E allora, tutto ciò che “fa sentire la persona umana lontana da casa è superata lì: la fame, la tristezza, la vergogna, la separazione e la morte”.
Isaia, ha aggiunto l’arcivescovo Gallagher, “ci dà una visione di umanità, finalmente a casa con Dio”, e il suo orizzonte “è universale: il banchetto è preparato per tutti i popoli, sebbene l’attenzione di Dio resti profondamente personale”, perché “asciuga le lacrime da ogni volto”.
Secondo l’arcivescovo Gallagher, l’universalità umana “non diventa mai un anonimato”, perché “Dio vede l’umanità, ma dentro l’umanità vede la persona. Vede la moltitudine e, dentro la moltitudine, vede le lacrime di ciascuno”.
Insomma, per Dio, “la sofferenza di un bambino sfollato non scompare nell’anonimato di una crisi umanitaria, perché l’urlo dei più vulnerabili cerca sempre il suo cuore”.
L’arcivescovo Gallagher poi è passato alla lettura di Paolo, ha affermato che l’apostolo ha scoperto che “la sicurezza più profonda non dipende dalla stabilità delle sue circostanze, perché Dio è diventato la sua casa”, e questo “non significa che la casa terrestre non è più importante, e che fame, sfollamento e insicurezza smettono di ferire”, perché “le Scritture non hanno mai romanticizzato l’esilio”. Ma Paolo – aggiunto il “ministro degli Esteri vaticano” – “ha scoperto un senso di appartenenza che va oltre la geografia”, ovvero “una comunione che la povertà, la prigione e la distanza non possono togliere”.
Insomma, Cristo “non è solo la casa in cui si riposa”, ma anche “la strada che lo porta a casa”. E per questo “la preghiera non è una fuga dalla responsabilità, ma la fonte da cui il servizio cristiano trae forza”.
Quindi, il Vangelo, in cui si parla del banchetto di nozze, e di quelli che non partecipano perché “troppo assorbito dai loro affari”, mentre tra quelli nelle strade ci sono “bambini la cui esperienza di casa è stata dolorosamente interrotta, bambini sfollati dalla guerra, violenza, persecuzione, povertà o disastri naturali”, e ancora “bambini separati dalle loro famiglie, esposti alla tratta e allo sfruttamento”, e “bambini che non hanno scelto di lasciare casa”.
Sono indifesi e questo ci porta a rispondere “non solo ai loro bisogni primari, ma anche a riconoscere la dignità della persona davanti a noi”, perché “proteggere un bambino significa salvaguardare l’immagine divina che è impressa in lui”.
Si deve andare oltre “una mentalità di mera assistenza”, sebbene l’assistenza umanitaria “resti indispensabile”, ma “la carità cristiana non può smettere di alleviare i bisogni mentre lascia le persone ai margini”.
Nel Vangelo si invita a banchettare e, dunque, “come comunità di fede, la nostra risposta a quanti hanno perso la casa comincia con il riconoscimento che noi stessi siamo stati ricevuti per primi nella casa di Dio”.
L’arcivescovo Gallagher alle Tablet Lectures
Il 13 ottobre, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, ha tenuto una delle Tablet Lectures, una delle lezioni sponsorizzati dalla storica rivista inglese The Tablet. Gallagher ha sottolineato che i diplomatici della Santa Sede promuovono il bene comune di tutti i popoli e mantengono canali di dialogo con ogni nazione, anche a rischio di incomprensione e derisione. Il tema della lecture era “mantenere il sogno della pace vivo”.
L’arcivescovo ha raccontato come, entrando nella diplomazia della Santa Sede provenendo da Liverpool, si è trovato di fronte a diverse sfide.
