Sotto una superficie solida in modo apparente, gli scricchiolii continuano. L’ottimismo degli investitori maschera fragilità profonde in grado di innescare turbolenze sistemiche improvvise. “I mercati finanziari sono rimasti resilienti in un contesto di solida crescita economica e forti utili aziendali, mentre le condizioni finanziarie sono state relativamente accomodanti. Tuttavia, non c’è spazio per l’autocompiacimento”, avverte il Fondo monetario internazionale (Fmi) nel suo ultimo Global Financial Stability Report, presentato a Bangkok durante i Meeting Annuali. La combinazione di un ridimensionamento del settore tecnologico, l’impennata dei rendimenti dei titoli di Stato e l’escalation delle minacce informatiche delinea, secondo l’istituzione di Washington, uno scenario globale colmo di incognite.
Il primo grande catalizzatore di instabilità deriva dal boom dell’intelligenza artificiale, settore che ha sostenuto il quadro macroeconomico globale compensando le spinte negative provocate dall’incertezza geopolitica. Le aziende al centro di questa catena del valore hanno registrato forti apprezzamenti, spinti da un’eccezionale crescita degli utili, ma il ricorso al debito sta raggiungendo livelli di assoluta allerta. Il documento fissa un punto inequivocabile. “Gli hyperscaler, come sono noti i più grandi operatori di data center, si stanno indebitando sempre di più, mentre gli investitori hanno utilizzato la leva finanziaria per investire nei titoli legati all’intelligenza artificiale”, sottolinea l’analisi. A partire dal 2024 la quota delle emissioni di obbligazioni investment-grade da parte di questi colossi è passata da meno dell’1% al 10% globale, assorbendo flussi immensi di liquidità. Strutture di finanziamento circolari legano i capitali azionari e il debito tra le imprese del settore. L’esame di quattordici transazioni dal 2023 ha rivelato circa 300 miliardi di dollari in investimenti azionari e 650 miliardi di debito a fronte di 1,4 trilioni di impegni sui ricavi futuri. Uno scenario nel quale i flussi di cassa liberi subiscono un calo vertiginoso per sostenere spese faraoniche. Un cedimento nella redditività scatenerebbe ampie vendite forzate. I mercati asiatici avanzati subirebbero il contraccolpo maggiore, ma la trasmissione dello shock non risparmierebbe l’Europa. L’Fmi chiarisce le conseguenze stimando che “un disimpegno degli investimenti nell’intelligenza artificiale riduce il Pil globale, gli investimenti e i consumi fino allo 0,4%, all’1,3% e allo 0,6% entro il 2028”.
A questo rischio si affianca la pressione sui mercati obbligazionari sovrani. I rendimenti globali hanno ripreso a salire a causa del rincaro energetico e dell’incremento dei premi a termine. L’indagine rileva un deterioramento rapido spiegando che “i rendimenti delle obbligazioni sovrane sono aumentati a causa delle rinnovate pressioni inflazionistiche derivanti dai prezzi dell’energia più elevati, dai timori fiscali e, in alcuni casi, da una crescita economica più forte del previsto”. Il debito pubblico elevato e i rischi di rifinanziamento restano un nodo irrisolto. Dato il ruolo dei titoli di Stato come garanzia nel sistema finanziario, un aumento disordinato dei rendimenti deprimerebbe le valutazioni degli altri asset riducendo il valore del collaterale.
Per l’eurozona questo scenario rappresenta una sfida cruciale sul fronte della politica monetaria. Se l’inflazione dovesse risalire, la Banca centrale europea (Bce) si troverebbe costretta a mantenere tassi elevati aggravando il costo del debito per i Paesi periferici. Il Fondo detta la linea istituzionale ricordando che “le banche centrali possono contribuire a mitigare il rischio di un forte aumento dei rendimenti delle obbligazioni sovrane adempiendo ai propri mandati, preservando la propria indipendenza e comunicando in modo chiaro le decisioni di politica monetaria”. I programmi di prestito comune dell’Unione Europea hanno mitigato le fragilità del mercato, ma tassi alti e prolungati metterebbero alla prova la tenuta delle economie più esposte.
Il terzo pilastro del rischio sistemico è la vulnerabilità cibernetica. La rapida digitalizzazione ha ampliato la superficie di attacco, rendendo i servizi finanziari un bersaglio privilegiato in un’epoca di forte interconnessione. Un grave incidente informatico in un nodo critico come una grande banca, un sistema di pagamento o un fornitore cloud distruggerebbe la fiducia degli operatori paralizzando l’erogazione del credito. I tempi di reazione si sono quasi annullati. L’allarme del Fondo è netto. “In oltre il 70% dei casi segnalati finora quest’anno, i fornitori di software non hanno avuto quasi il tempo di correggere le vulnerabilità prima che gli aggressori le sfruttassero”, mette in luce il rapporto. Una progressione fulminea, aggravata da una carenza globale di talenti, poiché “si tratta di una quota più che raddoppiata rispetto al 2021, quando i fornitori avevano in genere quasi 300 giorni per correggere le vulnerabilità”. In un contesto del genere l’ntelligenza artificiale accelera le offensive informatiche e potenzia gli strumenti di monitoraggio. Lo sviluppo di modelli avanzati impone l’adozione di test di resilienza operativi e obblighi di segnalazione immediata per evitare un collasso strutturale. Attori sponsorizzati dagli Stati e gruppi di ransomware hanno ormai accesso a strumenti sofisticati in grado di compromettere intere catene di approvvigionamento.
