#Finsubito news dalla rete – Notaio donna nella fiction Valente: professione e TV


Quando una professione arriva sul piccolo schermo, il rischio è quasi sempre lo stereotipo. Il medico, l’avvocato, il magistrato hanno ormai una lunga tradizione televisiva; il notaio, invece, è rimasto per decenni una comparsa: la figura austera che appare brevemente per leggere un testamento o autenticare una firma. La fiction ambientata a Sorrento – premiata da ottimi ascolti in prima serata – ha avuto il merito di rompere questo schema, raccontando attraverso il personaggio di Roberta Valente il volto meno conosciuto di una professione che entra silenziosamente in alcuni dei momenti più importanti della vita delle persone.

Una significativa parte di questo risultato si deve a Maria Vera Ratti, che ha dato al personaggio un’impronta lontana dai cliché e profondamente umana. La ringraziamo, innanzitutto, per aver accettato di dialogare con la nostra Rivista.

Il successo della serie è anche l’occasione per riflettere su una trasformazione che il notariato italiano vive da tempo e che la fiction, forse senza volerlo, ha raccontato con sorprendente fedeltà. Negli ultimi quindici anni la professione è profondamente cambiata: oggi quasi un vincitore di concorso su due è una donna e le notaie rappresentano ormai circa il 38% della categoria. Dietro questi numeri c’è una generazione di giovani professioniste che ha conquistato il proprio spazio con studio, rigore e competenza, spesso dovendo affermare la propria autorevolezza in un contesto percepito come maschile.

In molte, probabilmente, si sono riconosciute in Roberta Valente: non tanto nelle vicende della fiction, quanto in quella ricerca di equilibrio tra autorevolezza e spontaneità che accompagna l’esordio nella professione. All’inizio si avverte talvolta il bisogno di attenuare alcuni tratti della propria femminilità per essere subito percepite come credibili; col tempo, però, molte scoprono che proprio l’ascolto, l’empatia e la sensibilità verso le persone e le famiglie – qualità a lungo ritenute estranee alla funzione – sono in realtà un autentico valore aggiunto.

Un notaio protagonista della prima serata è una novità che ci ha incuriositi, ma anche divertiti, al di là del giudizio di ciascuno di noi sulla serie. Per questo abbiamo lasciato per una volta i territori abituali della Rivista e ripercorso con un po’ di leggerezza insieme a Maria Vera Ratti l’intero viaggio: dalla costruzione del personaggio alla scoperta del mondo notarile, dagli stereotipi alle emozioni, per capire che cosa significhi interpretare una professione così poco conosciuta dal grande pubblico.

Partiamo dal personaggio, il notaio ormai più famoso d’Italia: chi è Roberta Valente?

Roberta è una ragazza molto sola, segnata da un grande dolore, legata profondamente a una persona che ha perduto. Eppure, è riuscita a rimettere ordine nella propria vita, a far quadrare tutto, proprio attraverso questa professione, nella quale brilla e si è tolta grandissime soddisfazioni già da giovane. È il suo paradosso: nel lavoro è molto competente, determinata, piena di talento; nella vita un po’ meno, perché ha pianificato ogni cosa in modo rigido e poco empatico. E poi c’è Sorrento, la città dove è cresciuta, dove ha i suoi affetti e dove le è accaduto ciò che l’ha segnata: nella serie si ritrova a scardinare, uno a uno, i dogmi che si era costruita, e in fondo a crescere. Magari nella seconda stagione la vedremo un po’ più “colorata” – chi lo sa, vedremo.

Roberta è un personaggio volutamente spigoloso, quasi respingente. Com’è stato costruirlo?

Roberta mi faceva ridere, questa è la verità. Forse si poteva limare ancora un po’, ma Roberta era proprio così: un personaggio piuttosto respingente, e quello era l’obiettivo e non perché si volesse rappresentare così la figura del notaio. Piuttosto non si voleva una figura accattivante al contrario si voleva rappresentare una donna complessa. Nelle fiction i protagonisti sono spesso una realtà molto “disneyana”, tutti belli e buoni; qui invece si è scelto di raccontare una persona vera, con le sue idiosincrasie e anche le sue antipatie. Attenzione: non una brutta persona – quella sarebbe l’antagonista non la protagonista – ma un personaggio con una morale forte, con dei valori, che però, nel modo in cui cerca di far quadrare le cose, può risultare parecchio antipatica. Quella spigolosità passa attraverso la precisione, la poca elasticità; ed è una corazza, che nel corso della serie vedremo pian piano ammorbidirsi, tant’è vero che ad un certo punto Roberta fa delle cose che voi notai non fareste mai… Mi divertiva perché esistono davvero, persone così, che si irritano se una sfumatura non va esattamente come vorrebbero. Tra l’altro il primo provino lo feci mentre giravo “Il Commissario Ricciardi”, poi ne seguirono altri; ma devo dire che nel leggere il copione dissi a me stessa “Io questa la conosco” e in effetti, per me, interpretarla non è stato faticoso, anzi liberatorio. Nella vita privata sono tutto all’opposto; non pianifico nulla, anzi mi definirei addirittura un po’ evanescente. Mentre il lavoro è per me l’unico pilastro in cui mi chiudo davvero e do il massimo: poter quindi incanalare tutta me stessa in una struttura così “rigida” è stato bellissimo anzi liberatorio.