In che modo si definisce la diplomazia della Santa Sede? L’arcivescovo Gallagher ha prima di tutto ricordato gli aspetti pratici della diplomazia pontificia, il fatto che non ci siano voli privati, ma si viaggi pressoché sempre su voli commerciali, poiché “la Santa Sede non ha il tipo di risorse finanziarie e materiali che supportino ed amplificano la diplomazia di così tanti Stati moderni”, e questo rende tutto più difficile. La Santa Sede – ha aggiunto Gallagher – “non ha interessi commerciali”, e dunque non ha competizione con i colleghi del corpo diplomatico per fare affari o investimenti diretti, né lavora con i governi per portare avanti interessi economici, e questo “permette alla Santa Sede di avere una maggiore libertà di quella di molte delle nostre controparti diplomatiche”.
Gallagher ha notato che la Santa Sede ha sempre l’impegno di mantenere canali di dialogo aperto, e questo è lodato in astratto, ma oggetto di critica in privato, perché magari il Papa ha ricevuto un capo di governo o un politico, ma “la diplomazia della Santa Sede cerca di promuovere il bene comune di tutti i popoli, senza considerare chi siano i loro leaders”.
Gallagher ha notato anche che la Santa Sede “promuove la democrazia, ma non è una democrazia”, e questo consente alla Santa Sede, per esempio, di parlare a “politici che sono democraticamente eletti e governano pacificamente, ma che promuovono posizioni con le quali la Santa Sede è in profondo disaccordo”. Ma parlare con loro non significa appoggiarli, ma allo stesso tempo “è un modo di tenere il sogno della pace vivo”.
Altro punto di contrasto, ha detto il “ministro degli Esteri” vaticano, si nota nei ricevimenti, quando il diplomatico della Santa Sede – facilmente riconoscibile, perché almeno prete se non arcivescovo – parla con chiunque, mentre “alcuni ambasciatori posso essere piuttosto fissati sui ranghi e sul livello diplomatico”.
Infine, la nunziatura – cioè l’ambasciata del Papa – ha “una relazione fondamentale con la Chiesa locale e attraverso quel rapporto spesso ha accesso a un network di persone e mezzi di informazione che nessun’altra missione diplomatica può sognare”.
Gallagher nota che anche i politici hanno la loro storia, e che ci si può trovare “seduti di fronte a leader che hanno pubblicamente dichiarato il loro disprezzo per la Chiesa e per quello per cui combatte, e a volte questa animosità non è stata limitata a parole”, ma si può anche essere “commossi dalla fede e dalla sincerità” di un gran numero di politici incontrati durante il suo servzio diplomatico.
Infine, un punto finale di contrasto che non può passare inosservato è la non comprensione del fatto che i diplomatici della Santa Sede rappresentano “il successore di Pietro”, e il Papa è “una figura unica nello scenario mondiale”, e “il nostro lavoro come suoi rappresentanti è di amplificare la sua voce”, che è voce per le persone più indifese.
Insomma, il lavoro di un inviato della Santa Sede “non è lo stesso di un parroco, ma fa parte della stessa missione nella stessa vigna”.
Poi ci sono le somiglianze tra la diplomazia della Santa Sede e quella di altri poteri, e la prima è la necessità di esercitare pazienza, perché “la diplomazia è spesso un’operazione dolorosamente lenta, in cui i progressi si misurano in incrementi non osservabili da chi è fuori dal processo”.
Ovviamente, “non basta mantenere vivo il sogno della pace”, ma la pace è un obiettivo. L’arcivescovo Gallagher ha ricordato, in questo, la sua recente visita a Kyiv e Mosca. Per raggiungere la pace, la Santa Sede, prima di tutto, “è presente”, con un impegno che “non cambia quando le circostanze cambiano”.
La Santa Sede, dice Gallagher, difende l’osservanza della legge internazionale, sostiene il multilateralismo – come notano le sedi presso le Nazioni Unite a New York e Ginevra, ma anche le altre relazioni multilaterali – e lavora per “promuovere i diritti fondamentali, in particolare il diritto alla libertà religiosa”.
