«I migranti vittime della rabbia» – Rivista Africa


La nuova ondata di violenze contro gli immigrati in Sudafrica affonda le sue radici ben oltre la questione migratoria. Per l’africanista Itala Vivan è il risultato di una promessa sociale incompiuta, delle profonde disuguaglianze lasciate dall’apartheid e dell’ascesa dei nuovi nazionalismi. Ma nella società civile resta la principale speranza per il futuro del Paese.

di Marco Trovato

Caccia agli immigrati. Persone trascinate fuori dagli ospedali. Case assaltate. Manifestazioni che invocano espulsioni di massa. In pochi mesi il Sudafrica ha effettuato decine di migliaia di rimpatri e arrestato oltre cinquantamila cittadini stranieri. Nel mirino non ci sono europei né asiatici, ma altri africani: zimbabwesi, mozambicani, malawiani, nigeriani, etiopi. Sono loro il nuovo volto del “nemico”, accusati di rubare il lavoro, alimentare la criminalità, occupare gli ospedali e sottrarre risorse ai cittadini sudafricani.

Le immagini delle aggressioni hanno fatto il giro del mondo proprio mentre il Paese si avvicina alle elezioni amministrative di novembre. Ma fermarsi alla cronaca significa cogliere solo la superficie del problema. Per comprendere perché la xenofobia sia tornata con tanta forza nella più avanzata democrazia dell’Africa subsahariana occorre guardare molto più indietro: alla storia del colonialismo, alle promesse incompiute della transizione democratica, alle profonde disuguaglianze economiche che ancora segnano il Paese e, più recentemente, all’affermazione di un linguaggio politico sempre più influenzato dai nazionalismi che attraversano molte democrazie occidentali.


Ne è convinta Itala Vivan, tra le più autorevoli studiose italiane dell’Africa australe, saggista, docente e traduttrice che ha fatto conoscere in Italia alcuni dei maggiori scrittori africani contemporanei. Il suo rapporto con il Sudafrica dura da oltre quarant’anni. Ha iniziato a frequentarlo negli ultimi anni dell’apartheid, collaborando con università, artisti e intellettuali impegnati nella lotta contro il regime segregazionista. Nel 1994 fu osservatrice internazionale alle prime elezioni democratiche che portarono Nelson Mandela alla presidenza. Da allora continua a seguire da vicino l’evoluzione politica, culturale e sociale del Paese. È anche grazie a questa lunga conoscenza diretta che la sua lettura della crisi odierna va ben oltre l’emergenza del momento.

Le radici dell’odio

«La prima reazione davanti alle immagini della caccia allo straniero è naturalmente l’indignazione», racconta nella lunga videointervista rilasciata alla nostra testata. «Ma subito dopo arriva lo stupore. Come può essere proprio il Paese che ha sconfitto uno dei sistemi razzisti più feroci del Novecento a produrre oggi manifestazioni di odio tanto violente?»

Per rispondere, secondo Vivan, bisogna partire dalla lunga durata della storia. Per oltre tre secoli il Sudafrica è stato plasmato da un sistema coloniale costruito sulla gerarchia razziale. «Quel razzismo non era soltanto un pregiudizio», osserva. «Era un vero e proprio strumento di governo. Serviva a legittimare il dominio politico ed economico della minoranza bianca sulla popolazione africana».

La fine dell’apartheid non poteva cancellare in pochi anni un’eredità sedimentata nell’arco di generazioni. La Commissione per la Verità e la Riconciliazione, il carisma morale di Nelson Mandela, il perdono come fondamento della nuova nazione e una delle Costituzioni più avanzate al mondo hanno evitato la guerra civile e aperto una stagione di speranza senza precedenti. Ma la riconciliazione politica non coincide automaticamente con quella culturale.

«I semi dell’odio possono restare nel terreno per molto tempo», osserva Vivan. «Non scompaiono con una legge o con un’elezione». Quel meccanismo di esclusione non è dunque evaporato con la fine dell’apartheid. Ha semplicemente cambiato bersaglio. Oggi non colpisce più la minoranza bianca, ma chi occupa il gradino più basso della scala sociale: i migranti africani, spesso poveri, invisibili e privi di qualsiasi tutela politica.


La memoria perduta

Secondo la studiosa esiste un altro elemento che raramente entra nel dibattito pubblico: il rapporto con la memoria. «Le nuove generazioni conoscono poco quella storia», osserva. «Se la conoscessero davvero, forse riconoscerebbero più facilmente i meccanismi della discriminazione quando si ripresentano sotto altre forme».

La scelta di guardare al futuro, indispensabile nei primi anni della democrazia per evitare nuove fratture, ha avuto anche un costo. Col tempo il racconto dell’apartheid si è progressivamente affievolito nella coscienza collettiva. E senza memoria diventa più semplice riprodurre gli stessi schemi di esclusione, anche quando cambiano le vittime.

