#Finsubito news dalla rete – l’economia di guerra in Iran


Nel mese di settembre l’Iran non ha caricato greggio sulle petroliere nel Golfo persico. Per contro, i volumi globali sono tornati a salire, con una media settimanale di 11,2 milioni di barili al giorno attraverso Hormuz e le rotte alternative, pari a quasi l’80% dei livelli regionali prima del conflitto.
Il Brent si è mantenuto sostanzialmente stabile, oscillando tra i 95 e i 105 dollari. Tuttavia, il costo effettivo di un barile consegnato in Asia si avvicina ai 150 dollari. Il differenziale rispetto al Brent non riflette una carenza fisica di offerta, bensì un marcato incremento del premio per il rischio associato al trasporto marittimo. E, infatti, dal 28 settembre si sono verificati sette attacchi al traffico marittimo in prossimità del punto più stretto di Hormuz, un braccio di mare che – secondo il diritto internazionale – dovrebbe essere a libera circolazione, senza imposizione di pedaggi.

I flussi sono diminuiti quasi immediatamente di una quantità compresa tra i due e i tre milioni di barili al giorno. In questo contesto, il 4 ottobre il Ministro del Petrolio della Repubblica islamica si è dimesso e, il giorno stesso, il rial ha toccato un nuovo minimo storico. Nonostante la perdita di entrate petrolifere, il governo iraniano continua a finanziare la spesa interna attraverso una combinazione di contrazione della spesa pubblica e monetizzazione del deficit. Tale strategia garantisce liquidità nel breve periodo, ma accresce le pressioni inflazionistiche e accelera l’erosione del reddito reale delle famiglie. A sua volta, questo alimenta ulteriormente l’inflazione e riduce il potere d’acquisto e la domanda di importazioni, aiutando lo Stato a resistere alle pressioni esterne a scapito del tenore di vita e dello sviluppo economico a lungo termine.

Nel contesto marittimo e petrolifero, il termine si riferisce al greggio stoccato temporaneamente a bordo di grandi navi cisterna ancorate in mare, solitamente utilizzate quando i depositi a terra sono pieni o in attesa di trovare acquirenti. Fonte: https://oilprice.com, Kpler

Tutto questo avviene sulla scia dell’aggressione statunitense e israeliana dello scorso 28 febbraio, che ha messo in ombra la sistematica repressione di regime e il massacro dell’8 e 9 gennaio 2026. Di fatto, gli iraniani sono vittime due volte: di un regime repressivo e dell’aggressione israelo-statunitense. Dal punto di vista internazionale, in questi anni la Repubblica islamica ha sostenuto Hamas e gli Huthi yemeniti, contribuendo così a mantenere attivi attori armati che hanno alimentato la destabilizzazione regionale. In primo piano, vi è appunto la guerra. I bombardamenti statunitensi e israeliani hanno suscitato sentimenti contrastanti tra gli iraniani. Quando i missili hanno distrutto il compound del leader supremo Ali Khamenei, uccidendo lui e la maggior parte dei suoi famigliari, una parte della popolazione ha inizialmente interpretato l’eliminazione della leadership come una possibile opportunità di cambiamento politico.
Nel giro di pochi giorni, ci si è però resi conto che l’obiettivo del presidente statunitense Donald Trump non era liberare l’Iran ma distruggerlo. La prova è stato l’attacco statunitense, il primo giorno di guerra, alla scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh a Minab, nel sud del Paese, mentre le lezioni erano in corso. Inizialmente Washington aveva sostenuto che gli iraniani si erano bombardati da soli, ma non era vero. Secondo l’Unicef, sono circa 180 i bambini morti, molti altri feriti. Tra le vittime ci sono le 168 bambine uccise dall’attacco che ha colpito la scuola elementare a Minab. La maggior parte delle vittime erano allieve tra i 7 e i 12 anni. Inoltre, 12 bambini sono stati uccisi in altre scuole in cinque diverse località dell’Iran. Diversi video verificati dal New York Times mostrano che almeno metà della scuola di Minab è stata distrutta dall’esplosione. In altri video (anche questi verificati dal New York Times) i soccorritori recuperano dalle macerie un braccio di bambina. Un braccio mozzato. Le vittime vengono adagiate in sacchi per cadaveri nel cortile della scuola. La scuola è adiacente a una base militare: i due edifici non erano collegati, ma comunque vicini. Le immagini, agghiaccianti, sono state trasmesse su tutte le televisioni del Medio Oriente, con interviste alle madri in lutto. Sull’emittente qatarina Al-Jazeera una delle donne intervistate ha affermato: “Israele ha normalizzato l’uccisione dei bambini a Gaza e adesso è il turno delle bambine iraniane, le nostre bambine”. Il 17 settembre, la Missione d’inchiesta dell’ONU ha concluso che in Iran gli Stati Uniti hanno commesso crimini contro l’umanità.

