La transizione energetica, lo sviluppo dei data center, l’elettrificazione dei trasporti e la sicurezza delle reti passano anche da un componente poco visibile quanto decisivo: il trasformatore. Alla base della sua produzione c’è una materia prima altrettanto strategica, la lamiera magnetica GOES, acronimo di Grain Oriented Electrical Steel: un acciaio speciale, prodotto da pochi operatori al mondo, indispensabile per realizzare i nuclei dei trasformatori. Su questo materiale si è di recente aperto un dossier delicato a Bruxelles. La Commissione europea, attraverso la DG Trade (Direzione generale del Commercio, ovvero la struttura che segue le politiche commerciali e gli strumenti di difesa commerciale dell’Ue), ha avviato un’indagine per valutare l’introduzione di ulteriori misure di salvaguardia a tutela della produzione europea di GOES. Una scelta che, così come per tutti i maggiori operatori del settore trasformatori in Europa (Hitachi, Schneider Siemens, ANIE, T&D ed altri), anche per TMC Transformers, realtà varesina con oltre 550 collaboratori e un fatturato 2025 di circa 200 milioni di euro, rischia però di produrre l’effetto opposto rispetto a quello dichiarato: non rafforzare l’industria europea, ma indebolire la filiera dei trasformatori, lasciando spazio ai concorrenti extra Ue, in particolare cinesi, turchi e indiani.
“Il GOES è una materia prima fondamentale per produrre trasformatori. Senza lamiera magnetica il trasformatore non si costruisce – spiega Cristiano Palladini, Ceo di TMC –. È anche la principale voce di costo del prodotto, con un’incidenza tra il 20% e il 40% del costo complessivo. Ogni aumento del prezzo di approvvigionamento ha quindi un impatto diretto sulla competitività delle imprese europee”. Il nodo è la non autosufficienza dell’Europa. Il consumo europeo di GOES è stimato in circa 600mila tonnellate, ma la capacità produttiva interna resta seriamente inferiore (la produzione europea si aggira intorno a 250mila tonnellate circa) al fabbisogno ed è concentrata in pochi stabilimenti. In assenza di un rafforzamento significativo dell’offerta europea, i produttori di trasformatori devono, già oggi, importare la gran parte della materia prima. Il tema non nasce ora: dal 2015 l’Unione europea applica un Minimum Import Price (Prezzo Minimo di Importazione), pensato per proteggere la produzione comunitaria di GOES. “Questa misura avrebbe dovuto favorire nuovi investimenti e un aumento della disponibilità di materiale – osserva Palladini –. Ma la capacità produttiva europea è rimasta insufficiente e noi continuiamo ad acquistare GOES a un prezzo più alto rispetto ai concorrenti extraeuropei”.
L’accelerazione più recente riguarda le possibili misure provvisorie che l’Unione europea vorrebbe introdurre. Dopo una riunione tecnica tenutasi nei primi giorni di luglio, la Commissione ha iniziato a definire una proposta da sottoporre agli Stati membri: si tratterebbe di un eventuale intervento temporaneo, più rapido rispetto alle misure definitive, che invece arriverebbero solo al termine dell’indagine. È su questo passaggio che si concentra la preoccupazione di TMC e della coalizione ETPC creata ad hoc con la partecipazione di altri operatori italiani (Westrafo, MF Trasformatori, Celme, GBE, Trasfeco) e di tutti gli operatori europei del settore: le misure provvisorie, ricordano le imprese, sono pensate per situazioni eccezionali e dovrebbero essere utilizzate solo quando esistono condizioni di reale urgenza. A tal proposito la normativa prevede delle prescrizioni ben chiare che, ad oggi, non sussistono. Per questo la coalizione ha inviato alla Commissione europea una lettera aperta chiedendo di non procedere con misure provvisorie sulle importazioni di GOES. La posizione è chiara: oggi non vi sarebbe un’emergenza tale da giustificare una decisione anticipata. L’aumento dell’import non sarebbe improvviso e il mercato sarebbe già oggetto di strumenti di protezione. La richiesta, quindi, è di lasciare che l’indagine segua il proprio iter ordinario, valutando con attenzione gli effetti sull’intera filiera prima di decidere eventuali misure definitive.
