#Finsubito news dalla rete – Mercati emergenti e risparmio delle famiglie: perché i rendimenti alti attirano e quali rischi valutare prima di investire


Un confronto con un consulente indipendente resta il passaggio più sensato prima di qualsiasi decisione

Nelle filiali bancarie della provincia, come in quelle di qualsiasi altra zona d’Italia, la scena si ripete con una certa regolarità. Un risparmiatore arriva con una cifra messa da parte in anni di lavoro, spesso frutto di una liquidazione, di un’eredità o della vendita di un immobile, e chiede dove metterla.

Il conto corrente non rende quasi nulla, i titoli di Stato italiani offrono rendimenti dignitosi ma non entusiasmanti, e da qualche parte, letto su un giornale o sentito al bar, circola il racconto di obbligazioni che pagano cedole a doppia cifra. È il fascino dei mercati emergenti, Paesi con economie in crescita, popolazioni giovani, debiti pubblici che per attirare capitali devono offrire interessi molto più alti di quelli europei. Il punto è che quei rendimenti non sono un regalo: sono il prezzo che il mercato chiede per assumersi rischi precisi, e chi investe dovrebbe conoscerli prima, non dopo. Per un territorio come quello marchigiano, dove la cultura del risparmio è radicata e le famiglie tendono a mettere da parte con costanza, la questione riguarda molte più persone di quanto si pensi.

 

Rendimenti elevati e mercati emergenti: da dove nasce l’attrazione

Il meccanismo, nella sua forma più semplice, è facile da capire. Uno Stato con un’inflazione alta, una moneta debole o un passato di instabilità finanziaria deve convincere gli investitori a prestargli denaro, e lo fa offrendo cedole elevate. Più il Paese è percepito come rischioso, più alto è il rendimento richiesto. Brasile, Messico, Sudafrica, Indonesia, Turchia: nomi diversi, storie economiche diverse, accomunati dal fatto di pagare interessi che in Europa non si vedono da tempo.

Per il risparmiatore italiano il confronto è immediato e, a prima vista, schiacciante. Un titolo che rende tre o quattro volte un BTP sembra un affare evidente, e la tentazione di spostare almeno una parte dei risparmi in quella direzione è comprensibile. Il problema è che il rendimento nominale racconta solo una parte della storia. Quello che conta davvero, alla fine, è quanto denaro torna in tasca, in euro, alla scadenza o al momento della vendita, dopo aver fatto i conti con il cambio, l’inflazione, le tasse e le eventuali difficoltà dell’emittente. Ed è proprio lì che molte promesse si ridimensionano.

 

Rischio di cambio: valuta locale contro dollaro ed euro

Il primo rischio, quello che sorprende più spesso chi si avvicina a questi strumenti, riguarda la valuta. Molti Paesi emergenti emettono debito nella propria moneta, e in quel caso l’investitore europeo è esposto in pieno alle oscillazioni del cambio. Se la valuta locale perde valore rispetto all’euro più velocemente di quanto renda la cedola, il guadagno si trasforma in perdita, anche se l’emittente paga regolarmente tutti gli interessi. La lira turca è l’esempio più citato di questa dinamica: un lungo periodo di svalutazione e inflazione elevata ha mostrato con chiarezza come rendimenti apparentemente generosi possano essere erosi, e a volte annullati, dal deprezzamento della moneta.

Per ridurre questo problema, diversi Stati emergenti collocano una parte del proprio debito in valute forti, soprattutto dollari ed euro. È il caso, tra gli altri, dei titoli di Stato turchi emessi in valuta americana, che eliminano il rischio legato alla lira e lasciano all’investitore quello legato al dollaro e alla solidità dell’emittente. Si tratta di una differenza sostanziale, perché cambia completamente il profilo di rischio dello strumento. Per un risparmiatore europeo, però, anche il dollaro resta una valuta estera: le oscillazioni tra euro e dollaro possono essere ampie, e incidono sia sulle cedole incassate sia sul capitale restituito a scadenza. Le emissioni in euro, quando disponibili, sono quelle che azzerano del tutto il rischio di cambio, di solito al prezzo di un rendimento un po’ più basso.

