Coalizione dei volenterosi e sanzioni ala Russia, la strategia europea ora si muove lungo due direttrici



A Parigi si discute di come sostenere e proteggere l’Ucraina nell’eventualità di una tregua. A Bruxelles, invece, il confronto riguarda il modo in cui continuare a ridurre le risorse economiche e tecnologiche a disposizione della Russia mentre la guerra prosegue. Preparare il possibile dopoguerra, in altre parole, non significa allentare la pressione nel presente. La politica europea si muove così lungo due direttrici che si tengono insieme: da una parte difesa aerea, addestramento, garanzie di sicurezza e possibili missioni multinazionali; dall’altra petrolio, servizi marittimi, finanza e reti utilizzate per aggirare le restrizioni.

La Coalizione dei volenterosi guarda oltre il cessate il fuoco

La Coalizione dei volenterosi, riunita a Parigi il 13 luglio, ha chiesto un cessate il fuoco immediato e completo e la ripresa dei negoziati diretti tra Kyiv e Mosca, con una partecipazione attiva degli Stati Uniti e dell’Europa. La dichiarazione dei copresidenti richiama il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite, indicando come obiettivo una pace che preservi la sovranità dell’Ucraina e gli interessi di sicurezza europei.

Il documento fissa anche alcuni principi per un eventuale negoziato. Non potrà esserci una pace senza la piena e continua partecipazione dell’Ucraina, né potranno essere definite senza gli europei le questioni che coinvolgono direttamente la loro sicurezza. Qualsiasi elemento relativo all’Unione europea o alla Nato dovrà ottenere il consenso, rispettivamente, degli Stati membri e degli alleati. I beni russi congelati, inoltre, dovranno restare immobilizzati fino alla cessazione dell’aggressione e al risarcimento dei danni provocati all’Ucraina.

Mosca ha reagito con toni duri. Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha accusato la Coalizione di alimentare il conflitto e di coltivare l’idea di poter infliggere alla Russia una sconfitta strategica. Secondo il Cremlino, i Paesi riuniti a Parigi non starebbero preparando le condizioni per una pace stabile, ma proseguendo una politica ostile.


La distanza non riguarda soltanto il linguaggio. Per i partecipanti al vertice, le forniture militari e le garanzie di sicurezza servono a evitare che un’eventuale tregua si trasformi in una pausa prima di una nuova offensiva. Per Mosca, la preparazione militare europea costituisce invece una prosecuzione del confronto. La richiesta di riaprire il negoziato convive così con due interpretazioni incompatibili delle condizioni necessarie a sostenerlo.

Il lavoro della Coalizione riprende la Dichiarazione di Parigi del 6 gennaio e riguarda sia il presente della guerra sia ciò che potrebbe accadere dopo un’interruzione dei combattimenti. Il formato, promosso soprattutto da Francia e Regno Unito, consente ai governi di contribuire in maniera diversa: attraverso sistemi d’arma, munizioni, addestramento, logistica, intelligence, capacità navali o sostegno finanziario. Non è una nuova alleanza e non sostituisce la Nato, ma permette a gruppi di Paesi di sviluppare singoli progetti senza attendere l’adesione di tutti.

Nel presente, la dichiarazione chiede di aumentare le consegne di sistemi di difesa aerea, intercettori e capacità a lungo raggio. Per la fase successiva, invece, si lavora a impegni destinati a sostenere nel tempo le forze ucraine. Anche durante una tregua, Kyiv avrebbe bisogno di munizioni, manutenzione dei mezzi, addestramento e difesa dello spazio aereo: l’esercito ucraino rimarrebbe quindi il principale strumento di protezione del Paese.

Nel quadro discusso a Parigi compare anche una forza multinazionale, da attivare su richiesta ucraina dopo una cessazione credibile delle ostilità. I compiti richiamati comprendono la rigenerazione delle forze di Kyiv e una presenza di rassicurazione a terra, nei cieli e in mare. Restano però da stabilire consistenza, dislocazione, comando e regole d’ingaggio. Una missione dedicata soprattutto all’addestramento avrebbe caratteristiche molto diverse da una forza incaricata di monitorare una tregua o di reagire a una sua violazione.

Il contributo degli Stati Uniti rimane parte della pianificazione. Intelligence satellitare, sorveglianza, comunicazioni protette, trasporto strategico e alcuni segmenti della difesa aerea continuano a dipendere in misura significativa da capacità americane. Il tentativo europeo consiste quindi nell’ampliare il proprio ruolo e nel distribuire diversamente i compiti, non nel presupporre una sostituzione immediata di Washington.


Dieci Paesi progettano una difesa comune contro i missili balistici

L’iniziativa più definita emersa a Parigi è la nascita di una Coalizione integrata per la difesa contro i missili balistici. I membri fondatori sono Italia, Danimarca, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia, Regno Unito e Ucraina. La dichiarazione lo definisce un progetto puramente difensivo e lascia aperta l’adesione di altri Paesi.

Non esiste ancora uno scudo europeo pronto a entrare in funzione. La dichiarazione avvia un percorso che comprende la definizione di requisiti operativi comuni, la creazione di gruppi tecnici e meccanismi condivisi di governo, l’individuazione dei finanziamenti e la preparazione di una tabella di marcia verso le prime capacità operative. Sono previsti anche programmi congiunti di ricerca e sviluppo e un maggiore scambio di dati.