In particolare, l’arcivescovo Gallagher nota gli ultimi sviluppi relativi alla risposta all’intelligenza artificiale e la richiesta della Santa Sede di adottare linee guida più ampie. La Chiesa – ha detto il “ministro degli Esteri” vaticano – “non parla su questo tema per il suo interesse personale, ma per il bene comune di tutti”.
In particolare, nel caso dell’enciclica Magnifica Humanitas, il focus della Chiesa è diretto all’umanità, alla centralità della persona umana e non solo su domande riguardo i modelli di intelligenza artificiale.
FOCUS RUSSIA – UCRAINA
Dietro le quinte della chiamata tra Leone XIV e Vladimir Putin
Il 16 ottobre, Leone XIV ha avuto una conversazione telefonica con il presidente russo Vladimir Putin. Secondo il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, è stato il Papa a prendere l’iniziativa, per cercare di alleviare la situazione umanitaria nelle regioni di Kherson e Oleshky.
Oleshky è stata occupata durante i primi giorni della guerra su vasta scala. I russi stanno bloccando la città; secondo Tatyana Gasanenko, responsabile dell’organizzazione umanitaria di Oleshky, l’ultima consegna di cibo è avvenuta il 26 maggio. A causa delle mine, degli attacchi dei droni e della mancanza di una via di fuga sicura, la popolazione non è riuscita a lasciare la città né a ricevere aiuti umanitari. Il 7 maggio, il Ministero degli Affari Esteri ucraino ha dichiarato lo stato di calamità umanitaria a Oleshky e in altri insediamenti nella parte occupata della regione di Kherson.
Al 13 settembre, residenti e volontari locali segnalavano carenza di cibo e acqua, attacchi di droni contro i convogli umanitari e persone costrette a sopravvivere con i prodotti degli orti.
Gli occupanti inizialmente negarono l’esistenza di una crisi umanitaria nella città, ma in autunno la riconobbero, addossando però tutta la colpa all’Ucraina.
Il comunicato del Cremlino, infatti, sottolinea che nel colloquio il presidente Putin ha spiegato le ragioni della situazione umanitaria a Kherson e Oleshky e cita anche le responsabilità del cosiddetto “regime di Kiev”.
Le condizioni per una chiamata sono state definite durante il viaggio del Cardinale Matteo Zuppi in Russia, dal 28 al 30 settembre scorso. Zuppi parlò della situazione di Oleshky e, in quell’occasione, fece avere la disponibilità del Santo Padre per un colloquio telefonico con il presidente Putin. Da parte del Cremlino, ci fu apertura al colloquio.
Si definì così una possibile data per il colloquio telefonico, e si individuò il 16 ottobre. Non si prevedeva, all’epoca, che il Papa fosse stato in ospedale. Tuttavia, le buone condizioni di recupero di Leone XIV hanno permesso di mettere a punto una chiamata.
In genere, la chiamata non parte dalla Santa Sede, e ciò è ancora più probabile quando la linea è installata in un ospedale. Di fatto, questa chiamata nasce comunque dalla disponibilità personale del Santo Padre, anche qualora fosse partita direttamente dal Cremlino.
Si è trattato della seconda telefonata tra Leone XIV e Putin. La prima, il 4 giugno 2025, avvenne anche in quel caso su iniziativa del Santo Padre.
Il nunzio in Ucraina descrive la missione di presenza della Chiesa
Il 15 ottobre, l’arcivescovo Visvaldas Kulbokas, nunzio in Ucraina, è intervenuto in una conferenza online organizzata dall’Università degli Studi Niccolò Cusano sul tema La Chiesa in Ucraina oggi. Geopolitica, diplomazia e cooperazione. I lavori sono stati introdotti dal professor Matteo Cantori e conclusi dal professor Giuliano Caroli.