Vivan invita poi a sfatare uno dei luoghi comuni più diffusi: quello secondo cui l’immigrazione africana sarebbe un fenomeno recente. «Non è affatto così. Durante l’apartheid il governo sudafricano reclutava sistematicamente lavoratori provenienti dallo Zimbabwe, dal Mozambico e dal Malawi per alimentare le miniere e l’industria». Erano migliaia di uomini impiegati nei lavori più pesanti, spesso costretti a vivere negli hostel, enormi dormitori costruiti accanto ai complessi minerari, separati dalle famiglie e sottoposti a condizioni di vita estremamente dure.

Quei flussi migratori non si sono mai interrotti. Sono cambiate, piuttosto, le ragioni che li alimentano. Oggi si fugge dal collasso economico dello Zimbabwe, dalla povertà cronica del Malawi, dall’instabilità del Mozambico e da altre crisi che attraversano l’Africa australe. Il Sudafrica, pur tra mille difficoltà, continua a rappresentare l’economia più sviluppata della regione e resta inevitabilmente un polo di attrazione per chi cerca lavoro, sicurezza e un futuro migliore.

Proprio per questo, avverte Vivan, sarebbe un errore attribuire alla sola immigrazione le tensioni che attraversano oggi il Paese. Le cause della crisi sono molto più profonde e affondano nel rapporto irrisolto tra democrazia, sviluppo e giustizia sociale.


La promessa tradita

Per Itala Vivan, tuttavia, il cuore del problema non è l’immigrazione. È il mancato compimento della promessa nata nel 1994, quando il Sudafrica conquistò la democrazia e sembrò aprirsi una stagione di profonde trasformazioni sociali. «La libertà, da sola, non basta», afferma. «Se non è accompagnata dalla giustizia sociale rischia di trasformarsi in una promessa incompiuta».

A oltre trent’anni dalla fine dell’apartheid, il Sudafrica continua a essere uno dei Paesi più diseguali del pianeta. La ricchezza resta concentrata nelle mani di una minoranza, mentre milioni di persone vivono ancora nelle township, segnate da servizi carenti, disoccupazione e povertà.

La redistribuzione della terra, uno dei pilastri del programma dell’African National Congress, è rimasta largamente incompiuta. Le grandi aziende agricole continuano in larga parte a essere controllate da proprietari bianchi, mentre il divario economico continua a riprodurre, pur con protagonisti in parte diversi, le profonde fratture ereditate dall’epoca dell’apartheid.

A questo quadro si aggiunge una crisi dello Stato sempre più evidente. La corruzione ha progressivamente eroso la fiducia nelle istituzioni. Molti enti locali faticano a garantire servizi essenziali, dalla raccolta dei rifiuti alla manutenzione delle infrastrutture, fino all’erogazione dell’acqua e dell’elettricità. Negli ultimi anni perfino il Tesoro nazionale è stato costretto a sospendere i trasferimenti finanziari a numerose amministrazioni incapaci di gestire i propri bilanci.

La disoccupazione giovanile resta tra le più elevate al mondo. Per milioni di ragazzi nati dopo il 1994, la cosiddetta “born free generation”, la libertà conquistata dai genitori non si è tradotta in reali opportunità economiche. È questa distanza tra aspettative e realtà, osserva Vivan, ad alimentare una frustrazione sempre più diffusa.


Quando le promesse della democrazia si scontrano con una quotidianità fatta di precarietà, servizi pubblici in crisi e prospettive limitate, la ricerca di un responsabile diventa quasi inevitabile. «La rabbia», osserva la studiosa, «ha sempre bisogno di trovare un bersaglio».

Ed è qui che entra in scena il migrante. Gli stranieri, spesso poveri, privi di rappresentanza politica e facilmente identificabili come “altri”, diventano il capro espiatorio ideale. Vengono accusati di sottrarre lavoro ai cittadini sudafricani, di far aumentare la criminalità, di sovraccaricare gli ospedali e di consumare risorse pubbliche già insufficienti. «Sono spiegazioni semplici», osserva Vivan, «ma proprio per questo risultano persuasive.» La complessità dei problemi economici e sociali viene così ridotta a una narrazione immediata, capace di trasformare il disagio collettivo in ostilità verso chi dispone di minori strumenti per difendersi.

Il vento del sovranismo globale

Ridurre tutto a una questione interna sarebbe però un errore. «Il Sudafrica non vive in una bolla», sottolinea Vivan. «Anche qui arrivano linguaggi, slogan e strategie politiche che negli ultimi anni si sono diffusi in Europa e negli Stati Uniti.»

La costruzione del migrante come minaccia, la retorica dell’invasione, l’idea di una nazione “sottratta” ai suoi cittadini e la promessa di “riprendersi il Paese” non sono fenomeni esclusivamente sudafricani. Sono formule che attraversano ormai molte democrazie e che trovano terreno fertile soprattutto nei momenti di crisi economica e di crescente sfiducia verso le istituzioni.

Secondo la studiosa, questi messaggi viaggiano oggi con una rapidità senza precedenti. Social network, piattaforme digitali, campagne mediatiche, movimenti religiosi e reti politiche transnazionali contribuiscono a diffondere un lessico comune, nel quale il migrante viene presentato come la causa principale delle difficoltà economiche e dell’insicurezza.


