di Giulio Albanese
Nel nord del Mozambico si continua a morire e a pagare il prezzo più alto sono i civili. Da nove anni i jihadisti seminano terrore nella provincia di Cabo Delgado, incendiano villaggi, rapiscono civili e costringono le famiglie ad abbandonare le proprie case. La tragedia affiora di rado sulla stampa internazionale e nell’agenda diplomatica. Eppure, sotto le acque dell’Oceano Indiano si trovano immensi giacimenti di gas naturale, mentre l’entroterra custodisce risorse minerarie. Gli investimenti mobilitano governi e multinazionali; la sofferenza delle popolazioni, invece, suscita un’attenzione intermittente. È il paradosso di una guerra dimenticata in una regione ambita dal mondo.
L’ultimo rapporto di Acled, l’organizzazione che monitora i conflitti armati, documenta un peggioramento della sicurezza. A settembre gli insorti affiliati al sedicente Stato islamico (Is) hanno compiuto 19 attacchi contro civili, rispetto agli undici di agosto e ai nove di luglio. Le incursioni hanno colpito soprattutto i distretti di Macomia, Mocímboa da Praia e Muidumbe, oltre a Nangade, vicino alla frontiera tanzaniana. I combattenti attaccano gli insediamenti più isolati, provocano nuovi sfollamenti e ostacolano i collegamenti. Le operazioni militari hanno recuperato centri strategici, ma la mobilità dei gruppi armati continua a minacciare le campagne e le vie di comunicazione. Riconquistare una città non significa proteggere i suoi abitanti.
La violenza ha raggiunto anche la provincia di Niassa. Il 3 settembre un gruppo di miliziani ha assalito un accampamento di caccia nei pressi di Nanlixa, nel distretto di Marrupa, uccidendo due dipendenti. Nella stessa area gli attacchi hanno provocato fughe e sequestri. Tre ostaggi catturati durante l’incursione sono stati liberati il 4 ottobre in cambio di un riscatto, secondo le fonti locali citate da Acled. I rapimenti servono a intimidire e finanziare i gruppi armati. La guerra si alimenta così anche attraverso un’economia criminale, fatta di estorsioni e controllo delle rotte commerciali.
Le origini dell’insurrezione risalgono all’ottobre 2017, quando estremisti armati assaltarono postazioni della polizia a Mocímboa da Praia. I ribelli, inizialmente conosciuti con il nome locale di al-Shabaab, senza un legame organizzativo con l’omonimo movimento somalo, sono poi entrati nell’orbita dello Stato islamico. È una forma di franchising jihadista: gruppi nati da conflitti locali adottano un marchio transnazionale, guadagnando visibilità e accesso a reti di propaganda e sostegno. L’ideologia religiosa non basta a spiegare la rivolta.
Cabo Delgado sconta una lunga storia di marginalità rispetto al potere centrale di Maputo. Strade insufficienti, servizi precari e disoccupazione giovanile hanno alimentato la sfiducia nelle istituzioni. Si aggiungono rivalità tra comunità, controversie sulla terra e aspettative deluse per i benefici promessi dall’industria estrattiva. La propaganda estremista ha sfruttato queste fratture, trasformando il risentimento in uno strumento di reclutamento. Riconoscere l’esclusione sociale non giustifica le atrocità dei miliziani. Significa comprendere perché la sola risposta armata rischia di lasciare intatte le condizioni che favoriscono la ribellione.
Il momento di massima esposizione internazionale arrivò nel marzo 2021, con l’assalto a Palma, nei pressi della penisola di Afungi. L’offensiva causò vittime, sfollamenti e la sospensione del gigantesco progetto di gas naturale liquefatto guidato da TotalEnergies. Un’insurrezione nata nelle periferie dello Stato aveva compromesso un investimento da circa venti miliardi di dollari. La sicurezza di Cabo Delgado è diventata strategica per Maputo e gli investitori. La sorte delle comunità locali, tuttavia, è rimasta troppo spesso in secondo piano rispetto alla protezione degli impianti.
L’intervento delle truppe rwandesi, nel luglio 2021, ha cambiato gli equilibri sul terreno. I militari di Kigali, chiamati dal governo mozambicano, hanno contribuito a riconquistare importanti centri urbani e a mettere in sicurezza aree sensibili. Hanno inizialmente operato accanto alle forze della Comunità di sviluppo dell’Africa australe, la Sadc, la cui missione si è successivamente conclusa. I progressi sono reali. Resta però la difficoltà delle forze nazionali a presidiare stabilmente un territorio vasto e frammentato. Anche le incertezze sui finanziamenti alla presenza ruandese mostrano quanto fragile possa diventare una stabilizzazione dipendente dall’assistenza esterna.