Per Palladini, il rischio è che nuovi dazi o restrizioni sul GOES aggravino uno squilibrio già esistente. Se l’Europa rendesse più costoso l’accesso alla materia prima o ai semilavorati senza applicare misure equivalenti ai trasformatori finiti importati, le aziende europee si troverebbero a competere con produttori stranieri che acquistano lo stesso materiale a costi inferiori e che, allo stesso tempo, hanno la possibilità di esportare in Europa prodotti più convenienti. “Il paradosso è evidente – afferma il Ceo di TMC –. Se si protegge solo la materia prima e non il prodotto finito, il trasformatore realizzato fuori dall’Europa entra nel mercato europeo con un vantaggio competitivo enorme. Secondo le nostre stime, l’impatto sul costo del prodotto finito potrebbe arrivare fino al 20%”. In gioco c’è una filiera industriale molto più ampia rispetto alla sola produzione di lamiera magnetica. Il comparto europeo del GOES vale circa 500 milioni di euro e occupa circa 1.200 persone. Quello dei trasformatori vale oltre 11 miliardi di euro e impiega più di 150mila addetti, con prospettive di crescita legate alla transizione energetica, ai data center e all’elettrificazione. L’Italia è uno dei Paesi più esposti: il settore nazionale rappresenta una quota rilevante della produzione europea e dà lavoro a oltre 15mila persone. “Italia e Germania sono tra i Paesi più forti in Europa in questo comparto – sottolinea Palladini –. Un ulteriore aumento del costo della materia prima avrebbe conseguenze concrete: perdita di competitività, calo delle vendite, rischio di delocalizzazione e posti di lavoro in pericolo”.
C’è poi un tema strategico. I trasformatori sono componenti essenziali per centrali elettriche, reti di distribuzione, infrastrutture per la mobilità, impianti industriali e data center. Rappresentano, in altre parole, tecnologie centrali per la sicurezza energetica e per la sovranità industriale europea. “Non stiamo parlando di un bene qualsiasi – avverte Palladini –. Se l’Europa perde il controllo di questa filiera, perde anche una parte della propria sicurezza energetica e industriale”. Da qui la proposta di TMC: non introdurre nuove misure che rendano più oneroso o difficile l’accesso al GOES e ai semilavorati, a meno che non si intervenga contestualmente su tutta la filiera. La stessa posizione è contenuta nella lettera aperta inviata il 30 giugno alla Commissione europea dalla ETPC: se Bruxelles dovesse comunque procedere, qualunque misura, provvisoria o definitiva, dovrebbe coprire simultaneamente GOES, tranciati, nuclei e trasformatori importati. “La nostra posizione è semplice: o si protegge tutto il downstream (il sistema a valle, ndr) oppure non si tocca nulla – sintetizza Palladini –. Salvaguardare solo un anello della catena rischia di danneggiare proprio l’industria europea che si vorrebbe tutelare”.
TMC, in parallelo alle iniziative di ANIE – Federazione Nazionale Imprese Elettrotecniche ed Elettroniche e delle Associazioni europee di settore, si è attivata per costruire una posizione comune tra produttori italiani ed europei. L’obiettivo non è in alcun modo abbandonare la produzione europea di acciaio magnetico, ma individuare strumenti coerenti con la competitività complessiva della filiera: sostegno agli investimenti, maggiore disponibilità di prodotto e, se Bruxelles riterrà necessario intervenire con misure commerciali, applicazione equilibrata lungo l’intera catena del valore. “La transizione energetica europea ha bisogno di trasformatori europei – conclude Palladini –. Non possiamo permettere che, nel tentativo di proteggere una singola componente della filiera, si finisca per indebolire un settore molto più ampio, fatto di competenze, occupazione, tecnologia e sicurezza”.
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Chiara Mazzetti
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