Nel suo intervento, il nunzio in Ucraina ha sottolineato che il primo mandato della Chiesa in Ucraina è “essere presenti e dare speranza”, con un mandato che è simile a quello di circa cento cappellani militari che operano al fronte “dove sono impegnate circa un milione di persone”.
Cosa significa esserci? L’arcivescovo Kulbokas nota, ad esempio, la presenza a Mosca dell’arcivescovo Gallagher poche settimane fa, e quella presenza è “una dichiarazione implicita di disponibilità”.
Kulbokas ha anche descritto la situazione della Chiesa cattolica nel Paese, che “non è maggioritaria, ma è una realtà abbastanza radicata. La Chiesa greco-cattolica ucraina rappresenta circa il 12% della popolazione. Poi abbiamo i cattolici di rito latino, ma è difficile conoscerne i numeri esatti perché una parte della popolazione è emigrata, ma comunque dovremmo essere vicini all’1%”. Poi c’è anche l’eparchia di Mukachevo, nella parte occidentale del Paese, che è di rito bizantino, anche loro circa all’1%. Dei circa 27-28 milioni di persone rimaste nella parte non occupata dell’Ucraina, circa 4 milioni sono cattolici, ossia il 14%. Non è un numero altissimo, però le chiese e le comunità di fede in Ucraina sono molto attive: cattolici, protestanti e chiese ortodosse”.
La Chiesa in Ucraina, grazie ai suoi contatti con la Chiesa universale, “può offrire alle persone colpite dal conflitto assistenza umanitaria, come cibo, acqua, rifugi, aiuto alle persone sfollate, riabilitazione anche psicologica”, e si tratta di aiuti ingenti, che si stima abbiano superato il miliardo di euro.
L’arcivescovo Kulbokas parla di una “diplomazia sporadica”, perché – dice – al di là delle dichiarazioni di circostanza “nella comunità internazionale nessuno sembra davvero interessato alla pace”.
E aggiunge: “Se dall’alto i presidenti, i capi di Stato, non sono interessati alla problematica della pace, allora dobbiamo partire dal basso, passando per la cooperazione umana tra di noi. Se la soluzione non arriva dai politici, ci sono altre due opzioni. O lasciamo tutto in mano ai militari e allora il mondo verrà governato da chi è più forte, da chi ha più missili e da chi ha più carri armati. Oppure ci assumiamo la responsabilità tutti noi”.
Il presidente della Rada ucraina da Parolin
Il 14 ottobre si è svolto un incontro tra il Presidente della Verkhovna Rada dell’Ucraina, Ruslan Stefanchuk, e il Segretario di Stato della Santa Sede, il cardinale Pietro Parolin.
Durante l’incontro in Vaticano, Stefanchuk e Parolin hanno discusso della situazione in Ucraina, delle sfide umanitarie, degli sforzi internazionali per il raggiungimento di una pace giusta e delle prospettive di ulteriore cooperazione.
Il cardinale Parolin ha sottolineato la solidarietà della Santa Sede nei confronti delle sofferenze del popolo ucraino. Secondo una nota dell’ambasciata dell’Ucraina presso la Santa Sede, il cardinale Parolin ha detto che “la guerra in Ucraina ci addolora. Ci addolora vedere violato il diritto internazionale umanitario e morire persone innocenti”.
Ruslan Stefanchuk ha riferito dei continui attacchi russi contro le città ucraine e le infrastrutture civili ed energetiche, sottolineando che qualsiasi iniziativa di pace deve fondarsi sul diritto internazionale e su una chiara distinzione tra la responsabilità dell’aggressore e quella della vittima dell’aggressione.
Particolare attenzione è stata dedicata alle questioni umanitarie, in particolare all’assistenza alle famiglie dei prigionieri di guerra ucraini e agli sforzi per riportare gli ucraini a casa. È stata inoltre affrontata la possibilità di una visita apostolica di Papa Leone XIV in Ucraina, che costituirebbe un importante segno di sostegno spirituale e di solidarietà al popolo ucraino.
