#Finsubito news dalla rete – Rapporto finanza etica in Europa: banche etiche più solide


Questo articolo fa parte del dossier La finanza che conviene

La finanza che conviene è un dossier di Valori.it, realizzato insieme a Valor Social, che mette alla prova un luogo comune: che la finanza etica costi in termini di rendimenti. I dati dicono il contrario. E se si mettono in conto clima, guerre e diseguaglianze, la convenienza è ancora più netta.

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Grattacieli avveniristici circondati da alberi, pale eoliche e pannelli solari a perdita d’occhio. È difficile trovare una banca che, almeno in termini di comunicazione, non esprima il proprio impegno per la sostenibilità. Ma che differenza c’è tra le banche che adottano anche criteri ambientali, sociali e di governance (Esg) e quelle che nascono con una precisa missione etica? E le prime, essendo mediamente più grandi, sono anche più sicure e redditizie?

A rispondere a queste e altre domande è il nono rapporto La finanza etica in Europa, realizzato e pubblicato da Fondazione Finanza Etica, insieme a Febea (Federazione europea delle banche etiche e alternative) e a Fundación Finanzas Éticas, e presentato in anteprima il 10 ottobre 2026 al Festival dell’economia critica di Milano.

Banche etiche in Europa, quante sono e quanto pesano

Per avere un’idea di quanto sia popolato l’ecosistema delle banche etiche in Europa, ci si può affidare alle coalizioni Febea e Gabv (Global Alliance for Banking on Values). La prima conta 34 membri, di cui 12 banche e 22 istituti finanziari di altro tipo, disseminati in 17 Paesi del Continente. La seconda ha 74 membri per un totale di 290 miliardi di dollari di asset gestiti, 100mila addetti e 50 milioni di clienti. L’Europa è la regione in assoluto più rappresentata, con 22 membri su 74.

Il rapporto ne analizza 26, scegliendole proprio tra le aderenti a Febea e Gabv. Messe insieme, raggiungono i 120,21 miliardi di euro di attivi, gli 80,2 miliardi di euro di crediti e i 96,55 miliardi di euro di depositi. Sul podio per volume di attivi la basca Laboral Kutxa, la francese Crédit Coopératif e l’olandese Triodos, a quota rispettivamente 27,1, 24,7 e 16,9 miliardi di euro.

«Se consideriamo quanto emerge dalle ultime quattro edizioni del Rapporto, si nota un’evoluzione significativa: l’ecosistema delle banche etiche europee è passato dall’essere considerato un’esperienza “pionieristica” o di nicchia a rappresentare un interlocutore chiave per le organizzazioni dell’economia sociale e per le istituzioni finanziarie europee, come Banca europea per gli investimenti (Bei) e Fondo europeo per gli investimenti (Fei)», commenta a Valori Federica Ielasi, vicepresidente di Banca Etica e coautrice del rapporto.

«Nel 2018 le banche etiche europee gestivano circa 51 miliardi di euro di attivi, oggi siamo a oltre 120 miliardi», continua. «Ma dietro i numeri di questa crescita importante si scorge soprattutto il desiderio di migliaia di cittadini europei di rivolgersi a una finanza coerente con i propri valori, capace di produrre intenzionalmente positivi impatti misurabili su ambiente e collettività».

Banche etiche e tradizionali, l’uso del denaro dei clienti

Il rapporto mette a confronto queste 26 banche etiche con le 109 banche significative che operano in Europa, cioè quelle sottoposte alla vigilanza diretta della Banca centrale europea. I loro numeri aggregati si collocano su un ordine di grandezza ben maggiore, con oltre 26mila miliardi di euro di attivi, 12mila miliardi di crediti e quasi 12mila miliardi di depositi. Ma la domanda che si pone il rapporto è un’altra: la differenza tra i due modelli influisce anche sui risultati economici e sulla solidità degli istituti?

Per dare una risposta, lo studio – così come le precedenti edizioni – si affida al modello Camel (capitale, qualità degli attivi, gestione, redditività, liquidità), lo stesso che usano le autorità di vigilanza. Il primo dato che salta all’occhio è che le banche etiche, per loro natura, sono più orientate al credito: nel 2024 i prestiti rappresentavano quasi il 67% degli attivi, contro circa il 61% delle banche signi­ficative. Un divario che però si sta assottigliando, perché il rialzo dei tassi ha reso i prestiti più redditizi e ha spinto anche le banche tradizionali a concederne di più.

Solidità patrimoniale e rendimenti a confronto

Proprio nel biennio di aumento dei tassi di interesse i due segmenti si sono comportati diversamente. I grandi gruppi bancari quotati hanno pensato innanzitutto a premiare i propri azionisti: nel 2024 il Financial Times parlava di 74 miliardi di euro di dividendi e 47 di riacquisti di azioni proprie programmati in base ai risultati del 2023. In seconda battuta, hanno reinvestito le risorse accumulate in fusioni e acquisizioni, come testimonia in Italia il risiko bancario. Le banche etiche, al contrario, hanno ampliato l’organico (è il caso dell’italiana Banca Etica), offerto condizioni migliori ai clienti (la belga vdk) o assorbito parte dei rincari sui mutui (la britannica Ecology Building Society).

