#Finsubito news dalla rete – quale lavoro vogliamo nelle spiagge del Fermano?


Un lavoro povero e discontinuo che va aiutato ad evolversi.

In dodici anni la provincia di Fermo ha perso lavoro. Fra il 2014 e il 2026 gli occupati passano da 71.600 a circa 70.000, 1.600 in meno, mentre in Italia crescono del 9%; la manifattura, il cuore storico dell’economia fermana, perde 3.800 addetti. Il comparto balneare dei sei Comuni costieri fa eccezione, ma con un impatto molto ridotto in valore assoluto.

Misurato sempre nel terzo trimestre, cioè nel pieno della stagione, passa da 286 addetti nel 2014 a 375 nel 2019 e a 378 nel 2025: un terzo in più in undici anni, e praticamente fermo negli ultimi sei. Nello stesso periodo, però, il numero delle imprese non è cambiato: le localizzazioni attive erano cento nel 2014 e sono novantotto oggi. Il comparto non è cresciuto aggiungendo operatori, è cresciuto ingrandendo quelli che c’erano — gli addetti per unità passano da 3,2 a 4,5. È il profilo di un mercato in cui nessuno entra e nessuno esce, tranne che a Porto Sant’Elpidio. Il problema, dunque, non è quanto il settore assume: è come assume, e il fatto che di quel come gli archivi pubblici raccontino pochissimo.

Addetti e unità produttive con codice ATECO “balneare”

Il registro delle imprese censisce sotto il codice «gestione di stabilimenti balneari» gli addetti e le localizzazioni attive. Per i sei Comuni costieri, rilevati sempre al quarto trimestre, il quadro è questo.

Addetti e localizzazioni attive del IV trimestre sotto il codice «gestione di stabilimenti balneari» Fonte: Camera di commercio delle Marche su dati InfoCamere; elaborazione dell’Osservatorio. I dati del terzo trimestre 2026 non sono ancora disponibili.

Questi numeri tuttavia sottostimano gli addetti effettivi nelle spiagge. In primo luogo perché non includono alcuni lavoratori stagionali (somministrati, occasionali, voucher e, purtroppo, lavoratori in nero) e in secondo perché circa un terzo delle localizzazioni hanno un codice ATECO diverso da quello balneare (ristoranti, alberghi, circoli, associazioni ecc.).

Rispetto al resto della regione, il Fermano cresce molto meno: nelle Marche gli addetti balneari aumentano del 53%, sulla costa fermana del 37%. È il profilo di un litorale saturo, e combacia con l’occupazione del fronte mare misurata nel secondo articolo di questa serie: fra il 66% e il 72% a Porto San Giorgio.

Addetti e unità produttive con altri codici ATECO

Lo scarto fra le 137 concessioni-stabilimento e le 98 localizzazioni (unità produttive) con il codice balneare non è un errore: è una caratteristica del settore. Trentanove posizioni, il 28%, stanno altrove. E qui la statistica è pulita, perché le localizzazioni contano già separatamente le unità di una stessa impresa: il divario non si spiega con i concessionari plurititolari, si spiega soltanto con la classificazione. Una parte consistente delle concessioni fermane è in capo ad alberghi, campeggi, bar, ristoranti, circoli e associazioni, che presso il registro delle imprese si classificano per la propria attività prevalente, diversa da quella balneare.

Non riusciamo ad isolare la quota di addetti di queste imprese che lavorano nelle concessioni balneari ma la tabella che segue ci dà un’idea dello sviluppo recente dell’attività di ristorazione.

Costa fermana, per attività dichiarata Addetti 2014 Addetti 2019 Addetti 2025 Localiz. 2025
Ristorazione (bar, ristoranti, chioschi) 1.982 2.877 3.099 771
Alloggio (alberghi e affini) 359 435 562 167
Stabilimenti balneari 286 375 378 98

Addetti e localizzazioni attive nei sei Comuni costieri della provincia di Fermo, terzo trimestre, per attività economica dichiarata al registro delle imprese. «Altro intrattenimento» è il resto della classe 93.29 una volta tolti gli stabilimenti balneari.

