Sergio Barletta racconta la metamorfosi di una Milano “egoistica e parassitaria”







Castronno

Martedì 14 luglio, allo Spazio Materia di Castronno, Sergio Barletta dialogherà con l’ex cronista della Prealpina Carlo Colombo per presentare la sua nuova opera letteraria. Un viaggio che intreccia il precariato lavorativo dei giovani giornalisti, il potere delle logiche elitarie e l’avvento di una cultura sempre più materialistica e individualista

Martedì 14 luglio alle 21:00 lo spazio Materia di Castronno farà da cornice alla presentazione di Metropolitan Gigolò, la nuova opera letteraria del giornalista e scrittore Sergio Barletta. Ad accompagnarlo in questa discesa nei lati nascosti della società contemporanea ci sarà Carlo Colombo, un docente descritto dall’autore come «dotato di un ottimo bagaglio culturale e delle sensibilità giuste e del cuore giusto per interrogarmi, per presentare questo libro». L’interlocutore ideale, avendo egli stesso un passato da cronista, per analizzare un romanzo in cui la metropoli lombarda, come sottolinea Barletta, «non è solo sfondo, ma pure parte attiva del racconto, la città del lavoro, dell’ambizione, del lusso, della solitudine, delle relazioni superficiali».


Il crollo delle illusioni e il corpo come “valuta implicita”

Il protagonista del libro è David, un giovane laureato in Lettere Moderne alla Statale, militante di sinistra e attivista dei Sentinelli, che sogna di diventare un cronista politico. Dopo aver frequentato un prestigioso master giornalistico illudendosi di un futuro brillante, si scontra brutalmente con la realtà quando la sua assunzione viene negata per lasciar spazio a contratti umilianti. Barletta è categorico nello spiegare che la sua opera non parla di un banale seduttore, ma denuncia «un sistema che costringe a barattare competenza e dignità con il corpo».

Spinto dalla volontà di realizzare un’indagine sociologica e non volendo farsi raccontare i fatti da terzi («voglio vedere con i miei occhi, voglio toccare con le mie mani… le voglio vivere personalmente»), David si iscrive al sito “Galaxy Gigolò”. Qui scopre una società in cui «le carriere si costruiscono attraverso l’accesso all’appartenenza» e dove, nei vertici della dirigenza o della politica, «il corpo e la disponibilità personale possono diventare una valuta implicita». In un mondo in cui il talento cede il passo alle lobby, il sesso si riduce a essere «una scusa», trasformandosi in un «mezzo sbrigativo, immediato per risolvere i propri problemi». Quella di David non è una storia di trasgressione, ma l’esposizione del vero «prezzo dell’ambizione» e dello «sfruttamento non solo sessuale, ma anche professionale».

Il tabù della prostituzione maschile e un inaspettato incontro

Viaggiando nei salotti dell’alta borghesia, il protagonista viene avvicinato da una docente universitaria di sociologia famosa. L’incontro è peculiare: la donna non lo contatta perché ha bisogno di prestazioni, ma perché vuole «esplorare il mondo dei gigolò dal punto di vista squisitamente sociologico, antropologico», salvo poi intuire, nel corso delle notti trascorse insieme, di trovarsi di fronte a un raffinato intellettuale.

Tramite questa dinamica, il libro solleva il velo sul tema taciuto della prostituzione maschile. L’autore fa notare come questa realtà «mette in discussione i soliti stereotipi e le dinamiche di potere», portando alla luce un paradosso della nostra società: ancora oggi, nel 2026, «il potere del maschio è ancora molto forte». Nonostante le illusioni di emancipazione, sottolinea lo scrittore, «nel modernismo, non nella modernità… il maschio lo lasciamo ancora su una piattaforma assai più alta rispetto alla donna. È un vero guaio dal punto di vista morale e squisitamente intellettuale». L’approccio narrativo resta però sempre elegante, scritto “in punta di penna” evitando la volgarità, poiché David «non è un moralista, non è un bacchettone» e riesce a vivere queste dinamiche di “amore effimero” «nella maniera più delicata e raffinata possibile» senza giudicare.

Dai drammi del passato a una speranza letteraria

Questa indagine nei lati oscuri della società si ricollega tematicamente ai precedenti lavori dell’autore, seppur spostandosi al Nord Italia. Barletta ricorda di aver già esplorato “temi molto forti” in Diario di una Maitresse, ambientato nel campo di concentramento nazifascista di Ferramonti di Tarsia, e in Diavoli Blues, incentrato sulla piaga dell’usura a Cosenza. Ma guardando al futuro, lo scrittore si augura di poter ribaltare la prospettiva delle sue narrazioni: «Mi auguro di campare ancora un po’ perché possa scrivere un romanzo per narrare, diciamo, la bellezza dell’uomo in termini universalistici».


Da metropoli dell’accoglienza a città “per pochi”: il declino dell’Alto Milanese

Avendo vissuto la Lombardia fin dal 1986, lo sguardo di Barletta su Milano è intriso di nostalgia e amarezza. Ricorda come la città meneghina fosse «la città più generosa d’Italia, la città più accogliente», capace negli anni ’50 e ’60 di aprire le porte ai meridionali, in netto contrasto con realtà come Torino, dove apparivano i cartelli «non vogliamo i terroni».

Oggi, avverte Barletta, quello smalto identitario «sta venendo meno per motivi prettamente culturali, perché sta venendo meno il valore della persona». A dominare è un arido «avanzamento di carattere materialistico». Una decadenza che colpisce gravemente anche la provincia e l’Alto Milanese, portando l’esempio di Busto Arsizio: nel diciannovesimo secolo era «una delle capitali mondiali della finanza» e perno del meccanotessile, ma ora che l’epoca industriale si è conclusa, la città «si trova impreparata, culturalmente parlando», priva di un teatro o di un auditorium e senza «nulla per i giovani». La mutazione è anche urbanistica: si sono abbattuti storici edifici Liberty per fare posto a un gelido «funzionalismo architettonico» pieno di palazzi inguardabili progettati senza i balconi. Il risultato è una nuova cultura «che si insidia in maniera egoistica, in maniera parassitistica», creando una metropoli «buona soltanto per pochi, per quelli che dispongono le capacità economiche» e il potere decisionale.

La centralità dell’uomo e il crinale tra Destra e Sinistra

Per evitare di intraprendere la strada sbagliata al bivio in cui ci troviamo, la soluzione proposta dall’autore è un radicale capovolgimento di priorità. Serve acquisire una nuova mentalità che smetta di far credere che il lavoro sia «l’unica essenza dell’uomo» e che «metta al centro della società l’uomo, non le cose, non il potere, non il parassitismo, non l’ego, non la lobby».

Un invito all’impegno collettivo che si traduce immancabilmente in una riflessione politica finale: «È molto facile impegnarsi nella vita… per raggiungere, diciamo, dei traguardi più importanti, più elevati possibili per noi stessi», dichiara lo scrittore, mentre è infinitamente più faticoso impegnare la propria vita «per il bene degli altri». Questa è la faglia valoriale che divide la destra e la sinistra politica: «Vivere sotto le ali della destra è molto più semplice, molto più facile… perché è un mondo quello della destra che pratica l’individualismo, l’opportunismo». Al contrario, la sinistra esige l’impegno costante «di preoccuparsi più degli altri che di se stessi». Non è un caso, conclude Barletta, che «la maggior parte dei cantautori, la maggior parte dei giornalisti… vivono secondo la cultura della sinistra, perché attraverso la cultura della sinistra si acquisiscono delle sensibilità in grado di farti esprimere determinate cose».





#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 

Source link

Di