#Finsubito news dalla rete – Con la manovra il Governo aumenta il debito – Avanti


Alle 9 di martedì mattina (due giorni fa), quando il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti riferiva alla Camera sullo stato dei conti pubblici, in aula c’erano cinque deputati di maggioranza e due soli del suo partito, la Lega. Del resto, tanti parlamentari arrivano a Roma con treni e aerei della mattina di martedì, in mancanza di urgenze. In più siamo verso la fine della legislatura, un periodo di abituale disimpegno rispetto all’attività parlamentare, ma tutto ciò non giustifica l’assenza dai lavori in Parlamento. I parlamentari potrebbero arrivare a Roma anche la sera del lunedì.

Questo assenteismo ha dato fastidio a Giorgetti, ed ha allarmato anche il resto del governo. Ma, infastidisce anche gli elettori che li hanno delegati per esercitare la democrazia politica.
Martedì era previsto anche il voto sullo scostamento di bilancio, un passaggio molto delicato.

Lo 0,6 per cento del PIL (14,4 miliardi) verrà destinato all’energia, metà nel 2027 e l’altra metà nel 2028; altrettanto, o poco meno, andrà alla difesa, con la stessa ripartizione nel biennio.

Lo scostamento è lo strumento a cui il governo ricorre quando, di fronte a circostanze eccezionali, si trova costretto a indebitarsi più di quanto era stato stabilito nell’ultima legge di bilancio e concordato con la Commissione Europea. Prima di procedere però deve ottenere una specifica autorizzazione dalle Camere, che devono votare a maggioranza assoluta. Non basta dunque la semplice maggioranza dei presenti, occorre che voti a favore dello scostamento la maggioranza degli aventi diritto, quindi, nel caso della Camera, almeno 201 deputati (sui 400 complessivi).

Non è un requisito banale. Il 27 aprile del 2023, durante un voto sullo scostamento di bilancio, il governo andò sotto, come si dice in gergo: votarono infatti a favore solo 195 deputati e la richiesta di procedere a maggiore deficit fu respinta. Giorgia Meloni, impegnata in quelle ore a Londra per una missione istituzionale, fu enormemente irritata; il Consiglio dei ministri fu costretto a riunirsi d’urgenza per modificare in modo irrilevante il testo, così da riproporlo il giorno dopo alla Camera, dove fu approvato. Stavolta è andato tutto liscio: con 219 voti favorevoli, la Camera ha autorizzato la richiesta di scostamento. Poco dopo, la richiesta è stata approvata anche dal Senato.
In questo modo il governo potrà ricorrere alla Clausola di salvaguardia nazionale (o NEC, National Escape Clause): uno strumento messo a disposizione dall’Unione Europea affinché i singoli Stati membri possano indebitarsi in maniera straordinaria, fino all’1,5 per cento del proprio prodotto interno lordo (PIL), per finanziare misure strutturali sull’energia e sulla difesa tra il 2025 e il 2028. Il governo potrà così spendere, in deficit, circa 28,8 miliardi di euro in più nei prossimi due anni.
Di solito il governo, nel chiedere lo scostamento, spiega più o meno nel dettaglio al Parlamento per cosa vuole utilizzare quell’indebitamento straordinario. Stavolta, invece, le misure che intende finanziare nei prossimi due anni con quei quasi 29 miliardi non si conoscono.
Nella specifica Relazione inviata al Parlamento, si citano in modo del tutto vago le possibili voci di spesa. Lo stesso Giorgetti, criticato dalle opposizioni su questo aspetto, ha in parte confermato che c’è ancora molta incertezza, anche perché molte delle misure sono ancora oggetto di un negoziato con la Commissione Europea, ma ha a suo modo rivendicato la bontà del metodo seguito dal governo.

