L’aspetto più sorprendente del summit di settembre a Washington tra il presidente cinese Xi Jinping e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non è stato ciò di cui si è discusso – commercio, dazi, competizione tecnologica – ma ciò che è rimasto fuori. Taiwan non è stata del tutto assente: entrambe le parti ne hanno parlato con il tono misurato dell’“essere d’accordo sul non essere d’accordo” che ormai caratterizza la questione. Ma è rimasta vistosamente fuori dai temi principali dell’agenda.
Gli analisti continuano a descrivere lo Stretto di Taiwan come il punto di crisi potenzialmente più pericoloso al mondo. L’agenda del summit sembrava suggerire qualcosa di diverso. Questo non significa che la questione di Taiwan sia scomparsa. Taiwan resta per Pechino il “cuore degli interessi fondamentali” e le tensioni nello Stretto continuano a essere un elemento centrale delle relazioni tra Stati Uniti e Cina. Proprio perché la questione è tanto delicata, sia Washington sia Pechino hanno forti incentivi a preservare la stabilità.
Il peso del 2027
Per anni, il mondo occidentale ha vissuto guardando al 2027. Quell’anno ha assunto un significato quasi simbolico per gli osservatori della Cina, i pianificatori militari e i commentatori che lo considerano il momento in cui Pechino potrebbe decidere di muoversi contro Taiwan.
La narrativa del “2027”, però, distorce le priorità globali e alimenta un allarmismo non necessario. I conti alla rovescia influenzano budget e strategie di deterrenza: sbagliare la tempistica può quindi avere conseguenze significative per tutte le parti coinvolte. La distanza tra queste previsioni e la realtà sul terreno suggerisce che molti osservatori possano aver sovrastimato la probabilità di una guerra.
Sono cresciuto nel Fujian, la provincia cinese direttamente affacciata sullo Stretto di Taiwan, in un periodo in cui l’ombra del confronto militare condizionava la vita quotidiana. Allora, la guerra sembrava meno una possibilità che un’aspettativa. Oggi la costa del Fujian racconta una storia molto diversa.
Il boom infrastrutturale del Fujian
La provincia sta attraversando un grande boom delle infrastrutture civili. Lo Xiamen Xiang’an International Airport, situato a soli tre chilometri da Kinmen, territorio controllato da Taiwan, è in espansione. Nuovi corridoi ferroviari ad alta velocità vengono costruiti parallelamente alle linee costiere già esistenti.
Stanno inoltre sorgendo parchi industriali, hub logistici e poli tecnologici. La maggior parte degli investimenti è guidata dal governo, ma anche il capitale privato sta affluendo nella regione. Questa trasformazione sta convertendo quella che un tempo era una zona di difesa costiera in una delle aree più prospere della Cina.
Il Fujian figura oggi tra le prime otto province cinesi per Pil complessivo e al quarto posto a livello nazionale per Pil pro capite. Investimenti di lungo periodo di questo tipo sono difficili da conciliare con l’idea di un confronto militare imminente. Il boom non dimostra che un conflitto sia impossibile, ma rivela alcune delle ipotesi che sembrano guidare l’orizzonte di pianificazione di Pechino.
Gli Stati che si preparano a una guerra imminente tendono a dare priorità alla mobilitazione militare e al rafforzamento strategico. Il Fujian, al contrario, viene sviluppato come un motore di lungo periodo per integrazione economica, innovazione e connettività attraverso lo Stretto.
È per questo che sono da tempo scettico nei confronti del tanto discusso “scenario di invasione del 2027”. Pechino continua a modernizzare le proprie forze armate e a preservare l’opzione dell’uso della forza. Ma il paesaggio fisico del Fujian riflette una strategia calibrata sulla pazienza, più che sull’urgenza.
La strategia di lungo periodo di Pechino
Pechino sta giocando una paziente partita a scacchi, non a dama. Nonostante il rallentamento dell’economia e le pressioni sul mercato del lavoro interno, la Cina continua a sovvenzionare e incentivare le aziende del Fujian affinché assumano giovani taiwanesi. La strategia combina incentivi economici e pressioni nella “zona grigia”.
