La Commissione europea ha messo in mora tutti i 27 Stati membri per non aver recepito integralmente entro i termini la direttiva sulla prestazione energetica degli edifici, inviando a ciascun governo una lettera che apre formalmente la procedura d’infrazione.
Non ci sono, per ora, sanzioni economiche né obblighi immediati per i proprietari di immobili, perché Bruxelles chiede innanzitutto agli Stati di completare le norme nazionali necessarie ad applicare la direttiva e di comunicare le misure adottate entro due mesi.
Le disposizioni riguardano la riqualificazione energetica del patrimonio esistente, i nuovi edifici a emissioni zero, gli impianti solari, le caldaie alimentate da fonti fossili, gli attestati digitali, le infrastrutture per la mobilità sostenibile, i finanziamenti e la protezione delle famiglie vulnerabili.
Recepimento incompleto in tutti i Paesi Ue
La Commissione europea ha aperto il 15 luglio le procedure nei confronti di tutti gli Stati membri per il mancato completo recepimento della direttiva 2024/1275 sulla prestazione energetica nell’edilizia, la Energy Performance of Buildings Directive o EPBD, il cui termine generale era scaduto il 29 maggio 2026.
Si tratta di 27 procedimenti paralleli, uno per ciascuno Stato, e la contestazione non significa necessariamente che i governi non abbiano approvato alcuna misura, ma che nessuno abbia notificato alla Commissione un quadro normativo ritenuto completo rispetto alle disposizioni della direttiva.
Le lettere di costituzione in mora rappresentano il primo passaggio della procedura e concedono ai governi due mesi per rispondere, approvare le norme mancanti e comunicarle a Bruxelles. Se le risposte non saranno considerate sufficienti, la Commissione potrà inviare un parere motivato e, successivamente, deferire il Paese alla Corte di giustizia dell’Unione europea.
Le sanzioni economiche non scattano automaticamente con l’avvio del procedimento, ma, nei casi di mancata comunicazione delle norme che recepiscono una direttiva, possono essere richieste dalla Commissione qualora il caso venga portato davanti alla Corte.
La EPBD interviene contemporaneamente su norme edilizie, certificazioni energetiche, sistemi di riscaldamento e raffrescamento, impianti solari, colonnine di ricarica, banche dati, incentivi pubblici e servizi di assistenza per proprietari e inquilini.
Gli edifici assorbono circa il 40% dell’energia consumata nell’Unione europea e circa la metà del gas, mentre l’85% del patrimonio edilizio è stato costruito prima del 2000 e il 75% presenta prestazioni energetiche insufficienti. Il tasso annuo di riqualificazione resta vicino all’1%.
Come cambiano gli standard energetici degli edifici
Per il patrimonio residenziale, ciascuno Stato dovrà definire una traiettoria nazionale capace di ridurre il consumo medio di energia primaria del 16% entro il 2030 e del 20-22% entro il 2035 rispetto ai livelli del 2020, scegliendo gli immobili da coinvolgere e le misure da adottare in base alle caratteristiche del proprio patrimonio edilizio.
Almeno il 55% della riduzione dovrà derivare dalla riqualificazione degli edifici residenziali con le prestazioni peggiori, mentre l’obiettivo complessivo sarà calcolato sulla media nazionale e non attraverso l’attribuzione obbligatoria della stessa classe energetica a ogni singola abitazione.
Per gli edifici non residenziali, la direttiva introduce standard minimi di prestazione energetica che dovranno portare alla riqualificazione del 16% degli immobili con le prestazioni peggiori entro il 2030 e del 26% entro il 2033, sulla base di soglie definite da ciascun Paese.
Gli Stati potranno prevedere esenzioni per alcune categorie, tra cui edifici storici o protetti, luoghi di culto, costruzioni temporanee, abitazioni utilizzate soltanto per periodi limitati dell’anno e piccoli immobili indipendenti, stabilendo nelle norme nazionali le condizioni e i limiti delle deroghe.
Per le nuove costruzioni, lo standard a emissioni zero si applicherà dal primo gennaio 2028 agli edifici di proprietà degli enti pubblici e dal primo gennaio 2030 a tutti gli altri nuovi edifici, che dovranno avere prestazioni energetiche molto elevate e non produrre emissioni in loco attraverso l’impiego di combustibili fossili.