Prima di indossare i panni di Roberta Valente, che immagine aveva del notaio? Quella diffusa – il professionista che spunta solo nelle occasioni solenni per leggere atti in un italiano da iniziati – o sapeva già quanto studio, quale selezione e quanta responsabilità si nascondano dietro questo lavoro? E ora che il personaggio l’ha vissuto: qualcosa, nel suo sguardo, è cambiato? Crede che raccontare il notaio in una lingua più diretta possa aver incrinato qualche pregiudizio e avvicinato il pubblico?

Sinceramente nessuna idea precisa: non era il mio mondo. All’università ho fatto una sorta di scienze politiche un po’ anomala, senza la parte giuridica; io sono sempre stata attratta da tutto ciò che è umanistico, ero molto brava in filosofia, e non avrei mai potuto appassionarmi ad una materia giuridica ad esempio il diritto privato. Il notaio, come figura, l’ho conosciuto più nella vita che sui libri: tra gli amici dei miei genitori c’era chi faceva questo lavoro, persone con cui si rideva e si scherzava. E poi l’ho incontrato davvero quando è toccato a me: quando ho comprato la mia prima casa e ho contratto un mutuo, mi ha seguito un notaio amico di famiglia che, a dir la verità, mi è stato davvero di grandissimo aiuto: a me che non capivo niente, ha condotto per mano, spiegandomi come muovermi passo dopo passo. È stato lì il mio primo, vero contatto con la professione. Quanto allo stereotipo del notaio anziano, pedante e facoltoso, ora che me lo dice mi accorgo che esiste, ma la mia percezione è diversa: ho dei coetanei, persone che frequento da quando avevo dieci o dodici anni, che oggi, intorno ai trent’anni, sono diventati notai sportivi, simpatici… Sarà che sono cresciuta a Napoli, in un contesto medio-borghese, in mezzo a persone che avevano studiato: per me i notai giovani, capaci e competenti non sono affatto un’eccezione. Probabilmente lo stereotipo notarile si forma più facilmente in chi proviene da ambienti che hanno meno possibilità di un contatto diretto con l’ambiente professionale.

Dare corpo a un notaio voleva dire rendere credibile un mestiere che il pubblico conosce a malapena e che quasi mai finisce sullo schermo. Da dove è partita per costruire Roberta?

Come faccio per qualsiasi ruolo, mi sono preparata parecchio – anche perché il notaio, per la televisione, è una figura poco frequentata e poco “definita”: non è come il medico o l’avvocato, che abbiamo visto tante altre volte. Come dicevo ho avuto la fortuna di avere amici che fanno questo lavoro, in particolare una ragazza fresca d’esame che è diventata il mio “Bignami ambulante”: le leggevo le battute, sentivo certi termini per la prima volta e le chiedevo se avevo capito bene il significato. Mi preoccupavo soprattutto delle sfumature, perché è una lingua completamente nuova. Roberta, quando parla con i colleghi, usa un linguaggio tutto suo: nel momento in cui deve spiegare qualcosa legato alla professione impiega esattamente i termini che vanno usati. Io mi sentivo come tornata al liceo, quando sbagliavi una virgola: mi ricordo che una volta, a storia dell’arte, presi tre perché avevo usato il femminile al posto del maschile per un termine tecnico. Ecco, avevo il terrore di sbagliare l’articolo o una parola e far perdere senso a tutto. Per questo mi sono fatta aiutare: quella precisione, per Roberta, è un tratto distintivo, ed era importantissimo restituirla bene.

La serie racconta bene l’ingresso in una professione che chiede autorevolezza fin da subito, ma anche umanità. È un equilibrio delicato…

È verissimo, e non riguarda solo questo mestiere: vale per tutte le professioni. Le donne giovani, quando cominciano, tendono spesso ad accentuare la serietà dell’approccio professionale, perché è facile essere sottovalutate anzi, noi donne siamo anche particolarmente meticolose, forse proprio per questa ragione. Spero che col tempo questa cosa cambi. Roberta usa una sorta di corazza per essere presa sul serio: è come se non avesse avuto un’età di mezzo, come se fosse passata dall’essere bambina all’essere adulta senza tappe intermedie. Non vuole assolutamente essere percepita come una persona leggera, con cui ci si possa permettere di non fare sul serio. È qualcosa che, nella vita e nel lavoro, molte di noi conoscono bene.