Per quel che riguarda la difesa, gli impegni sono del tutto indecifrabili. La Relazione dice che la spesa per il comparto militare potrà aumentare “fino a un massimo dello 0,3 per cento del PIL” nel 2027 e altrettanto nel 2028, lasciando intendere che dunque si potrebbe anche spendere un pò meno. Gli interventi riguarderanno sia la componente corrente, con riferimento in particolare al personale, all’esercizio e alle esigenze operative, quindi tutto ciò che è ordinario, sia la componente in conto capitale, finalizzata alla realizzazione e al rifinanziamento di programmi di investimento pluriennali. È difficile farsi un’idea concreta di cosa sarà fatto, insomma.

Anche sull’energia ci si attendeva qualche indicazione in più. L’argomento è così vasto che nelle misure in favore di famiglie, studenti, imprese, pubbliche amministrazioni e al settore delle infrastrutture, come indicato nella Relazione, potrebbe rientrare un pò di tutto. In realtà, però, ci sono dei vincoli europei da rispettare, ed è proprio intorno a questo che ruota l’incertezza del governo.
Accogliendo una richiesta avanzata per primo dal governo di Meloni, la Commissione Europea ha acconsentito che si includessero nella NEC anche misure per l’emergenza energetica, oltreché quelle per la difesa, a patto però che si tratti di investimenti strutturali, e non dunque misure estemporanee o bonus di corto respiro. Giorgetti, nei suoi interventi in parlamento tra lunedì e martedì, ha parlato sbrigativamente di misure pensate per la sicurezza e la transizione energetica, per rafforzare e ammodernare le infrastrutture e gli impianti energetici negli ospedali e negli uffici pubblici; interventi per promuovere l’autonomia energetica delle imprese e il trasporto locale per gli studenti.

Ma ha poi spiegato che il suo obiettivo è quello di convincere la Commissione della necessità di rivedere le sue regole, autorizzando anche misure di breve durata. Secondo Giorgetti la clausola dovrebbe essere in qualche modo, specialmente almeno nella fase iniziale e acuta della crisi, anche volta a dare sostegno, in modo selettivo e temporaneo, a famiglie e imprese. Così, continuerebbe la facile politica propagandistica dell’elemosiniere.

L’impressione è insomma che si stia cercando di ottenere dalla Commissione un’autorizzazione a spendere per ridurre il costo delle bollette, per tagliare le accise sui carburanti, o altre misure simili; più o meno utili per contenere gli effetti della crisi energetica, ma di certo preziose per il governo con l’approssimarsi della campagna elettorale in vista delle elezioni politiche del 2027.

Un altro sospetto sollevato dalle opposizioni, e in particolare dalla deputata del PD Maria Cecilia Guerra, è che la vaghezza generale adottata dal governo in questa fase serva anche a nascondere un dato politicamente imbarazzante, e cioè quello del fiscal drag.
È una sorta di tassa occulta, per così dire: quando i prezzi e i salari crescono per via dell’inflazione, una parte delle persone finisce col pagare più tasse per effetto del funzionamento degli scaglioni dell’Irpef, senza effettivamente godere di quell’aumento di stipendio in termini di potere d’acquisto. Questo determina varie distorsioni, e in particolare garantisce allo Stato maggiori entrate fiscali, quindi più risorse da spendere.

Finora il governo ha beneficiato di questo drenaggio fiscale, ma ha saputo reimmettere quelle maggiori entrate con misure pensate per ridurre le tasse o garantire agevolazioni ai contribuenti, evitando dunque che il fiscal drag pesasse davvero in modo significativo sulle persone. Ma con l’approssimarsi della legge di bilancio , il tema è tornato centrale.

Il PD ha chiesto più volte in questi mesi un calcolo esatto del fiscal drag previsto per questo e per i prossimi anni. Lunedì, al termine dell’audizione di Giorgetti, i funzionari della Ragioneria generale dello Stato hanno fornito una stima in via riservata. Sono 4,4 miliardi nel 2026; 3,4 miliardi nel 2027; 2,4 e 2,8 ulteriori miliardi per il 2028 e per il 2029. Sono stime più alte di quelle finora circolate, e potranno fornire al governo uno spazio di manovra utile per finanziare alcune delle misure da inserire nella legge di bilancio.
Martedì sera il Consiglio dei ministri ha approvato il Documento Programmatico di Bilancio (DPB), un passaggio fondamentale per arrivare al disegno di legge di bilancio vero e proprio, cioè quel provvedimento che stabilirà le entrate e le spese dello Stato per il prossimo anno e che deve essere approvato dal parlamento entro il 31 dicembre. Di solito in questa occasione si comincia a conoscere qualche dettaglio in più sulle misure, che riguardano moltissime persone: parliamo di riduzioni o aumenti di tasse, di nuove spese o tagli, eccetera.

