#Finsubito news dalla rete – Mario Draghi avverte: “Per Bce prioritaria l’inflazione, rischio debito negli Usa”


«La prima priorità della Banca centrale europea è l’inflazione, quindi il rispetto del mandato sulla stabilità dei prezzi». Lo ha detto a chiare lettere Mario Draghi, ex presidente della Bce, in una intervista a Bloomberg al New Economy Forum di Nuova Delhi. Secondo l’ex numero uno di Francoforte l’aumento dei prezzi resta oggi la variabile che condiziona ogni possibile intervento della banca centrale, anche quando la pressione politica dei singoli paesi chiede soluzioni più rapide.

Draghi ha ricordato che le condizioni attuali sono molto diverse rispetto alla crisi del debito sovrano che colpì l’area euro a partire dal 2010, quando la scoperta di conti fragili in un Paese membro innescò un’ondata di speculazione sui mercati che l’unione monetaria, ha spiegato, «non era attrezzata a gestire», perché mancavano gli strumenti e gli accordi tra paesi per affrontarla. Fu in quel contesto che nel 2012 arrivò il celebre discorso «whatever it takes», seguito da una serie di decisioni del consiglio direttivo che resero esplicita la disponibilità a intervenire in presenza di due condizioni precise, cioè il contagio tra mercati e quella che Draghi chiama «compromissione del meccanismo di trasmissione», ossia il caso in cui «la stessa impresa» si trovi «a dover affrontare condizioni di finanziamento completamente diverse in due parti diverse dell’unione».

I rischi per l’Eurozona

Oggi, ha detto Draghi, «non vediamo quella situazione», perché «tutti i dati su credito e prestiti bancari sono piuttosto buoni» in tutta l’area euro, al punto da affermare «penso che siamo piuttosto lontani da quello». Per questo la soglia che giustificherebbe un intervento resta alta, tanto più che, a suo dire, «in questo momento l’inflazione è alta e in aumento sopra ogni altra cosa», e resta dunque «la prima priorità per la Banca centrale europea, che è il suo mandato, controllare la stabilità dei prezzi».

Ad incrinare tutte le economie dell’eurozona oggi sono costi energetici, un tema che ha aggiunto Draghi, riguarda l’Europa nel suo complesso. «Gli Stati Uniti sono un esportatore netto di energia, mentre in Europa abbiamo probabilmente la più grande bolletta di importazioni dal resto del mondo», ha detto, aggiungendo che questo rende «la posizione degli Stati Uniti in un certo senso migliore per affrontare l’attuale ondata tecnologica».

Proprio guardando oltreoceano, l’ex numero uno della Bce – nel giorno del sell off generalizzato sui chip e all’indomani dei dati sull’inflazione Usa sopra il 3% – ha osservato che il debito pubblico degli Stati Uniti, proiettato oltre il 106% del prodotto interno lordo entro il 2030, resta sostenibile solo se la crescita della produttività legata all’intelligenza artificiale continuerà, mentre «l’emissione di debito non dovrebbe continuare ad aumentare», condizione che al momento, ha ammesso lo stesso Draghi, «invece è aumentata in modo sostanziale lo scorso anno».

La crisi francese

Tra i casi più preoccupanti per l’Ue c’è la Francia, che l’ex primo ministro italiano ha definito «vittima della propria sregolatezza fiscale», arrivata nel momento sbagliato, cioè «quando i tassi di interesse salivano in tutto il mondo». Secondo l’ex premier la soluzione per il Paese – che ha un rapporto deficit/pil superiore al 5% – resterebbe «concordare un percorso di rientro del bilancio nel medio termine», da discutere nei prossimi giorni in parlamento.

Draghi ha osservato che il solo fatto che un ipotetico intervento della banca centrale sia «diventato un argomento della discussione politica» in Francia «rende gli interventi ancora più difficili», perché l’istituzione di Francoforte, ha ribadito, non vuole essere percepita come parte di uno scontro politico nazionale. Ha precisato inoltre che l’apertura di una procedura per deficit eccessivo nei confronti di Parigi non impedisce di per sé l’uso degli strumenti della banca centrale, ma in quel caso, ha detto, «di certo la soglia è un po’ più alta».

Il rapporto sulla competitività

Due anni fa sui tavoli di tutti i leader europei è comparso il rapporto sulla competitività che porta il suo nome, ma – sottolinea il giornalista di Bloomberg – nessuno in Europa sembra averlo approvato fino in fondo. Per Draghi, «quello che è successo da quando è stato pubblicato lo ha reso, semmai, ancora più attuale». Ha indicato nell’intelligenza artificiale il tema «discusso molto velocemente» nel rapporto originale, diventato ormai «forse l’argomento più importante in qualsiasi strategia di politica industriale».

Su questo fronte, ha ammesso, «senza dubbio l’Europa è dietro agli Stati Uniti e alla Cina» quanto allo sviluppo dei modelli più avanzati, ma questo «non significa che l’Europa abbia perso la competizione su tutti i fronti. Resta decisiva anche «la diffusione dei modelli verso manifattura, cybersicurezza, sanità, tutti gli aspetti della società», terreno sul quale, ha detto, l’Europa, con il suo settore manifatturiero automatizzato, «ha senza dubbio alcuni vantaggi», avendo pesato, secondo un dato di due anni fa citato dallo stesso Draghi, per il 20% del mercato globale dell’automazione industriale.


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