Se Taipei evita di oltrepassare quella che Pechino considera la linea rossa definitiva, cioè una dichiarazione formale di indipendenza, la leadership cinese sembra fiduciosa nella propria strategia di integrazione di lungo periodo. Non si tratta di una posizione marginale: numerosi analisti geopolitici, economisti e studiosi ritengono che Pechino potrebbe evitare l’uso della forza a causa degli enormi costi politici ed economici di un conflitto.
L’approccio di Trump a Taiwan
Il secondo mandato di Trump ha modificato la gestione tattica della questione taiwanese. Per una Casa Bianca orientata alle transazioni, il pacchetto di armi da 14 miliardi di dollari destinato a Taipei e a lungo rinviato viene trattato meno come una linea rossa ideologica e più come una leva negoziale per ottenere un “accordo migliore”.
Un indicatore storico del triangolo Washington-Pechino-Taipei è rappresentato dal trattamento riservato ai leader taiwanesi quando transitano negli Stati Uniti. I periodi di maggiore coinvolgimento politico tra Stati Uniti e Taiwan sono stati spesso accompagnati da transiti più visibili e politicamente significativi.
Al contrario, recenti restrizioni o ritardi sembrano indicare una maggiore attenzione alla gestione dei rapporti con Pechino e alla necessità di evitare escalation non necessarie. Nell’estate del 2025, per esempio, l’amministrazione Trump avrebbe rifiutato di autorizzare una tappa di alto profilo a New York – e una seconda a Dallas – del presidente taiwanese Lai Ching-te, spingendo Taipei ad annullare il viaggio, anche se le autorità taiwanesi negano che questo sia stato il motivo della cancellazione.
Tutto ciò non significa che il rapporto di sicurezza tra Stati Uniti e Taiwan sia crollato. Come scherzano con me alcuni amici taiwanesi davanti a un caffè, basta trascorrere abbastanza tempo nelle lobby degli hotel a cinque stelle di Taipei per imbattersi in contractor statunitensi della difesa impegnati nelle attività logistiche e burocratiche legate alle vendite di armi in corso.
Ma questi preparativi discreti rivelano un paradosso strategico: Washington e Pechino si preparano entrambe a un conflitto che stanno attivamente cercando di evitare. Taiwan rimane la questione più esplosiva del rapporto bilaterale, ed è proprio la sua pericolosità a creare un incentivo reciproco a mantenerla stabile.
La “distruzione reciproca assicurata” dei semiconduttori
Il ruolo centrale di Taiwan nell’ecosistema globale dei semiconduttori rappresenta un’altra ragione per mettere in dubbio il conto alla rovescia verso il conflitto. L’analisi convenzionale considera il predominio nei chip come una fonte di instabilità.
Ma vale la pena prendere seriamente in considerazione l’argomento opposto: i costi economici e tecnologici derivanti da un’interruzione dell’industria taiwanese dei semiconduttori potrebbero creare fortissimi incentivi alla moderazione sia per Washington sia per Pechino.
Potremmo definirla “Silicon Mutual Assured Destruction”, una sorta di distruzione reciproca assicurata del silicio. L’espressione è imperfetta, ma la logica è semplice: nessuna delle due parti può facilmente mettere fuori gioco l’ecosistema dei semiconduttori centrato su Taiwan senza provocare gravi danni al proprio futuro economico e tecnologico.
Gli scettici obietteranno che nulla di tutto questo modifica l’obiettivo finale di Pechino. Hanno ragione. I leader cinesi non hanno mai abbandonato l’obiettivo della riunificazione e nessuno dovrebbe escludere la possibilità dell’uso della forza.
L’integrazione economica, l’interdipendenza nei semiconduttori e il dialogo diplomatico non eliminano neppure il rischio di errori di calcolo. Eppure, le prove a sostegno dell’ipotesi di un conflitto imminente sono molto più deboli di quanto molte previsioni lascino intendere.
Mentre il 2027 si avvicina, lo Stretto di Taiwan resta carico di tensioni. Ma il conto alla rovescia verso la guerra che domina una parte così ampia del dibattito pubblico appare sempre più come un miraggio.
Le opinioni espresse negli articoli di commento pubblicati su Fortune.com appartengono esclusivamente ai rispettivi autori e non riflettono necessariamente le opinioni e le convinzioni di Fortune.
L’articolo originale è disponibile su Fortune.com.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link




