi i casi, dunque, il massimo è previsto nel 2027 e la riduzione comincia nel 2028. L’aumento temporaneo del rapporto debito/Pil è influenzato anche dagli effetti di cassa dei crediti d’imposta edilizi maturati negli anni precedenti. Si tratta di un elemento importante perché distingue, almeno in parte, le pressioni sul debito derivanti da obbligazioni pregresse dalle decisioni di spesa corrente. Questo non elimina il loro impatto sul fabbisogno finanziario dello Stato, ma aiuta a spiegare perché il rapporto debito/Pil possa aumentare anche in presenza di avanzi primari positivi.
La sostenibilità della traiettoria resta comunque subordinata ad alcune condizioni. La crescita nominale del Pil deve mantenersi sufficientemente robusta, il costo medio del debito deve restare gestibile e gli avanzi primari previsti devono essere effettivamente conseguiti. In particolare, la differenza tra il tasso di crescita nominale dell’economia e il costo del debito continuerà a rappresentare una variabile decisiva. Una crescita più debole delle attese, tassi persistentemente elevati o nuove spese non compensate potrebbero rallentare il percorso di riduzione. Un ulteriore elemento favorevole riguarda il confronto con le previsioni della Commissione europea. Per il quadro a legislazione vigente del 2027, la stima del deficit al 2,9% del Pil coincide con quella formulata dalla Commissione nella primavera 2026. Il saldo primario tendenziale italiano, pari all’1,4% del Pil, risulta inoltre superiore di un decimo alla corrispondente previsione europea. La convergenza delle valutazioni non costituisce una garanzia sui risultati futuri, ma rafforza la credibilità dello scenario di riferimento.
«Nel complesso, il quadro restituisce un biennio nel quale le finanze pubbliche italiane dovranno affrontare pressioni importanti, soprattutto sul versante degli interessi e della spesa previdenziale, ma potranno contare su una base di entrate crescente e sulla permanenza di avanzi primari. La distinzione tra scenario tendenziale e programmatico impedisce conclusioni eccessivamente ottimistiche sul deficit, mentre la prevista inversione del rapporto debito/Pil dal 2028 offre un elemento concreto a sostegno della fiducia. La stabilità finanziaria italiana non dipende dall’assenza di problemi, bensì dalla capacità di governarli. L’aumento delle entrate, il rafforzamento della gestione primaria a legislazione vigente e la prospettiva di riduzione del debito dal 2028 delineano una struttura di finanza pubblica che conserva strumenti significativi di controllo. Il compito della politica economica sarà proteggere questa struttura, evitando che nuove spese permanenti o una crescita insufficiente compromettano il miglioramento dei saldi. La fotografia conclusiva è quella di un’Italia che affronta il 2027 e il 2028 con margini di tenuta, non con margini illimitati di bilancio. Il debito resta elevato, gli interessi aumentano e il deficit programmatico supera temporaneamente il 3% del Pil. Ma la gestione primaria rimane in avanzo e il rapporto debito/Pil è previsto in diminuzione dal 2028. Sono questi, più di qualsiasi dichiarazione rassicurante, gli elementi sui quali può fondarsi una valutazione di fiducia prudente» spiegano gli analisti del Centro studi di Unimpresa.
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