“In coscienza non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi 1 miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati“. Giorgia Meloni non ha esitazioni. La somma però è la stima di quanto spetta ai magistrati non tanto e non solo per gli aumenti di stipendio a venire, ma soprattutto per gli stipendi arretrati dal 2018. Questo perché il Consiglio di Stato ha bocciato il meccanismo con cui l’Istat calcolava le buste paga dei lavoratori non contrattualizzati. Ma il capo del governo si trincera dietro le contingenze: “È dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando solo per affrontare il tema dell’autotrasporto e impedire che si blocchi la consegna delle merci in tutta Italia”, dice al direttore dell’Adnkronos che l’ha interpellata in merito.
“Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario. Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità”, aggiunge. “Dopodiché se le associazioni rappresentative vorranno cercare insieme una soluzione sono come sempre pronta ad ascoltarle, anche perché sono convinta che la gran parte dei magistrati comprenda la situazione e le priorità di questo momento”. Il Dpcm, per dare seguito alle sentenze che stabiliscono un nuovo metodo di calcolo per gli adeguamenti degli stipendi dei magistrati e condannano il Governo a pagare anche gli arretrati, in base alle stime dovrebbe costare fino a 100mila euro, arretrati compresi, per ogni magistrato, più l’aumento di circa 20.000 euro l’anno per gli anni successivi.
Ma come si è arrivati a questa somma monstre? Gli aumenti degli stipendi dei magistrati, a differenza di altre categorie, non si decidono tramite una contrattazione. Ogni tre anni vengono adeguati per legge, prendendo come riferimento gli aumenti degli altri dipendenti pubblici. Il governo fa il calcolo sulla base di parametri Istat e lo fissa con un Dpcm. Con il metodo usato fino ad oggi dai governi precedenti, gli aumenti erano del 4,85% per il 2018-2020 e del 6,69% per il 2021-2023. Ma l’Associazione Nazionale Magistrati e altre associazioni di magistrati hanno fatto ricorso, sostenendo che il sistema di calcolo andasse rivisto e i magistrati del Tar e del Consiglio di Stato hanno dato loro ragione. Così ora con il nuovo metodo, gli aumenti salgono al 6,22% e al 12,32%, quasi il doppio per l’ultimo triennio. Il governo, attraverso l’Avvocatura di Stato, ha fatto ricorso. Ma il Tar e il Consiglio di Stato hanno dato torto al governo e ragione ai ricorrenti.
Il conto di questo ricalcolo, per lo Stato italiano, secondo alcune stime contestate dall’Anm e dalla Corte dei Conti, sarebbe di 979 milioni di euro, tanto il Dpb varato dal governo prevede per il 2027 un fondo sentenze, una tantum, dal valore di 1,9 miliardi di euro (0,08% del Pil), la maggior parte dei quali dovrebbe essere destinata, come rivelato nei giorni scorsi dal Sole 24 ore, proprio agli adeguamenti per i magistrati. “Gli importi effettivi sono di gran lunga inferiori a quelli riportati dai giornali”, ha spiegato nei giorni scorsi l’Anm all’Adnkronos spiegando che si tratta “di componenti stipendiali dovute per legge, che l’amministrazione ha omesso per anni di corrispondere. Il loro ammontare è la diretta conseguenza dei ritardi accumulati nel pagamento”. Analogamente dall’associazione Magistrati della Corte di Conti sottolineano come sia “doveroso ricordare che gli importi effettivi saranno sensibilmente inferiori a quelli circolati, frutto di una ricostruzione basata su stime non note e in assenza di parametri certi”. Non solo. “Va anche precisato che per legge i magistrati non negoziano i propri aumenti. A garanzia dell’indipendenza della magistratura è previsto un meccanismo automatico di adeguamento triennale. Questo meccanismo è collegato agli incrementi medi delle retribuzioni già riconosciuti alle altre categorie del pubblico impiego per lo stesso periodo. In passato gli adeguamenti dei due trienni sono stati calcolati con criteri risultati illegittimi. Oggi si tratta, quindi, di corrispondere componenti stipendiali previste dalla legge, che l’Amministrazione ha omesso per anni di versare”.
In altre parole, sottolineano dalla magistratura contabile, gli aumenti dei magistrati verrebbero semplicemente “allineati a quelli già percepiti dal resto del pubblico impiego”. E più si ritarda più il costo aumenta. L’auspicio è quindi che “la questione sia riportata sul piano tecnico e giuridico, che le è proprio, previa verifica delle cifre diffuse, evitandone connotazioni politiche“. Sulla stessa scia Magistratura Indipendente che sottolinea come “presentare questa vicenda come un regalo significa confondere scientemente un obbligo giuridico con una scelta politica discrezionale. Ancora più grave sarebbe la volontaria mancata esecuzione delle sentenze. Ritardare ulteriormente l’adempimento può accrescere gli oneri a carico dello Stato, alimentare altro contenzioso e determinare un danno erariale, con eventuali responsabilità da accertare nelle sedi competenti. Non può essere la collettività a sostenere i costi derivanti dalla scelta di non dare tempestiva attuazione a decisioni giurisdizionali vincolanti”.
Al lato pratico se il presidente del Consiglio non firma, dal Consiglio di Stato si prospetta la nomina di un commissario ad acta. “Il governo decide, ma se ci sono dei margini faremo un ricorso. Utilizzeremo gli strumenti che l’ordinamento ci riconosce per far valere i nostri diritti, che sono gli stessi diritti degli altri cittadini: dunque eventualmente valuteremo il ricorso”, ha commentato a caldo il vice segretario dell’Anm, Stefano Celli.
Sul fronte squisitamente politico, la magistratura unisce dove le banche dividono e così questa volta Forza Italia è pienamente d’accordo con la mossa di governo. “Condivido la scelta di Giorgia Meloni di non firmare il Dpcm sugli aumenti di stipendio ai magistrati. In un momento in cui famiglie, imprese e lavoratori affrontano sacrifici e incertezze, in cui l’emergenza energetica rischia di mettere in ginocchio le nostre economie, destinare quasi un miliardo di euro a una categoria che già beneficia di trattamenti tra i più elevati del settore pubblico non può essere considerata una priorità”, ha dichiarato Stefania Craxi dimenticando che non si tratta di un aumento da destinare alla categoria, bensì di arretrati non corrisposti per errore.
“La forza di chi governa si misura nella capacità di assumere decisioni anche quando sono difficili. Per questo apprezzo la posizione del Presidente del Consiglio, che ha scelto di mettere al primo posto l’interesse generale e le reali esigenze del Paese – aggiunge la figlia di Bettino – . Allo stesso tempo, la disponibilità al confronto con le associazioni di rappresentanza dei magistrati dimostra che ascoltare le parti coinvolte è il modo migliore per affrontare i problemi e individuare, insieme, soluzioni equilibrate, senza smarrire il senso delle priorità e senza cadere nella demagogia e scadere nella becera propaganda su un tema delicato come quello dei compensi di chi è chiamato anche in situazioni di emergenza ad amministrare la nostra giustizia”.
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