Anche quest’anno il governo di Giorgia Meloni è arrivato molto a ridosso delle scadenze nella scelta di cosa inserire nella legge di bilancio, detta anche manovra finanziaria, o solo manovra. Quindi di fatto non ci sono dettagli, si sa solo che ci saranno pochi soldi da spendere.
Il DPB di solito viene approvato insieme al disegno di legge di bilancio. Sono due documenti complementari: il DPB è il riepilogo da mandare alla Commissione europea con i numeri e i saldi della legge di bilancio, e il disegno di legge contiene il dettaglio delle misure. Per il secondo anno di fila a questo punto di ottobre il disegno di legge di bilancio non è ancora stato approvato, perché non è pronto e perché i partiti al governo stanno discutendo su cosa metterci.
Un episodio in particolare dà l’idea della frenesia dei lavori e di un certo pressappochismo generale. Martedì pomeriggio un primo ordine del giorno del Consiglio dei ministri indicava che all’esame ci sarebbe stato anche il disegno di legge, cosa che è stata poi smentita qualche ora dopo con un nuovo ordine del giorno e una comunicazione del governo che diceva che c’era stato un errore. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti aveva già detto solo qualche ora prima in parlamento che il disegno di legge quest’anno sarebbe arrivato con diverse settimane di ritardo.

Ci sono comunque delle scadenze da rispettare. Il DPB deve essere mandato alla Commissione europea entro il 15 ottobre di ogni anno, mentre la legge di bilancio può aspettare fino al 20 ottobre per essere presentata in parlamento, che la deve discutere e approvare entro il 31 dicembre.

Ci sono scarse informazioni anche sullo stesso DPB, che aiuterebbe a farsi un’idea dell’entità della manovra (dalle indiscrezioni uscite nei giorni scorsi dovrebbe valere un terzo rispetto a quella dell’anno scorso, tra i 7 e gli 8 miliardi di euro): come ogni anno il DPB ancora non è stato pubblicato nonostante l’approvazione. Nemmeno il comunicato stampa del Consiglio dei ministri arrivato nella notte dà informazioni nuove e significative.

Il governo si è incartato su due cose. La prima riguarda come verranno spesi i soldi della cosiddetta “clausola di salvaguardia nazionale” (o NEC, National Escape Clause)
Al 2027 ne sono destinati la metà, 14,4 miliardi, ripartiti equamente tra energia e difesa.

La condizione per ottenere la possibilità di fare questo deficit aggiuntivo è di destinare i soldi a investimenti in difesa ed energia: il governo vorrebbe però usarlo anche per spese ordinarie, per esempio per finanziare alcune misure per ridurre il costo delle bollette o per tagliare le accise sui carburanti. Sono misure legate alla crisi energetica ma non sono investimenti, ma soltanto elemosine di propaganda elettorale. Il governo sta negoziando con la Commissione europea la possibilità di derogare in parte a questi vincoli: la risposta non arriverà prima dell’inizio di novembre, insieme all’approvazione definitiva della possibilità per l’Italia di accedere alla clausola.
La seconda cosa che sta rallentando i lavori è un’ulteriore richiesta alla Commissione europea per una maggiore flessibilità sulle regole europee sui conti pubblici. Questa flessibilità riguarda due criteri.

Il primo è il criterio della spesa netta, di fatto il parametro più importante con cui la Commissione valuta l’andamento dei conti: è la spesa pubblica al netto degli interessi sul debito, e ogni paese ha concordato la variazione massima che può avere ogni anno. Il problema è che quest’anno la spesa netta crescerà per via dell’aumento generale dei prezzi dovuto alla guerra in Medio Oriente, ma anche perché le pensioni e alcuni sussidi sono indicizzati al costo della vita.