L’obiettivo è costruire un’architettura integrata capace di affiancare i sistemi nazionali già in servizio o in fase di acquisizione. Una difesa antibalistica non coincide infatti con l’acquisto di una singola batteria: richiede radar, sensori, reti di comunicazione, centri di comando e intercettori in grado di condividere informazioni e reagire in tempi molto brevi.

La guerra in Ucraina ha mostrato come droni, missili da crociera e missili balistici possano essere utilizzati nella stessa operazione. I vettori meno costosi possono impegnare i radar e consumare le munizioni disponibili, mentre quelli più sofisticati vengono indirizzati verso città, aeroporti, reti energetiche e infrastrutture logistiche. La protezione dipende quindi non soltanto dalla qualità dei singoli sistemi, ma anche dal numero degli intercettori e dalla rapidità con cui possono essere prodotti.

È qui che entra il contributo dell’Ucraina. Dal 2022, le forze ucraine hanno dovuto combinare sistemi occidentali, apparati di origine sovietica, tecnologie sviluppate localmente e strumenti di guerra elettronica, adattandoli a campagne di attacchi ripetuti. I quattro leader di Francia, Regno Unito, Germania e Ucraina avevano già indicato a giugno la necessità di aumentare la produzione di intercettori e sviluppare insieme capacità antibalistiche, utilizzando anche l’esperienza operativa ucraina.


Nella nuova coalizione Kyiv non compare quindi soltanto come destinataria dei futuri sistemi, ma come partner nella definizione delle esigenze e nello scambio delle informazioni. I governi europei mettono a disposizione industrie, centri di ricerca e finanziamenti; l’Ucraina contribuisce con dati raccolti durante una campagna missilistica reale e continuativa.

Rimangono da definire i tempi, i costi e la distribuzione del lavoro industriale. Il progetto dovrà inoltre coordinarsi con la Nato e con i programmi nazionali già avviati, rendendo compatibili radar, software e centri di comando prodotti da Paesi differenti. La dichiarazione politica indica la direzione, mentre la fase successiva si svolgerà soprattutto tra amministrazioni, forze armate e aziende.

Perché il pacchetto di Bruxelles non è ancora chiuso

Nelle stesse ore, a Bruxelles, i ministri degli Esteri dell’Unione non hanno raggiunto un accordo sul ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Kaja Kallas ha espresso rammarico, precisando però che i governi erano vicini a un’intesa. Il lavoro è quindi tornato al Coreper, il comitato degli ambasciatori chiamato a preparare le decisioni del Consiglio.

Il confronto ha portato in primo piano questioni meno consuete rispetto a petrolio, banche e tecnologia. Tra le misure stralciate figura il divieto di importare pesce russo. Kallas ha commentato ironicamente di non avere saputo, prima di assumere l’incarico, quanto la pesca potesse avere una rilevanza geopolitica.

È stata ridimensionata anche la proposta di vietare l’ingresso nell’Unione agli ex combattenti russi. Kallas ha detto che il lavoro proseguirà, collegando il tema ai rischi di sicurezza e alla reintegrazione dei veterani dopo la guerra. È un capitolo che guarda già oltre le ostilità: riguarda la futura circolazione di persone con esperienza di combattimento e possibili traumi, non soltanto le risorse con cui Mosca finanzia la guerra.


Il ventunesimo pacchetto era stato presentato dalla Commissione a giugno, mentre il Consiglio europeo ne aveva chiesto una rapida approvazione. Al 14 luglio, tuttavia, le fonti ufficiali continuano a indicarlo come un dossier in lavorazione. Nel frattempo, l’attività sanzionatoria è proseguita attraverso provvedimenti separati. Il 15 giugno il Consiglio ha aggiunto alle liste 34 persone e 47 entità collegate all’industria militare russa, alle entrate energetiche, alla propaganda, alle attività ibride e alla flotta ombra. Il 25 giugno ha inoltre prorogato fino al 31 luglio 2027 le principali sanzioni economiche già esistenti.

La flotta ombra rimane uno dei principali ambiti di intervento. L’espressione comprende petroliere, proprietari, società di gestione e intermediari collegati attraverso strutture spesso poco trasparenti. Le navi possono cambiare bandiera o gestore e affidarsi a coperture assicurative difficili da verificare. In questo modo, Mosca ha ridotto la dipendenza dagli operatori occidentali dopo l’introduzione del tetto al prezzo del petrolio.

Le restrizioni si sono quindi allargate dalla singola petroliera alla rete che le permette di operare: proprietari effettivi, gestori, assicuratori, intermediari finanziari e acquirenti. Lo stesso principio viene applicato ai beni a duplice uso, che possono essere venduti a una società in un Paese terzo e raggiungere successivamente la Russia. Le nuove designazioni coinvolgono per questo anche operatori esterni al territorio russo accusati di partecipare alle sue catene di approvvigionamento.

Per approvare il pacchetto serve l’unanimità dei Ventisette. Per questo il negoziato può arenarsi su pesca, visti o interessi nazionali. Secondo Kallas, l’accordo è vicino. Pesca, visti e interessi nazionali mostrano però quanto possa essere lungo l’ultimo tratto del negoziato.


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