Come logica conseguenza, il cost-to-income ratio – cioè il rapporto tra i costi operativi e i ricavi – premia le banche tradizionali. Ma queste scelte non rendono le banche etiche più rischiose. Anzi, i dati mostrano una maggiore solidità patrimoniale (con un Tier 1 ratio del 18,65% contro il 17,33% delle banche significative) e una quota di crediti deteriorati leggermente inferiore (2,11% contro 2,28%). Anche il rendimento degli attivi è lievemente superiore: 0,73% contro 0,67%.

Che cosa distingue una banca “nata etica” da una banca tradizionale

Attraverso un’altra metodologia, chiamata Besgi (Banks’ Environmental Social Governance and Indirect impacts), il rapporto si interroga sugli impatti – diretti e indiretti – che le attività degli istituti generano sul mondo reale. In questo caso il campione è più ristretto: dieci banche etiche contro 33 banche significative. Guardando la percentuale di crediti con un impatto ambientale o sociale positivo sul totale, nel caso delle banche etiche si arriva a uno schiacciante 98%, contro il 18,47% delle banche tradizionali. Il dato non stupisce, visto che si tratta della loro stessa ragion d’essere.

Secondo Federica Ielasi, anche per i prestiti bancari servirebbero linee guida più severe in termini di comunicazione, paragonabili a quelle che l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (Esma) ha imposto per i fondi sostenibili. «Un’informazione chiave per il mercato e i risparmiatori riguarda innanzitutto quale sia la destinazione reale dei crediti erogati da un istituto (Banca Etica è l’unica in Italia a garantire assoluta trasparenza su questo)», sottolinea. «Sarebbe opportuno verificare poi se la propria banca, per esempio, adotta criteri di esclusione seri e vincolanti su settori nocivi per l’ecosistema e le persone, come l’industria bellica, la filiera dei combustibili fossili e la speculazione predatoria».

«Occorre inoltre incrementare la trasparenza sulla distribuzione del valore prodotto», continua. «Come emerge dal nono Rapporto sulla finanza etica in Europa, molte banche basate sui valori reinvestono integralmente i margini operativi per consolidarsi, rafforzare il presidio sui territori e offrire tassi più equi a soci e clienti, non per arricchire i principali azionisti come accade invece nelle grandi Spa».

Le regole europee e la pluralità dei modelli bancari

In Europa, dunque, esistono due modi molto diversi di fare banca. Diversi per missione, ma anche per struttura. L’architettura delle regole fatica però a riconoscere questa pluralità, come sottolinea a più riprese il rapporto. Qualche esempio? Gli obblighi di controllo e rendicontazione comportano costi che, per gli istituti più piccoli, in proporzione risultano più pesanti. Le banche etiche, inoltre, di norma usano criteri standardizzati di valutazione del rischio dei crediti, più rigidi rispetto ai modelli interni adottati dai grandi gruppi. Questo può costringerle ad accantonare più capitale di quanto giustifichi il rischio effettivo, e quindi a prestare meno.

La Commissione europea ci sta lavorando: a febbraio 2026 ha avviato una consultazione, per poi adottare lo scorso 17 luglio una comunicazione sulla competitività del settore. Febea si aggancia a questo percorso per chiedere l’introduzione di un regime volontario calibrato sulle banche non complesse. «Qualche apertura c’è stata», spiega Ielasi. «La relazione della Commissione europea di luglio riconosce che le regole attuali pesano in modo sproporzionato sulle banche più piccole e annuncia un regime dedicato. C’è ascolto anche sulla richiesta di rimuovere le duplicazioni superflue di rendicontazione, che costano senza migliorare la vigilanza». 

«Le resistenze cominciano quando chiediamo che l’accesso al regime dedicato non dipenda solo dalla dimensione ma favorisca chi fa credito all’economia reale, abbia raccolta stabile, eviti attività speculative, e incorpori la valutazione dei rischi sociali e ambientali nelle proprie analisi di merito creditizio. Su questo la prudenza delle istituzioni resta forte», continua.

«C’è poi un nodo politico», conclude. «Mentre si parla di proporzionalità, Francia, Italia e Spagna hanno chiesto un allentamento generalizzato delle regole prudenziali, a tutto vantaggio degli operatori più grandi. Perciò abbiamo firmato con Finance Watch una lettera indirizzata alla presidente Ursula von der Leyen per chiedere di semplificare senza indebolire la solidità del sistema e gli obblighi su clima e sostenibilità. La proporzionalità sia una regola calibrata sul rischio effettivo».


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