Il Sudafrica non è immune da questa dinamica. Anzi, ne rappresenta uno dei laboratori più interessanti. Vivan richiama, in particolare, il ruolo svolto da Elon Musk, nato a Pretoria, che negli ultimi anni ha contribuito a rilanciare sulla scena internazionale la narrazione di una presunta persecuzione della minoranza bianca sudafricana. Una lettura che ha trovato spazio anche nel dibattito politico statunitense e che, al di là del suo impatto concreto, mostra come le vicende del Paese siano ormai inserite in un confronto ideologico di dimensione globale.

L’africanista Itala Vivan

Le campagne xenofobe che oggi attraversano il Sudafrica, dunque, non rappresentano un’anomalia africana. Si inseriscono in una tendenza molto più ampia, che accomuna società profondamente diverse tra loro.

«Quando la politica non riesce a ridurre le disuguaglianze», osserva Vivan, «diventa sempre più forte la tentazione di cercare un nemico esterno» .Il migrante offre una risposta semplice a problemi complessi. È una figura visibile, facilmente identificabile e politicamente debole. Per questo diventa il bersaglio perfetto di campagne che promettono soluzioni immediate senza affrontare le cause profonde della crisi.

Cambiano i Paesi, cambiano le lingue, cambiano i protagonisti. Ma il copione resta sorprendentemente simile.

La speranza viene dal basso

Eppure, sarebbe un errore raccontare il Sudafrica soltanto attraverso le immagini della violenza. Chi conosce davvero il Paese sa che, accanto alle tensioni e alle contraddizioni, esiste un’altra forza. È quella di una società civile che continua a sorprendere per vitalità, capacità di mobilitazione e senso di responsabilità.


«È una rete straordinaria», racconta Vivan. «Associazioni di quartiere, organizzazioni religiose, gruppi culturali, università, sindacati, centri di ricerca, realtà impegnate nella difesa dei diritti umani. È la stessa energia che ha reso possibile la lotta contro l’apartheid e che ancora oggi rappresenta uno dei principali anticorpi della democrazia sudafricana.»

Non è un caso che, anche nelle settimane segnate dagli episodi di violenza contro gli immigrati, numerose organizzazioni abbiano preso posizione pubblicamente, denunciando le aggressioni, offrendo assistenza alle vittime e ricordando come la Costituzione sudafricana garantisca diritti fondamentali a tutte le persone, indipendentemente dalla loro nazionalità.

È un patrimonio spesso poco visibile fuori dal Paese, ma che continua a rappresentare uno dei tratti distintivi della democrazia sudafricana. Se la politica appare spesso paralizzata, la società civile continua invece a produrre iniziative, costruire reti di solidarietà e difendere gli spazi del dialogo.

Per Vivan è proprio qui che si trova la principale ragione di speranza. La “Nazione Arcobaleno” immaginata da Nelson Mandela non era una semplice formula retorica. Era un progetto politico e morale: dimostrare che una società lacerata da secoli di razzismo istituzionale poteva scegliere la convivenza invece della vendetta.

Oggi quel progetto appare ferito. La promessa di una democrazia capace di garantire libertà, uguaglianza e giustizia sociale è stata solo parzialmente mantenuta. Le disuguaglianze restano profonde, la fiducia nelle istituzioni si è indebolita e la tentazione di cercare un capro espiatorio riaffiora ciclicamente.


Ma, osserva Vivan, sarebbe sbagliato confondere la crisi di una promessa con la sua scomparsa. «Il Sudafrica possiede ancora enormi risorse morali e culturali. È un Paese che ha dimostrato più volte, nella sua storia, una straordinaria capacità di reagire nei momenti più difficili».

È una lezione che va oltre i confini dell’Africa australe. La vicenda sudafricana parla anche all’Europa, agli Stati Uniti e a tutte le democrazie attraversate dalla crescita delle disuguaglianze e dalla polarizzazione politica. Ovunque aumentano l’insicurezza economica e la sfiducia nelle istituzioni, cresce anche la tentazione di individuare nello straniero il responsabile delle proprie difficoltà.

La storia insegna però che la xenofobia non nasce con i migranti. Nasce quando una parte della società smette di credere che il futuro possa essere migliore del presente. È allora che il bisogno di trovare risposte si trasforma nel bisogno di trovare un colpevole.

Il bersaglio può cambiare: ieri erano i neri, oggi sono gli immigrati africani, domani potrebbe essere qualcun altro. Il meccanismo, però, resta lo stesso. Si costruisce un “noi” contrapponendolo a un “loro”, si alimenta la paura e si offre un nemico facilmente riconoscibile come soluzione a problemi che hanno origini ben più profonde.

È per questo che la xenofobia non è soltanto una questione migratoria. È il sintomo di una democrazia che fatica a mantenere le proprie promesse.


Ed è proprio da qui che nasce l’insegnamento più importante del Sudafrica: la tenuta di una società non si misura quando tutto funziona, ma quando la paura chiede un nemico e qualcuno continua, ostinatamente, a difendere l’idea che nessun essere umano debba diventarlo.


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 Marco Trovato

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