Si è discusso anche delle possibilità di approfondire la cooperazione con la Santa Sede a livello parlamentare.
“L’Ucraina – si legge in un comunicato dell’ambasciata ucraina presso la Santa Sede – apprezza profondamente la solidarietà della Santa Sede, il suo sostegno umanitario e i suoi costanti appelli alla pace. È importante che la voce della Santa Sede continui a levarsi in difesa della vita umana, della dignità e di una pace giusta”.
Il comunicato sottolinea che “una pace giusta deve fondarsi sul diritto internazionale, sul rispetto della dignità umana e sulla responsabilità per l’aggressione”.
AFOCUS SEGRETARIO DI STATO
Santa Sede e Iraq, Parolin inaugura la nuova sede dell’ambasciata
In occasione del 60esimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra Iraq e Santa Sede, l’Iraq ha inaugurato una nuova ambasciata e ha invitato il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, alla cerimonia di apertura, alla quale ha partecipato anche il ministro Fuad Hussein. Attualmente, l’ambasciata di Iraq presso la Santa Sede è retta da Ammar Dawood, incaricato d’affari ad interim.
Nel suo discorso, il Cardinale Parolin ha detto che la cerimonia è “segno di speranza”, perché “celebrare sessant’anni di relazioni diplomatiche e inaugurare la nuova sede dell’ambasciata è un evento che si pone decisamente in contrasto con l’attuale ondata di crescente sfiducia a livello mondiale”.
Il segretario di Stato vaticano ha detto che “un’ambasciata è segno di speranza per l’umanità, perché offre un forum stabile e un canale affidabile per il dialogo e la cooperazione tra gli Stati”, e “rappresenta la diplomazia, che si erge come una potente alternativa, anzi, l’unica vera alternativa, alla risoluzione violenta delle controversie e dei conflitti che sorgono nel nostro mondo”.
Il cardinale Parolin ha guardato anche alle relazioni diplomatiche tra Iraq e Santa Sede, aperte “sessanta anni fa” con la speranza di “un impegno pacifico e reciprocamente arricchente”, ma il processo “era iniziato molto prima”, e per la precisione “nell’ottobre del 1962, una delegazione della Repubblica dell’Iraq partecipò sia alla cerimonia di apertura che a quella di chiusura del Concilio Vaticano II”, mentre già dal XIX secolo c’era un delegato apostolico.
Nota il Cardinale Parolin che “sebbene il Medio Oriente fosse già allora caratterizzato da gravi tensioni – o meglio, proprio a causa di tali tensioni e con l’obiettivo di cooperare per la pace – il 26 agosto 1966 le due parti si accordarono per istituire la Nunziatura Apostolica a Baghdad e la prima Ambasciata irachena presso la Santa Sede. Il primo Pro-Nunzio Apostolico fu Sua Eccellenza l’Arcivescovo Maurice Perrin, che ricopriva anche la carica di Arcivescovo Latino di Baghdad, mentre il primo Ambasciatore iracheno presso la Sede Apostolica fu Sua Eccellenza Khalil Hashim”.
Parolin ricorda che Paolo VI, nella Quantum Utilitatis, lettera apostolica che stabiliva la nunziatura, parlava di “grandi benefici derivanti dalle relazioni diplomatiche che questa sede apostolica intrattiene abitualmente con gli Stati”, e sottolinea che “questi sessant’anni di relazioni bilaterali hanno dimostrato la verità profetica di queste parole e l’importanza di mantenere un canale diplomatico qualificato e continuo tra noi, specialmente durante i capitoli più difficili e dolorosi della storia dell’Iraq, di cui i cristiani iracheni sono parte integrante in quanto cittadini del Paese”.
Il cardinale Parolin ha notato che “questo canale diplomatico è sostenuto da persone reali, che hanno dedicato la loro vita a sanare le ferite della guerra e seminare nuovamente i semi di speranza”.