Nel frattempo è ripartito il grande investimento energetico. Il 29 gennaio 2026 TotalEnergies ha annunciato la piena ripresa delle attività del progetto Mozambique Lng, dopo la sospensione decisa nel 2021. Il governo del presidente Daniel Chapo vi intravede un’occasione di crescita, occupazione e nuove entrate pubbliche. Il gas offshore sarà liquefatto a terra per l’esportazione. Il sottosuolo della regione custodisce inoltre altre risorse, sebbene siano soprattutto i giacimenti offshore a sostenere i grandi progetti attuali. Quanta ricchezza arriverà alle famiglie che vivono accanto agli impianti?
Difendere un complesso industriale significa concentrare uomini e mezzi in un’area circoscritta. Proteggere una popolazione richiede invece una presenza dello Stato molto più ampia: amministrazioni credibili, scuole funzionanti, presidi sanitari, collegamenti sicuri e possibilità di lavoro. Il rischio è che lungo la costa sorgano installazioni protette da dispositivi militari, mentre l’entroterra rimanga esposto alle incursioni e alla povertà. Una frattura del genere finirebbe per alimentare proprio quel senso di abbandono sul quale gli estremisti costruiscono parte della loro propaganda.
I numeri dell’emergenza umanitaria rendono ancora più evidente la sproporzione tra interessi economici e bisogni sociali. Il piano delle Nazioni Unite per il 2026 richiede 348 milioni di dollari per assistere 1,1 milioni di persone colpite dal conflitto nel nord del Paese. Alla fine di luglio risultava finanziato appena il 35 per cento. Mancano risorse per proteggere gli sfollati, sostenere le famiglie ospitanti e garantire servizi essenziali. Gli attacchi impediscono di coltivare i campi e raggiungere i mercati; le strade insicure rendono difficile perfino curarsi. Ogni fuga grava su comunità già povere.
Particolarmente vulnerabili sono i minori, esposti a violenze, rapimenti e interruzioni della scuola. Le organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato atrocità jihadiste e abusi imputati anche a membri delle forze di sicurezza. È una questione decisiva per la credibilità delle istituzioni. La lotta all’estremismo esige fermezza, ma deve rispettare la legalità e la dignità delle persone. Quando prevale l’impunità, la popolazione finisce per percepire lo Stato come una presenza da temere, anziché come una garanzia di protezione.
Su questa crisi pesa inoltre la fragilità della politica nazionale. Le contestazioni seguite alle elezioni del 2024 e la repressione delle proteste hanno lasciato ferite profonde. Il presidente Chapo si trova davanti a una doppia esigenza: rafforzare la sicurezza e ricostruire la fiducia dei cittadini. La seconda è indispensabile per rendere duratura la prima. Occorrono trasparenza nella gestione delle risorse, istituzioni responsabili e spazi reali di partecipazione per le comunità locali, a cominciare dai giovani.
Il conflitto supera ormai i confini provinciali. I movimenti dei miliziani nelle zone prossime alla Tanzania impongono una cooperazione regionale più efficace, mentre i traffici lungo le rotte dell’Oceano Indiano offrono opportunità alle reti clandestine. Intelligence e operazioni di sicurezza sono necessarie, ma devono accompagnarsi a investimenti sociali e a una presenza pubblica capace di raggiungere i territori marginalizzati. Anche la società civile e le comunità religiose possono favorire la riconciliazione, sostenere gli sfollati e ricucire rapporti spezzati dalla paura.
Cabo Delgado pone infine una domanda che riguarda buona parte dell’Africa: a chi appartiene, concretamente, la ricchezza della terra? La sovranità sulle risorse acquista significato quando produce istruzione, salute, lavoro e diritti per chi vi abita. Il gas può contribuire alla rinascita del Mozambico, purché i suoi benefici non si fermino ai bilanci delle imprese e alle casse delle dirigenze politiche come a volte avviene in Africa. Eppure, mentre si discute di contratti, esportazioni e sicurezza degli investimenti, troppi villaggi continuano a vivere nell’angoscia. L’indifferenza internazionale è parte di questo scandalo: si mobilitano capitali per estrarre la ricchezza, ma si fatica a trovare i fondi per difendere la vita. La pace comincerà a diventare credibile quando gli abitanti di Cabo Delgado conteranno almeno quanto il gas custodito davanti alle loro coste.
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