violenza di polizia, espressione del razzismo istituzionale


Un report mostra dati inequivocabili: l’86% delle persone uccise dalle forze dell’ordine sono nere

Brasile: la violenza della polizia, massima espressione del razzismo istituzionale

I numeri vanno collocati in un quadro più ampio di emarginazione e violenza, ma dei progressi sono stati fatti

La favela di Rocinha a Rio de Janeiro, un luogo segnato da violenta ed esclusione. (Da Wikimedia Commons)


Non ha suscitato troppa sorpresa in Brasile l’ultimo report della rete di osservatori del Centro di studi di sicurezza e cittadinanza (CESeC) dedicato alla questione delle disuguaglianze razziali nelle morti provocate dall’intervento della polizia.

Il documento, il settimo incentrato su questa questione,  è uscito pochi giorni fa a San Paolo e ha un titolo eloquente: Pele Alvo – entre Racismo e Letalidade, o Amanhã, ovvero “Pelle bersaglio – fra razzismo e letalità, il domani”.

Se stupore non c’è stato appunto, è però tornato alla luce un tema mai risolto in Brasile, quello del razzismo strutturale e istituzionale, una ferita aperta che appare difficile da rimarginare.

Cosa dice il rapporto 

Il CESec è stato fondato nel 2000 da un’università privata di Rio de Janeiro e concentra le sue ricerche sullo studio di violenza e pubblica sicurezza. 


Le cifre del report provengono da nove degli stati brasiliani che nel 2025 hanno raccolto i numeri su chi è stato ucciso in azioni delle forze dell’ordine in base al colore della pelle, e lasciano poco spazio a dubbi: di 4.330 vittime (un aumento del 6,4% rispetto al 2024), l’86,3% sono persone nere.

In Brasile, nelle politiche pubbliche e nel censimento ufficiale, le persone nere sono considerate l’insieme di tutti i cittadini brasiliani che si autodefiniscono neri o mulatti, che vengono identificati rispettivamente nei termini “pretas” (l’equivalente di nero) e “pardas” (l’equivalente dei mulatti).

Oltre al dato razziale, dal rapporto del CESeC emerge l’età giovane o giovanissima delle vittime: circa il 65%, infatti, ha meno di 29 anni.

Un problema strutturale 

Questi dati devono essere letti all’interno di una situazione di razzismo strutturale che continua a caratterizzare il Brasile, nonostante passi avanti importanti, anche di tipo legislativo.


Circa il 75% delle persone che vivono in situazione di estrema povertà sono nere, la stessa percentuale, grosso modo, di coloro che vivono nelle favelas, quartieri delle città brasiliane segnate da povertà, assenza di servizi e spesso criminalità.

Sempre tra le persone nere si registra una disoccupazione più alta del 55% rispetto a quella individuata tra le persone bianche. 

Lo stesso vale per l’accesso all’educazione e per l’aspettativa media di vita: nel caso degli uomini, questa differenza è di sei anni tra neri e bianchi, per le donne di quattro.

Che la società brasiliana sia profondamente segnata dalle disuguaglianze razziali lo suggerisce chiaramente anche un altro dato: in un paese dove il 55% della popolazione è nera secondo la definizione chiarita precedentemente, nella fascia demografica degli ultrasessantenni, il dato si capovolge: sono i bianchi a diventare la maggioranza assoluta (circa il 51%) della popolazione, mentre il numero dei neri si assottiglia in modo drastico.

Un lungo percorso normativo


Il percorso ufficiale del riconoscimento del razzismo strutturale e istituzionale, di cui la violenza delle forze dell’ordine rappresenta il volto più visibile, ha compiuto i primi, significativi passi con l’approvazione della legge 10.639 del 2003.

Questa norma ha reso obbligatorio l’insegnamento della storia e della cultura afro-brasiliana e africana in tutte le scuole, di ogni ordine e grado.