Sotto la superficie di questi scossoni macroeconomici covano vulnerabilità capaci di trasformare una crisi di settore in un disastro sistemico. I test di stress bancario confermano la solidità aggregata del sistema, eppure i punti deboli proliferano. I risultati dimostrano che “banche che rappresentano il 22% delle attività bancarie globali ne uscirebbero con coefficienti patrimoniali post-stress inferiori ai limiti normativi, un aumento rispetto al 18% di un anno fa”.
IL DIBATTITO
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GABRIELLA ROCCO
Oltre le banche commerciali, l’intermediazione finanziaria non bancaria impone la massima allerta. I fondi pensione e le compagnie di assicurazione hanno incrementato in misura continua le allocazioni verso asset illiquidi, affidandosi a un gruppo ristretto di gestori patrimoniali. I fondi speculativi hanno visto le loro attività lorde superare i 13 trilioni di dollari, sostenuti da una leva finanziaria massiccia. Durante le ondate di panico, le richieste di integrazione dei margini causano fughe di liquidità costringendo a liquidare posizioni affollate svalutando gli attivi. Le stesse indagini certificano che “i titoli detenuti da fondi speculativi più vulnerabili subiscono cali di prezzo maggiori e una maggiore volatilità durante i periodi di stress del mercato”. Secondo il Fmi, il solo settore del credito privato ha sfiorato i 2.000 miliardi di dollari. Con l’aumento dell’indebitamento aziendale, molti mutuatari faticano a generare flussi di cassa sufficienti per ripagare gli interessi, inaridendo il finanziamento all’economia reale.
Un capitolo a sé è dedicato alla tokenizzazione degli asset finanziari, innovazione in grado di digitalizzare titoli e strumenti finanziari su registri distribuiti per abbattere i costi operativi. Il mercato degli asset tokenizzati ammonta a circa 65 miliardi di dollari, tuttavia l’architettura poggia su fondamenta instabili a causa di quattro barriere che ne frenano lo sviluppo. In primo luogo, la certezza giuridica risulta carente poiché manca una giurisprudenza uniforme sui diritti di proprietà transfrontalieri. In secondo luogo, la frammentazione normativa espone al rischio di arbitraggio. Terzo, l’interoperabilità tra le varie reti pubbliche e private appare inadeguata. L’assenza di strumenti di regolamento on-chain affidabili chiude il cerchio e blocca la liquidità. L’osservazione empirica dei mercati azionari tokenizzati ha evidenziato come essi risultino meno liquidi, più volatili e del tutto frammentati in confronto a quelli tradizionali. Qualora la tokenizzazione dovesse assumere dimensioni sistemiche senza riforme adeguate, gli elementi di rischio operativi diventerebbero fatali. Il documento rimarca l’insidia spiegando che “la tokenizzazione può elevare i rischi legati alla tecnologia e all’infrastruttura, creando al contempo nuovi canali che amplificano le vulnerabilità tradizionali, tra cui la liquidità, l’interconnessione e la leva finanziaria”.
Il peso di questo coacervo di sfide si scarica senza scampo sui mercati emergenti, dove l’assottigliamento delle riserve mina la stabilità economica. Nelle giurisdizioni con rating inferiore a investment grade l’erosione delle coperture ufficiali ha raggiunto soglie critiche e molti emittenti di frontiera stanno ricorrendo a forme di finanziamento alternative e opache. I margini di manovra fiscale si sono ridotti di fronte al debito accumulato precludendo l’adozione di misure espansive. Le autorità politiche si trovano in un vicolo cieco nel quale è indispensabile agire con precisione millimetrica.
In questa prospettiva l’esortazione del Fondo è perentoria. “Il debito deve essere riportato su un percorso sostenibile”, prescrive il documento. Nel contempo, “le capacità di difesa informatica devono essere rafforzate, ad esempio attraverso una migliore segnalazione degli incidenti e test di resilienza tra le istituzioni finanziarie”. Per mantenere intatto il delicato equilibrio globale, il monito finale impone coesione e prudenza, ricordando che “le banche centrali dovrebbero rimanere agili e concentrate con saldezza sui propri mandati”. Le crepe del sistema richiedono manutenzione immediata, per impedire che il rallentamento di un singolo comparto faccia collassare l’intera architettura internazionale.
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