Il cardinale Parolin fa risalire il legame con l’Iraq a millenni prima del 1966, poiché “condividiamo Abramo come nostro padre comune e l’antica Mesopotamia è, in un certo senso, la patria in cui siamo nati tutti”.
Il cardinale Parolin ricorda anche la Giornata Nazionale della Tolleranza e della Coesistenza, che si celebra il 6 marzo, proclamata dalle autorità irachene in occasione della visita di Papa Francesco nel 2021, la prima visita di un Papa nel Paese.
E poi, il Segretario di Stato Vaticano guarda ai giovani, ricorda “l’istruzione di qualità” fornita dalle scuole cattoliche dall’Università di Erbil con lo scopo di “dare il nostro contributo alla costruzione di un Paese di pace e stabilità”.
Il presidente della Repubblica Dominicana in Segreteria di Stato
Era prevista un’udienza con il Papa, ma Leone XIV è in ospedale, recuperando da un’operazione che gli ha rimosso un adenocarcinoma al polmone. Così Luis Rodolfo Abinader Corona, presidente della Repubblica Dominicana, ha fatto solo il bilaterale in Segreteria di Stato, incontrando il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, e l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati.
In un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede si nota che “nel corso dei cordiali colloqui è stata espressa soddisfazione per le buone relazioni esistenti tra la Santa Sede e la Repubblica Dominicana, improntate a una collaborazione positiva e costante tra la Chiesa e lo Stato”.
Inoltre, “nel prosieguo della conversazione, ci si è soffermati sulla situazione regionale, con particolare attenzione alle ripercussioni dei conflitti e alla criminalità organizzata transnazionale”.
Il presidente desiderava porgere a Leone XIV l’invito formale a visitare la Repubblica Dominicana già nel 2027 e ha chiesto informazioni sullo stato di salute del Papa.
Il Cardinale Parolin incontra i Giovani Universitari in Parlamento
In dialogo con Giovani Universitari In Parlamento al termine del convegno internazionale dedicato a Giovanni Paolo I promosso dalla Fondazione Vaticana Giovanni Paolo I in collaborazione con la Pontificia Università Gregoriana e il Pontificio Comitato per le Scienze Storiche, il Cardinale Parolin ha invitato i giovani ad essere protagonisti, e ha chiesto una collaborazione internazionale per affrontare guerre, Intelligenza Artificiale e corsa agli armamenti.
Il dialogo è stato molto spontaneo. Sulla questione mediorientale, il cardinale ha ribadito la posizione della Santa Sede a favore della soluzione dei due Stati, sottolineando che se comunque ci fosse una soluzione migliore, “la Santa Sede sarebbe la prima ad accoglierla”, ma al momento “questa è l’unica prospettiva che possa garantire il diritto all’autodeterminazione e, attraverso due realtà sovrane, con confini definiti, capaci di vivere in pace”.
Il Segretario di Stato Vaticano ha anche affrontato il problema centrale della comunità internazionale, che, secondo il portavoce, è quello dell’impunità, in quanto “si possono commettere atrocità di cui nessuno deve rispondere”, nonostante esistano strumenti per sanzionare le violazioni dei diritti umani e i crimini contro l’umanità.
Secondo il Cardinale Parolin, le organizzazioni internazionali sono efficaci se gli Stati accettano di riconoscerne l’autorità, mentre quando i singoli Paesi si sottraggono alle regole comuni per tutelare i propri interessi, la possibilità di agire insieme si indebolisce.
“Il problema del multilateralismo – ha detto il Segretario di Stato vaticano – è un problema di fiducia. Se la fiducia viene a mancare, non c’è modo di lavorare insieme”.
Tema intelligenza artificiale. Il Cardinale Parolin chiede una risposta condivisa, di fronte a tre principali motivi di preoccupazione: le conseguenze sull’occupazione, l’applicazione delle nuove tecnologie sugli armamenti e il divario tra i paesi che possono utilizzare questi strumenti e quelli che ne sono ancora esclusi.
