Il tema dell’alfabetizzazione finanziaria è uno dei principali scogli che si riscontrano nella galassia della piccola-media impresa italiana. Il 15% dei titolari di microimprese, infatti, non arriva a 4 risposte corrette su 8 sui concetti finanziari di base, mentre il 40% si ferma nella fascia intermedia. Solo il 45% raggiunge il livello più elevato. Tra le lacune più evidenti: capitale di rischio, costo del credito e durata dei prestiti. “La finanza non dovrebbe più essere considerata una materia solo per addetti ai lavori”, spiega Valerio Marchetti, Ambassador di Fineco e fondatore del nuovo podcast Finansia Zero assieme al giornalista e LinkedIn Top Voice Filippo Poletti, presentato al Luiss Hub di Milano
Non basta saper mandare avanti un’impresa: oggi, per prendere decisioni consapevoli, occorre anche saper parlare la lingua della finanza. A fotografare il livello di alfabetizzazione finanziaria dei piccoli imprenditori italiani è la nuova indagine della Banca d’Italia su un campione rappresentativo di 5.000 titolari di microimprese fino a 9 addetti. Il risultato evidenzia un quadro ancora caratterizzato da ampi margini di miglioramento: il punteggio medio di alfabetizzazione finanziaria è pari al 74% del punteggio massimo. Il dato più significativo emerge dalle otto domande dedicate alla conoscenza dei concetti finanziari di base: il 15% degli imprenditori si colloca nella fascia più bassa, con appena 0-3 risposte corrette, il 40% in quella intermedia, con 4-6 risposte corrette, mentre solo il 45% raggiunge il livello elevato, rispondendo correttamente ad almeno 7 domande su 8. In altre parole, il 55%, più di un piccolo imprenditore su due, non raggiunge il livello più alto di conoscenza finanziaria. E le lacune riguardano proprio alcuni degli elementi che possono incidere sulle decisioni economiche di un’impresa. Le risposte corrette arrivano a circa l’80% per i quesiti su dividendi e rapporto rischio-rendimento, ma scendono al 63% per il capitale di rischio e al 61% per il rapporto tra durata dei prestiti e costo del credito.
La conoscenza finanziaria, inoltre, non sembra essere una competenza puramente teorica: secondo Bankitalia, livelli più elevati di conoscenza sono associati anche a comportamenti e atteggiamenti finanziari più virtuosi. “La finanza non dovrebbe essere considerata una materia per soli addetti ai lavori – spiega Valerio Marchetti, Ambassador di Fineco e autore del podcast Finansia Zero assieme al giornalista e LinkedIn Top Voice, Filippo Poletti, che nasce con l’obiettivo proprio di parlare di finanza ed economia comportamentale – Perché ogni imprenditore prende quotidianamente decisioni finanziarie, anche quando non le definisce in questo modo: scegliere un finanziamento, valutare un investimento, confrontare un’assicurazione o decidere come gestire la liquidità significa già fare finanza. Il primo passo è quindi trasformare l’ignoranza finanziaria da un limite invisibile in una competenza da costruire”.
È proprio sui fondamentali che gli imprenditori mostrano le maggiori lacune finanziarie: secondo la Banca d’Italia, durata e costo dei prestiti (61%), capitale di rischio (63%) e diversificazione del rischio (68%) sono tra i concetti meno conosciuti. Ma tra i giovani emergono invece alcune competenze più solide: nella fascia 18-34 anni, oltre il 70% risponde correttamente alle domande su rischio e rendimento e sul costo dei mutui, mentre il 65% conosce il meccanismo dell’inflazione e il 63% quello della diversificazione del rischio. Dati che raccontano una nuova generazione più preparata su alcuni concetti finanziari chiave, ma ancora lontana da una piena alfabetizzazione economica.
La stessa ricerca evidenzia un legame tra conoscenze finanziarie e capacità di valutare gli investimenti digitali: la probabilità di adottare tecnologie come intelligenza artificiale, robotica e sistemi interconnessi è infatti associata positivamente al livello di conoscenza finanziaria del titolare. “La vera sfida, dunque, non è soltanto imparare a investire, ma imparare a decidere. Per un piccolo imprenditore, conoscere la differenza tra rischio e rendimento, capire quanto costa realmente un finanziamento, saper leggere la propria liquidità e negoziare con la banca possono diventare competenze tanto importanti quanto quelle legate al proprio mestiere – ha aggiunto Marchetti – La fotografia di Bankitalia mostra comunque anche alcuni segnali positivi: rispetto al 2021, il livello medio di alfabetizzazione finanziaria, calcolato sulle 17 domande confrontabili, è migliorato del 2%, grazie soprattutto alla componente dei comportamenti e degli atteggiamenti finanziari. Il rendimento di un patrimonio dipende dai mercati, ma la qualità delle decisioni dipende da noi. Con Finansia Zero abbiamo voluto portare questi temi fuori dagli uffici e renderli accessibili a tutti, perché la cultura finanziaria è una forma di libertà”.
“Parlare di educazione finanziaria oggi non significa dispensare formule accademiche, ma offrire uno strumento di libertà – sottolinea Poletti– Il mondo del lavoro e dell’impresa evolve rapidamente: colmare il divario di competenze significa mettere i professionisti nelle condizioni di cogliere le opportunità di crescita senza subirne i rischi, trasformando l’incertezza in decisioni consapevoli”.
Educazione finanziaria non significa soltanto conoscere i prodotti, ma riconoscere i comportamenti che, spesso in modo inconsapevole, guidano le scelte di risparmio e investimento. Da questa convinzione nasce il decalogo proposto da Valerio Marchetti, Senior Private Banker e Area Manager di Fineco Bank, che sintetizza i temi affrontati nel podcast Finansia Zero insieme al giornalista e LinkedIn Top Voice Filippo Poletti:
- Partire da ciò che conta davvero. Prima dei prodotti vengono gli obiettivi: la famiglia, i progetti, la serenità. Un portafoglio ha senso solo se è al servizio di una vita.
- Diffidare di chi promette rendimenti. L’unica promessa onesta riguarda il metodo, la disciplina e la qualità della consulenza. Nessuno può garantire una performance.
- Non seguire la folla. Comprare quando tutti comprano e vendere quando tutti fuggono è l’errore più antico e più costoso. Lo stesso vale per chi va controcorrente solo per principio.
- Ascoltare il rischio che non fa rumore. I rischi più insidiosi sono quelli che non si vedono: l’inflazione, la concentrazione, l’assenza di un piano.
- Lasciare lavorare il tempo. La crescita nel lungo periodo segue una logica matematica. Il tempo trasforma la volatilità di breve in valore e premia la costanza più dell’intuizione.
- Ricordare che il patrimonio non sta solo in banca. Valori, relazioni, competenze e continuità familiare sono parte della ricchezza. Il passaggio generazionale va preparato e, soprattutto, raccontato.
- Distinguere prudenza e immobilità. Tenere liquidità ferma “perché non si sa mai” sembra prudente, ma spesso lascia scoperti proprio i rischi che contano. Proteggersi è una scelta attiva.
- Dare il giusto peso alla paura di perdere. Una perdita fa più male di quanto un guadagno equivalente faccia piacere. Riconoscerlo aiuta a non prendere decisioni affrettate nei momenti di tensione.
- Investire presto nella cultura dei giovani. Pensione, risparmio, conoscenza di base dell’economia: prima si comincia, più il tempo diventa un alleato.
- Pretendere trasparenza. Conoscere i costi e capire che cosa si sta pagando è la base della fiducia tra cliente e consulente.
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