Il notariato si è fatto sempre più femminile, e la serie lo racconta bene: ascolto, empatia, cura delle relazioni sono qualità che questo ruolo sembra premiare. Le viene da pensare che sia, in fondo, una professione particolarmente adatta alle donne? O è proprio questo un altro stereotipo da ribaltare, dato che quelle doti non hanno genere e ciò che conta è come ciascuno le mette al servizio del proprio lavoro?

No, non me la sento di generalizzare. È vero che ci sono dei tratti della personalità che, le donne possiedono in modo più spiccato; ma alla fine è sempre una questione soggettiva, dipende dalle singole persone. Prova ne è che, nella fiction, il collega di studio Carrano è anche lui estremamente empatico e tranquillizzante sia per Roberta sia per i clienti.

Vestire i panni di Roberta le ha dato un posto in prima fila, sia pure diverso da quello di chi al notaio si rivolge davvero. Se domani toccasse a lei comprare casa, aprire una società o gestire una successione, guarderebbe al notaio con occhi nuovi? E se a cena qualcuno se ne uscisse con il solito “tanto il notaio mette solo una firma”, se la sentirebbe di smentirlo?

Assolutamente sì. Mi lasci fare un paragone (sperando non sia frainteso): dire che il notaio “è solo una firma” è come dire che il medico di base “si limita a scrivere una ricetta”. Non è così. Si tratterebbe di una affermazione decisamente semplicistica, anzi sbagliata. Dietro c’è una competenza costruita sul campo, con anni di lavoro e di costante aggiornamento -. Ed è semplicistico anche per un altro motivo: con il notaio c’è un dialogo. Non vai da un robot che timbra; ti confronti con una persona che ha nozioni che tu non hai, che ti dedica del tempo e che ti fa capire come muoverti. Quando compri una casa è a lui che ti rivolgi per farti guidare non al tuo vicino… Il pregiudizio, secondo me, nasce dal fatto che il notaio guadagna tendenzialmente bene e che tu vai, ti siedi e firmi, e il risultato non sembra così evidente, la prestazione del medico che ti cura è magari invece più immediatamente percepibile.

Che la serie avrebbe suscitato interesse nel mondo notarile era prevedibile. A noi, però, incuriosisce soprattutto lo sguardo di chi in quel mondo non vive. Che cosa le è arrivato dal pubblico e, soprattutto, dalle persone della sua vita – amici, famiglia, colleghi di un ambiente lontanissimo dal nostro? Ha avuto la sensazione che Roberta abbia acceso una curiosità sincera, facendo guardare con occhi diversi una professione avvolta dai luoghi comuni?

Le persone intorno ame l’hanno presa con grande ironia: i miei genitori, in particolare, mi prendono in giro e mi dicono “Nelle fiction fai il notaio, fai il medico e soprattutto ti sposi sempre! Perché non succede nella vita”? Anche i miei amici hanno ironizzato: hanno visto la scena del concorso e mi hanno scritto un WhatsApp“ per Maria Vera che ha vinto il concorso, siamo fieri di te!”, come se avessi superato davvero l’esame da notaio… Dal pubblico che non è del mestiere, invece, sono arrivate soprattutto reazioni al personaggio: molti erano spiazzati, quasi irritati dall’“antipatia” e dalla “bruttezza” di Roberta. Invece secondo me Roberta non è brutta ed antipatica è piuttosto “un po’ sfigata”. Una delle mie migliori amiche si è appassionata alla serie e mi ha detto che Roberta la faceva impazzire proprio per la sua capacità di dire dei “no” cosa che noi, nella vita, per darci un contegno, spesso evitiamo, ma alla fine vorremmo in cuor nostro essere un po’ come Roberta in certe situazioni.

La prima stagione cala il sipario lasciando parecchi nodi da sciogliere – professionali e sentimentali – e la voglia di rivedere presto Roberta. La seconda ci sarà, lo sappiamo, e sarà un nuovo capitolo della sua crescita: come immagina che evolverà? E lei, che ormai la conosce a memoria, quale tratto della Roberta che abbiamo imparato ad amare terrebbe intatto e quale, invece, le piacerebbe veder maturare?

Adesso conosco Roberta molto meglio, e posso fare tesoro delle impressioni di questa prima esperienza. Il mio lavoro, chiaramente, resta quello di dare corpo a ciò che è scritto; ma c’è sempre stato un grande dialogo con il regista e con la produzione, e mi è capitato di dire “no, questo non è in linea con quello che il mio personaggio penserebbe”. Da quello che mi hanno anticipato, Roberta avrà una trasformazione, anche una crescita, non so se personale o di carriera. Al di là dell’aspetto esteriore – l’outfit, un po’ più di colore rispetto a tanta sobrietà – magari un maggior sviluppo delle relazioni tra i personaggi, insomma qualche idea ce l’ho, ma naturalmente posso dare solo degli spunti di riflessione. Poi il regista e la produzione hanno l’ultima parola, come è giusto che sia. Sono sempre molto rispettosa dei rispettivi ruoli. A ciascuno il suo mestiere.


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