La ristorazione (tutta) dei sei Comuni costieri passa da 1.982 a 3.099 addetti, più 56% in undici anni, con lo stesso numero di esercizi: 745 nel 2014, 771 oggi. A Porto San Giorgio il salto è ancora più netto — da 459 a 899 addetti su 210 locali che diventano 206: gli addetti raddoppiano, gli esercizi no. È lo stesso fenomeno che il terzo articolo di questa serie ha letto dal lato dei ricavi, dove il centro di gravità economico dello stabilimento si è spostato dalla sabbia alla cucina.

Non tutti quei 3.099 lavorano su una concessione, ovviamente: la gran parte è nei locali del centro e del lungomare. Ma i dipendenti di una concessione gestita da un ristorante vengono contati lì, non nel codice balneare. Il perimetro dei lavoratori da tutelare non coincide quindi con il codice ATECO delle attività balneari, e una clausola sociale scritta sul solo 93.29.20 lascerebbe fuori proprio quelli della ristorazione, che sono i più numerosi e i meno stagionali. La clausola sociale va agganciata alla concessione, non all’attività dichiarata.

Due fragilità che il bando può affrontare

La prima è la stagionalità che non costruisce. Un rapporto di quattro mesi al massimo non consente formazione, non matura anzianità, non produce carriera. Chi lavora in spiaggia a vent’anni raramente ci lavora ancora a trenta, e la competenza accumulata esce dal settore ogni autunno. In una provincia dove le retribuzioni sono fra le più basse delle Marche quello balneare è un settore che alimenta la bassa qualità del lavoro anziché correggerla.

La seconda è la discontinuità del reddito. Fra una stagione e l’altra ci sono otto mesi, e l’indennità di disoccupazione ne copre due, perché la NASpI dura metà delle settimane lavorate. È la ragione principale per cui il settore fatica a trovare personale: non l’assenza di manodopera, ma l’assenza di un’offerta che regga il confronto con un lavoro annuale anche mediocre.

La regolarità del lavoro nel bando-tipo

C’è una parte della bozza di bando-tipo nazionale, arrivata in Conferenza Unificata il 30 settembre, che riguarda il lavoro e non passa dai punteggi: passa dai requisiti di ammissione, cioè da ciò che esclude un concorrente a prescindere dalla qualità della sua offerta. Per partecipare non si deve avere in corso un piano individuale di emersione del lavoro irregolare, né risultare inadempienti rispetto agli obblighi assunti con un piano del genere — l’aver fatto ricorso in passato a strumenti di emersione non pregiudica nulla, se la procedura si è chiusa bene. Si deve essere in regola con le norme sul collocamento obbligatorio dei disabili, o dichiarare di non esservi soggetti; e le imprese fra quindici e cinquanta dipendenti devono produrre, entro sei mesi dalla firma, la certificazione prevista dall’articolo 17 della legge 68 del 1999. Si deve infine essere in regola con il pagamento dei canoni e non avere accertamenti definitivi per occupazione abusiva del demanio nei due anni precedenti.

Sono condizioni modeste, ma vale la pena notare che cosa significano: per la prima volta la regolarità del lavoro diventa un presupposto per gestire una spiaggia, e non un adempimento successivo da controllare quando capita. Conviene usarlo: le stesse informazioni che servono per ammettere un concorrente servono, l’anno dopo, per sapere quante persone lavorano davvero sull’arenile.

Che altro può fare il bando per i lavoratori

Il lavoro è una delle poche materie su cui i Comuni hanno leve vere, perché sono obbligazioni che si scrivono nel titolo e si verificano in corso di rapporto. La bozza nazionale, però, ne usa poche: conviene vedere quali lascia da scrivere.