La Santa Sede chiede un dialogo internazionale e uno strumento giuridico che regolamenti l’impiego dell’IA, in particolare nel settore militare, e al contempo chiede di evitare che l’accesso diseguale alle nuove tecnologie accresca le distanze tra le nazioni. La bussola è l’enciclica Magnífica Humanitas di Leone XIV, che affronta questi argomenti.
Il cardinale Parolin chiede di coinvolgere anche i Paesi che non hanno avuto accesso agli strumenti dell’intelligenza artificiale, per metterla al servizio dell’intera umanità senza perdere di vista la centralità della persona.
Il cardinale Parolin ha anche parlato dell’importanza del dialogo interreligioso per combattere la radicalizzazione della fede e ha chiesto ai responsabili religiosi di essere più coraggiosi nel denunciare le violenze commesse da esponenti delle proprie comunità, perché, in un momento in cui la diplomazia internazionale incontra difficoltà, la “diplomazia delle religioni” può essere una via d’uscita.
Il cardinale ha anche aggiunto che la Santa Sede chiede ai vescovi che giungono a Roma in visita ad limina sulla necessità di formare cristiani capaci di portare nella società i principi della dottrina sociale della Chiesa.
Sulla questione della corsa agli armamenti, il Cardinale Parolin ha sottolineato che sin dai tempi della Populorum Progressio di Paolo VI la Santa Sede chiede di destinare una parte delle risorse impiegate per le armi allo sviluppo dei popoli, e ha sottolineato che le guerre, le mine antiuomo e altre forme di violenza mostrano quanto sia urgente in cambiamento di prospettiva.
Ovviamente, si è parlato anche di Giovanni Paolo I, che nei suoi 33 giorni di pontificato si è mosso in contesti internazionali complessi: gli accordi di Camp David del 1978, il rapporto tra la Chiesa cattolica e i regimi comunisti al di là della cortina di ferro, la dimensione internazionale del pontificato e le relazioni tra religione, potere e conflitti, insieme alla riflessione sull’eredità del Concilio Vaticano II.
FOCUS USA
USA, l’ordinario militare chiede ai cattolici di non far parte del plotone d’esecuzione
Dopo l’annuncio che l’esecuzione di Nidal Hasan, l’autore della sparatoria di Fort Hood del 2009, sarebbe stata effettuata su fucilazione e in diretta – ma questo non avverrà alla fine – , il mondo cattolico si è mobilitato. Il cardinale Parolin aveva parlato di una “spettacolarizzazione della morte”, e persino il vicepresidente USA JD Vance ha fatto sapere che non avrebbe visto l’esecuzione.
Negli scorsi giorni, l’arcivescovo Timothy Broglio, ordinario militare degli Stati Uniti, dopo un incontro con Leone XIV, ha disposto che qualsiasi cattolico assegnato al plotone d’esecuzione chieda di essere esonerato, affermando che l’atto è contrario all’insegnamento della Chiesa.
Broglio, che ha detto di aver presieduto i funerali di una delle vittime di Hasan, si è opposto anche al piano del Pentagono di trasmettere in diretta l’esecuzione a dicembre. Ha chiesto se il Paese voglia davvero “imitare i terroristi di questo mondo”, mettendo in scena pubblicamente l’uccisione dei propri avversari. Ha aggiunto: “C’è davvero un valore nel metterli sulla stessa barca dei terroristi trasmettendo in tutto il mondo l’immagine dell’esecuzione di un uomo in sedia a rotelle?”
I regolamenti dell’esercito consentono ai soldati di richiedere esoneri o adattamenti per motivi religiosi. L’esercito non ha ancora spiegato come intenda selezionare i membri del plotone d’esecuzione.