Una legge successiva ha ampliato lo spettro delle tematiche, includendovi anche la cultura indigena e quilombola.

Una parola questa, con cui ci si riferisce a comunità nate anticamente come rifugi per le persone sfuggite alla schiavitù, che sono col tempo evoluti in spazi di resistenza e rivendicazione dei diritti delle persone nere ed emarginate. A oggi gli abitanti di queste terre sono circa 1,3 milioni.

Nel 2012 è stata approvata anche una legge sulle quote, che ha riservato il 50% dei posti in università pubbliche e istituti federali a studenti provenienti dalle scuole pubbliche, largamente frequentate da studenti neri.


Il culmine di questo processo di riconoscimento della presenza di un forte razzismo strutturale in Brasile si è registrato alla fine dello scorso anno, quando il Supremo Tribunale Federale (ossia l’alta corte di giustizia) ha sancito l’”inefficienza da parte dello stato brasiliano nel garantire i diritti fondamentali della popolazione nera” in una sentenza storica e approvata all’unanimità.

I giudici hanno esortato le autorità di Brasilia a elaborare entro un anno un nuovo Piano nazionale di lotta al razzismo istituzionale. Un piano che dovrebbe toccare molteplici aspetti, stando a quanto emerso finora.

Se è vero che la legge 10.639 del 2003 ha infatti dato il via a una vera e propria rivoluzione nelle scuole, l’approccio epistemologico che informa i curricula universitari è ancora eurocentrico, mentre i docenti con formazione specifica rispetto alla storia e alla cultura afro-brasiliana, africana, indigena e quilombola sono in numero ridotto.

Stessa situazione si registra per l’accesso alla magistratura e, in generale, alle carriere giuridiche, dove appena il 14% dei giudici è nero.

I miglioramenti col governo Lula


L’attuale governo del presidente Lula, che terminerà con le elezioni in programma il prossimo 4 ottobre, ha assunto vari provvedimenti per migliorare la situazione relativa al razzismo strutturale e istituzionale.

Tra questi anche l’istituzione come festa nazionale della Giornata della coscienza nera, che si celebra il 20 novembre in ricordo dell’uccisione dell’eroe anti-schiavitù Zumbi dos Palmares, nel 1695.

L’esecutivo ha adottato un approccio intersettoriale alla questione e ha creato il ministero per l’Eguaglianza razziale per coordinare i vari interventi di promozione dell’equità razziale.

Brasilia ha lanciato nel 2024 il programma Gioventù nera viva, che mira a contrastare il razzismo istituzionale e a ridurre le conseguenti letalità e violenza che ancora si registrano a tutti i livelli verso i giovani neri.

Insieme a questa iniziativa, il governo ha avviato la Casa dell’eguaglianza razziale, al fine di creare in tutto il paese delle strutture per l’accoglienza delle vittime di discriminazione razziale.


A differenza di ciò che è avvenuto col predecessore Jair Bolsonaro (alla guida del paese tra 2019 e 2023), il governo di Lula ha emesso vari titoli di utilizzazione di terre per le popolazioni indigene, rafforzando il regime di quote nelle università pubbliche.

Prospettive e limiti futuri

Il percorso è ancora lungo e complesso. L’ultimo episodio in ordine di tempo a testimoniare quanto il paese sia diviso sul tema è avvenuto nello stato meridionale di Santa Catarina, un territorio segnato da una forte presenza di cittadini bianchi di ascendenza italiana e tedesca.

A inizio 2026, il parlamento dello stato ha approvato una legge, ufficialmente in nome della meritocrazia, che ha abolito la politica delle quote per l’accesso in università di studenti, professori e personale tecnico, lasciando invariate solo le quote in favore delle persone con disabilità o problemi economici.

La legge è stata dichiarata incostituzionale da un tribunale di Santa Caterina, ma tutto il processo la dice lunga sulle divergenze in materia di integrazione e pari opportunità dei vari segmenti demografici presenti nell’immenso territorio brasiliano.





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