 

Rischio emittente, rating e liquidità dei titoli

Il secondo grande capitolo è la solidità dello Stato che emette il titolo. Le agenzie di rating assegnano a ogni emittente un giudizio sul merito di credito, e la gran parte dei Paesi emergenti si colloca nella fascia speculativa o appena sopra il confine dell’investment grade. Non significa che falliranno, ma che la probabilità di ritardi nei pagamenti, ristrutturazioni del debito o situazioni di default è considerata più alta rispetto ai Paesi sviluppati. La storia finanziaria recente offre più di un esempio di Stati che hanno dovuto rinegoziare i propri obblighi con i creditori, imponendo perdite anche consistenti a chi aveva in portafoglio quei titoli.

Accanto al rating c’è poi la questione della liquidità. Un BTP si compra e si vende in qualsiasi momento sul mercato secondario, con differenze minime tra prezzo di acquisto e di vendita. Molte obbligazioni dei mercati emergenti, soprattutto quelle con tagli minimi elevati o negoziate su piattaforme meno accessibili, possono essere più difficili da smobilizzare, in particolare nei momenti di tensione, quando tutti vogliono vendere nello stesso momento e i compratori si fanno rari. Chi pensa di poter uscire rapidamente se le cose si mettono male rischia di trovarsi a vendere a prezzi molto penalizzanti. A questo si aggiungono i costi di intermediazione, eventuali commissioni di cambio e l’imposizione fiscale, che va verificata caso per caso perché non tutti i titoli esteri godono delle stesse condizioni previste per il debito pubblico italiano.

 

Diversificazione del portafoglio e peso dei mercati emergenti

Nessuna di queste considerazioni significa che i mercati emergenti vadano evitati in blocco. Nella costruzione di un portafoglio diversificato possono avere un ruolo, a patto che quel ruolo sia proporzionato alla situazione di chi investe. Una famiglia che dispone di una riserva di liquidità per le emergenze, ha un orizzonte temporale lungo e non dovrà attingere ai risparmi nei prossimi anni può permettersi di assorbire oscillazioni anche ampie. Chi invece sta investendo l’intera liquidazione, o soldi che serviranno a breve per l’università dei figli o per la casa, difficilmente dovrebbe esporsi in modo rilevante a strumenti di questo tipo.

Le regole di buon senso, in fondo, sono poche e note. Non concentrare una quota eccessiva del patrimonio su un solo Paese o un solo emittente. Capire in quale valuta è denominato il titolo prima ancora di guardare la cedola. Leggere la scheda informativa e il prospetto, per quanto noiosi, e diffidare di chi presenta un rendimento alto senza spiegare con la stessa chiarezza da dove arriva. Considerare anche la via dei fondi o degli ETF specializzati, che distribuiscono il rischio su decine di emittenti diversi, pur con costi di gestione da mettere in conto.

C’è infine un aspetto psicologico che i numeri non mostrano. I titoli dei mercati emergenti possono attraversare periodi lunghi di calma apparente, con cedole puntuali e prezzi stabili, e poi perdere valore in poche settimane per una crisi politica, una decisione di una banca centrale o un improvviso cambio di umore degli investitori internazionali. Chi li compra dovrebbe chiedersi con onestà come reagirebbe vedendo il proprio investimento perdere un quinto del valore in un mese. Se la risposta è che non riuscirebbe a dormire, probabilmente quella quota di portafoglio è troppo alta, qualunque sia il rendimento promesso sulla carta. Un confronto con un consulente indipendente, che non abbia interesse a vendere un prodotto specifico, resta il passaggio più sensato prima di qualsiasi decisione.


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