Se gli iraniani pensavano di essere liberati dagli americani, hanno subito capito di essersi sbagliati. Chi aveva qualche dubbio, se l’è tolto qualche settimana dopo, quando il presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato di voler cancellare la civiltà persiana. Stati Uniti e Israele hanno colpito 1290 scuole e 32 università, 210 centri sanitari sono stati danneggiati, un milione di posti di lavoro sono andari persi. Questi sono alcuni numeri che emergono da un rapporto dettagliato del Niac Council sulla distruzione di infrastrutture civili in Iran dall’inizio della guerra. Molti edifici residenziali sono crollati o hanno subito danni ingenti. Stati Uniti e Israele hanno colpito gli impianti di desalinizzazione e manca quindi l’acqua potabile. La distruzione di infrastrutture civili e industriali non produce soltanto costi umanitari immediati, ma compromette la capacità produttiva del Paese, riduce gli investimenti e aumenta il fabbisogno di importazioni in un contesto di forte pressione valutaria. I civili sono presi di mira, ripetutamente. Così come le scuole e le università, laddove le università sono da sempre, in Iran, il focolaio del dissenso. Quelli citati sono a tutti gli effetti crimini di guerra in quanto commessi contro civili e contro beni protetti come ospedali, scuole, luoghi di culto, edifici artistici. Gli attacchi sono avvenuti mentre Teheran e Washington stavano negoziando un accordo. I bombardamenti israeliani e statunitensi sull’Iran hanno violato il diritto internazionale e dimostrato – ancora una volta, dopo il genocidio a Gaza – il fallimento della diplomazia internazionale.

In primo piano, nell’aggressione all’Iran, c’era la questione del programma nucleare e, in particolare, l’arricchimento dell’uranio a livelli difficilmente riconducibili alle sole esigenze civili, suscitando evidenti preoccupazioni internazionali. Eppure, la soluzione al nucleare iraniano c’era e si chiamava JCPOA: era l’accordo nucleare firmato dai 5+1 (ovvero dai cinque membri permanenti delle Nazioni Unite più la Germania) nel 2015, quando alla Casa Bianca c’era il presidente Barack Obama. Tre anni dopo, l’8 maggio 2018, quell’accordo era stato mandato a monte dall’allora presidente Donald Trump al suo primo mandato. Il nucleare iraniano rappresentava forse un problema a inizio di quest’anno? Durante un briefing a porte chiuse al Congresso tenutosi lo scorso marzo, funzionari del Pentagono hanno ammesso che non vi erano informazioni di intelligence che suggerissero che l’Iran avesse intenzione di attaccare per primo le forze statunitensi.  A scriverlo è stata Reuters online citando due fonti a conoscenza della questione. Le dichiarazioni sembravano così indebolire una delle argomentazioni chiave a favore della guerra avanzate da alti funzionari dell’amministrazione americana, secondo la quale il presidente Donald Trump aveva deciso di lanciare gli attacchi in parte a causa di segnali che gli iraniani avrebbero potuto colpire le forze statunitensi in Medio Oriente preventivamente.

Paradossalmente, il conflitto ha prodotto un effetto di consolidamento politico interno: forze armate, Guardie rivoluzionarie e ampi segmenti della popolazione hanno temporaneamente accantonato divisioni pregresse per sostenere la leadership. Per il dissenso resta poco spazio. Il timore di violenze da parte del governo scoraggia i cittadini iraniani dal dare vita a nuove proteste, limitando la probabilità che le difficoltà economiche possano destabilizzare la Repubblica Islamica. Quando si tratta di scendere in piazza, ad essere bene organizzati sono coloro che sostengono attivamente la Repubblica islamica, non certo i dissidenti. La parola d’ordine è stata nazionalismo. Il nuovo leader supremo è Mojtaba Khamenei, il secondogenito dell’ayatollah ucciso il 28 febbraio. Non si è ancora mostrato in pubblico, forse per le ferite subite durante il bombardamento e molti ritengono sia stato ucciso. Dal punto di vista mediatico, in prima linea spiccano il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il presidente Massud Pezeshkian. Il capo della diplomazia iraniana ha conseguito il dottorato all’Università del Kent, nel Regno Unito. Il presidente è cardiochirurgo. Un altro personaggio di rilievo nei negoziati è Mohammad Baqer Qalibaf: già sindaco di Teheran, attualmente presidente del parlamento iraniano, ha un dottorato in geografia politica. In altri termini, la leadership della Repubblica islamica vanta titoli accademici di tutto prestigio, e non soltanto memoria della rivoluzione del 1979 e una comune esperienza nella guerra contro l’Iraq negli anni Ottanta.

Crescita del tasso di inflazione year-on-year. Fonte: Trading Economics

La guerra scatenata da Trump e Netanyahu sta deteriorando significativamente le condizioni economiche delle famiglie iraniane. L’inflazione legata al conflitto sta creando nuove pressioni per i fornitori iraniani di servizi BNPL (*Buy Now, Pay Later*). I programmi “Compra ora, paga dopo” (BNPL) si sono rapidamente diffusi in Iran: le famiglie ricorrono a crediti senza interessi per far fronte all’aumento dei prezzi e acquistare beni subito, prima che i costi salgano ulteriormente. Finora, elevati livelli di scorte hanno permesso alle industrie iraniane di mantenere la produzione nonostante le interruzioni legate al conflitto. L’inflazione e le interruzioni negli approvvigionamenti causate dal conflitto rendono però questo modello sempre più difficile da sostenere, mentre i fornitori cercano di recuperare i costi gravando su commercianti e debitori. Sebbene l’adozione del BNPL possa offrire un sollievo a breve termine, nel medio e lungo periodo contribuisce ad aumentare l’indebitamento e rischia di alimentare ulteriormente l’inflazione.

La diffusione del BNPL rappresenta uno degli indicatori più evidenti della compressione del reddito disponibile delle famiglie iraniane. In assenza di un mercato del credito al consumo sviluppato, tali strumenti hanno assunto una funzione parafinanziaria, consentendo l’anticipo degli acquisti ma trasferendo nel futuro il peso dell’aggiustamento economico. Se il conflitto dovesse protrarsi, il rischio è la crescita simultanea dell’indebitamento delle famiglie, dell’insolvenza e delle tensioni inflazionistiche.

 

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