Non è la prima volta che l’arcivescovo Broglio esprime l’idea di una disobbedienza da parte dei militari. Quando Trump annunciava il progetto di invadere la Groenlandia, lo scorso gennaio, l’arcivescovo Broglio aveva dichiarato che un cattolico poteva opporre obiezione di coscienza a piani di invasione.
FOCUS MULTILATERALE
La Santa Sede a New York, il tema dello sviluppo sostenibile
Il 12 ottobre, l’arcivescovo Christophe El Kassis ha preso la parola nel dibattito del Secondo Comitato delle Nazioni Unite sullo Sviluppo sostenibile.
L’osservatore della Santa Sede ha sottolineato che gli sforzi per raggiungere lo sviluppo sostenibile devono affrontare le dimensioni sociali, economiche e ambientali, ma anche riconoscere quelle morali, culturali e spirituali dell’umanità.
In particolare, l’arcivescovo El Kassis ha sottolineato come la crisi climatica abbia effetti a lungo termine sulle comunità, sull’abitabilità delle famiglie, e sulle future generazioni, con tutte le implicazioni che comporta in termini di sicurezza alimentare, salute, migrazioni, culture e conflitti.
Il nunzio ha ribadito la questione dell’ecologia integrale, sottolineando che la cura del creato e della persona umana sono dimensioni interconnesse della nostra responsabilità comune.
Secondo la Santa Sede, gli strumenti tecnologici ed economici hanno un ruolo importante, ma non possono affrontare i più profondi fattori sociali, morali e culturali che contribuiscono alla crisi.
La Santa Sede a New York, il dibattito sul disarmo
Il 14 ottobre, si è tenuto presso le Nazioni Unite di New York un Dibattito Generale su tutto il disarmo e l’agenda di sicurezza internazionale.
L’arcivescovo Christophe El Kassis, osservatore della Santa Sede presso le Nazioni Unite, ha espresso preoccupazione per il fatto che il dialogo e la fiducia si sono indebolite, mentre le spese militari sono cresciute e sono stati espansi gli arsenali militari.
El Kassis ha notato che il riarmo non può fornire pace duratura e che porta via risorse dallo sviluppo umano integrale, e ha chiesto una rinnovata implementazione degli impegni di disarmo nucleare.
L’Osservatore della Santa Sede ha ribadito la richiesta della Santa Sede di uno strumento legalmente vincolante che proibisca le Lethal Autonomous Weapons Systems, ovvero i sistemi di armamento autonomi e potenzialmente letali (conosciuti con la sigla di LAWS), assicurando “un responsabile controllo umano e una sua responsabilità”.
El Kassis ha anche messo in luce le conseguenze umanitarie delle armi convenzionali e ha chiesto di preservare l’uso pacifico dello spazio.
La Santa Sede a New York, lo sradicamento della povertà e la sicurezzza alimentare
Il 14 ottobre, alle Nazioni Unite, c’è stato un dibattito congiunto su due temi interconnessi: lo sradicamento della povertà e lo sviluppo dell’agricoltura, della sicurezza alimentare e della nutrizione.
L’arcivescovo El Kassis, osservatore della Santa Sede alle Nazioni Unite, ha notato che la povertà è la più grande sfida che il mondo affronta oggi e che sradicare la povertà deve rimanere al centro dello sviluppo sostenibile nel rispetto della dignità inerente di ogni persona.
Il nunzio ha messo in luce che fame e malnutrizione sono ancora problemi mondiali nonostante ci sia una produzione di cibo sufficiente, e ha evidenziato la perdita e lo spreco di cibo, nonché le barriere che impediscono l’accesso a cibo adeguato, nutriente e alla portata di tutti.
La Santa Sede ha messo in luce l’impatto dei conflitti, del cambiamento climatico, delle ingiuste strutture economiche e delle infrastrutture inadeguate che colpiscono in particolare i piccoli agricoltori, e ha chiesto che la dignità umana sia messa al centro degli sforzi internazionali.
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