La clausola sociale (anche se nel bando-tipo non c’è)

La bozza assegna 15 punti su cento al blocco «politiche sociali e lavoro», ma lascia i sottocriteri alla scelta dell’ente; e il solo riferimento esplicito ai dipendenti del gestore uscente compare fra gli oneri accessori, come impegno ad assumere personale locale o under 36 «quando il personale dell’uscente disponibile a restare non è sufficiente». La bozza, in altre parole, presuppone la continuità dei lavoratori e disciplina il caso in cui venga a mancare. Va aggiunto che la «continuità funzionale», che vale altri 15 punti, nonostante il nome riguarda i beni e non le persone: attrezzature, strutture, continuità della gestione. Lo spazio per scriverla, però, c’è: la stessa bozza stabilisce che le prestazioni a favore della collettività possono essere poste come obbligo del concessionario oppure come criterio premiale, e lascia all’ente la scelta. Un Comune che voglia tutelare chi lavora in spiaggia deve quindi metterla lui, e formularla con precisione perché regga in caso di ricorso: non come obbligo assoluto di riassunzione — che il diritto dei contratti pubblici non ammette — ma come obbligo di assorbimento prioritario compatibile con l’organizzazione del nuovo gestore, con l’onere di motivare gli scostamenti. E agganciata alla concessione, non al codice di attività.

La soglia di esperienza

Fra i requisiti speciali la bozza chiede un’esperienza in attività turistico-ricreative comparabili, contata in stagioni anche non consecutive, e rimette all’ente il numero minimo: non c’è una soglia nazionale. È l’unica porta attraverso cui chi oggi lavora in spiaggia come dipendente può domani presentarsi come concessionario. Una soglia bassa la tiene aperta e rischia di ammettere operatori impreparati; una soglia alta garantisce competenza e, insieme, consegna la gara a chi già gestisce. Dove il Comune mette quel numero decide se la gara è anche un ascensore o soltanto un cambio di proprietà.

La continuità occupazionale, per dare senso ai quindici punti “sociali” del bando

Mesi contrattualizzati, quota di rapporti che superano la stagione, stabilizzazioni negli anni precedenti: sono i sottocriteri con cui il blocco sociale si riempie di contenuto verificabile. E sono dati che si leggono sulle comunicazioni obbligatorie, cioè misurabili senza autocertificazioni.

La destagionalizzazione, che è una politica del lavoro

Nel primo articolo di questa serie l’abbiamo trattata come obiettivo turistico. È anche, e forse soprattutto, una politica del lavoro: ogni mese di apertura in più è un mese di contratto in più. E non è una voce marginale — nella bozza «offerta turistica e destagionalizzazione» vale 16 punti su cento, il blocco più pesante dopo la capacità dell’operatore. Legare l’obbligo di apertura fuori stagione a servizi che abbiano senso d’inverno, e non alla sola concessione balneare, è il modo per renderlo sostenibile invece che formale.

La formazione

Il raccordo con l’istruzione tecnica del territorio trasforma la stagione da parcheggio a primo gradino: è la differenza fra un lavoro estivo e un mestiere.

E’ chiaro che la sostenibilità economica delle clausole sul lavoro va valutata con attenzione: è la condizione perché siano rispettate invece che aggirate. E varia molto con i servizi offerti: una concessione con ristorazione ha margini che una con soli ombrelloni non ha. Occorre quindi che l’autorità pubblica compia simulazioni realistiche prima di pubblicare i bandi.

Fonti: Camera di commercio delle Marche su dati InfoCamere, addetti e localizzazioni attive per comune e attività economica, terzo trimestre 2014, 2019 e 2025 (ATECO 2007 per i primi due anni, ATECO 2025 per il terzo); Open Data del Sistema Informativo del Demanio marittimo (MIT), estrazione 2026; Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, bozza di bando-tipo trasmessa alla Conferenza Unificata il 30 settembre 2026; art. 8 del d.l. 32/2026; legge 118/2022, art. 4 comma 6; legge 68/1999, art. 17; d.lgs. 36/2023, artt. 94 e 95; Sistema informativo Excelsior, Unioncamere-Ministero del Lavoro; elaborazioni dell’Osservatorio su dati ISTAT per l’occupazione provinciale. I contenuti del bando-tipo sono riferiti a un testo non definitivo. Il dettaglio dei calcoli e le variazioni per comune sono nella scheda tecnica che accompagna la serie.

Sabato, 17 ottobre 2026


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