Il governo chiede alla Commissione di ignorare gli aumenti di spesa pubblica che derivano dalla sola inflazione, in modo da avere spazio per inserire altri aumenti di spesa. Qualsiasi spesa in più che il governo vuole introdurre dovrebbe essere controbilanciata dalla riduzione di un’altra voce, dunque questa richiesta permetterebbe di liberare diversi miliardi di euro.

Il secondo criterio riguarda la possibilità di usare i maggiori incassi fiscali ottenuti per via dell’inflazione, per esempio il maggiore gettito IVA determinato dall’aumento generale dei prezzi. Le regole europee prevedono che le maggiori entrate straordinarie vengano destinate in automatico alla riduzione del debito pubblico, mentre il governo vorrebbe usarle per finanziare misure ordinarie, come una riduzione delle tasse. Anche in questo caso se la Commissione accettasse significherebbe poter spendere diversi miliardi in più.

Entrambi i fronti aperti con la Commissione sono molto importanti per il governo, dato che con le risorse che ha al momento a disposizione non riesce a finanziare le diverse misure che vorrebbe inserire in questa legge di bilancio, misure che serviranno a ottenere qualche consenso in vista delle elezioni il prossimo anno.
Tra queste ci sarebbe un’ulteriore riduzione dell’IRPEF, cioè l’imposta sui redditi delle persone fisiche, che è strutturata a scaglioni. Il governo vorrebbe intervenire sul penultimo scaglione di reddito, quello tra i 28mila e i 50mila euro, su cui attualmente si paga il 33 per cento di imposte. Oltre questo scaglione si passa al 43 per cento.

Il governo vorrebbe alzare da 50 a 60mila la soglia del penultimo scaglione, in modo da ridurre l’imposta da pagare per i redditi medi, che in questi anni sono cresciuti per via dell’inflazione e che per questo pagano sempre più tasse: il governo aveva corretto questa stortura negli anni passati solo per i redditi più bassi. A questo vorrebbe aggiungere il rialzo della soglia per accedere al regime forfettario per le partite IVA, la cosiddetta flat tax: attualmente è un’imposta fissa al 5 o al 15 per cento per i lavoratori autonomi che fatturano non più di 85mila euro l’anno. Il governo vorrebbe portare questo limite a 100mila euro.

Dal lato delle entrate c’è la possibilità che il governo introduca una nuova tassa sulle banche, con un gettito potenziale tra i 2 e i 3 miliardi di euro all’anno, e una sul settore dei giochi, per un altro miliardo.

In questi provvedimenti non si ravvisa nessuna politica di redistribuzione della ricchezza. Anzi si possono individuare tipi di tassazioni che hanno poi un effetto transattivo sul consumatore finale. Inoltre, non si applica il principio di uguaglianza dei diritti e doveri dei cittadini tra lavoratori autonomi che vengono premiati e lavoratori dipendenti che continuano ad essere penalizzati.

Salvatore Rondello


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link

Source link

🚀 #Finsubito | Gruppo Retefin

Affianchiamo imprese e professionisti in tutta Italia nell’accesso alle migliori opportunità di Finanza d’Impresa, Finanza Agevolata, Sostenibilità e Compliance. 🇮🇹

💼 Operiamo esclusivamente attraverso mediatori e operatori autorizzati, offrendo un servizio professionale, trasparente e orientato alle reali esigenze della tua impresa.

✨ Consulenza gratuita e zero costi di istruttoria: analizziamo la situazione della tua azienda, individuiamo le opportunità più adatte e ti supportiamo nella valorizzazione del tuo profilo finanziario e aziendale nei confronti di banche e partner.

📈 Dalla diagnosi iniziale alla strategia finanziaria, siamo al tuo fianco per trasformare le esigenze della tua impresa in concrete opportunità di crescita, investimento e sviluppo.

🔎 Scopri come possiamo supportare la tua impresa. 👉 Contattaci per una prima valutazione.

เติมเกม