Le nuove costruzioni dovranno inoltre essere predisposte per ospitare impianti fotovoltaici o solari termici, mentre l’obbligo di installare impianti solari sarà esteso gradualmente ad alcune categorie di edifici pubblici e non residenziali esistenti, quando l’intervento risulti tecnicamente ed economicamente realizzabile.
Dal primo gennaio 2025 gli Stati non possono più concedere incentivi per l’installazione di nuove caldaie autonome alimentate esclusivamente da combustibili fossili. La disposizione non introduce un divieto generale di utilizzo delle caldaie già presenti negli edifici.
La direttiva prevede anche attestati di prestazione energetica digitali e più comparabili, passaporti di ristrutturazione che potranno guidare i proprietari nella programmazione degli interventi in più fasi, infrastrutture di ricarica per i veicoli elettrici, spazi per le biciclette e requisiti per i sistemi di automazione e controllo degli edifici non residenziali.
Per i nuovi immobili sarà inoltre calcolato progressivamente il potenziale di riscaldamento globale lungo l’intero ciclo di vita, considerando non soltanto l’energia consumata durante l’utilizzo, ma anche le emissioni associate ai materiali, alla costruzione, alla manutenzione e alla demolizione. Il dato dovrà comparire negli attestati energetici dal 2028 per i nuovi edifici con una superficie superiore a mille metri quadrati e dal 2030 per tutte le nuove costruzioni.
L’attuazione della direttiva passerà soprattutto attraverso i Piani nazionali di ristrutturazione degli edifici, nei quali ogni Paese dovrà descrivere il proprio patrimonio immobiliare, fissare obiettivi al 2030, 2040 e 2050 e indicare le politiche previste, il fabbisogno di investimenti e le relative fonti di finanziamento.
Le bozze, che dovevano essere precedute da una consultazione pubblica nazionale, andavano presentate entro il 31 dicembre 2025, mentre le versioni definitive sono attese entro il 31 dicembre 2026.
Il ritardo italiano tra norme, piano e incentivi
Per l’Italia la nuova costituzione in mora si aggiunge a due contestazioni precedenti, relative alla norma sugli incentivi alle caldaie alimentate esclusivamente da combustibili fossili e alla mancata presentazione entro i termini della bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici.
Nel novembre 2025 la Commissione aveva aperto una procedura nei confronti di Italia, Estonia e Ungheria perché le misure comunicate non recepivano pienamente l’obbligo di interrompere gli incentivi alle nuove caldaie autonome alimentate da combustibili fossili.
Nel marzo 2026 era arrivata una seconda lettera di costituzione in mora per il ritardo nella trasmissione del Piano nazionale, insieme ad altri 18 Stati membri. Alla prima valutazione pubblicata dalla Commissione il 14 luglio, relativa a 16 bozze complete, l’Italia non figurava tra i Paesi esaminati.
La situazione italiana riguarda quindi sia il completamento delle norme necessarie ad applicare la direttiva sia la definizione della strategia con cui ridurre i consumi del patrimonio edilizio e individuare le risorse per finanziare gli interventi.
Secondo l’Istat, quasi 20 milioni di abitazioni italiane, pari al 56,3% del totale, sono state costruite tra il 1961 e il 2000. Un dato Eurostat relativo al 2025 indica inoltre che soltanto il 2,6% della popolazione italiana viveva in un’abitazione nella quale l’efficienza energetica era stata migliorata nei cinque anni precedenti, rispetto a una media europea del 23,9%.
L’indicatore comprende interventi come l’isolamento di pareti, tetti e pavimenti, la sostituzione delle finestre e l’installazione di sistemi di riscaldamento più efficienti, ma si basa sulle dichiarazioni delle famiglie e non su una rilevazione tecnica del numero complessivo di edifici riqualificati.
La definizione di un nuovo sistema di incentivi arriva dopo l’esperienza del Superbonus e dovrà combinare l’aumento delle riqualificazioni con la sostenibilità dei conti pubblici e la capacità economica delle famiglie.
Interventi come isolamento termico, sostituzione degli infissi, riqualificazione degli impianti e installazione di fonti rinnovabili richiedono investimenti iniziali elevati, mentre i benefici derivanti dalla riduzione dei consumi e delle bollette si distribuiscono nel tempo.
La direttiva chiede agli Stati di indirizzare gli strumenti finanziari in particolare verso gli edifici con le prestazioni peggiori e le famiglie vulnerabili, prevedendo anche misure di protezione per gli inquilini, come sostegni agli affitti o limiti agli aumenti dei canoni.
Gli sportelli unici dovranno fornire assistenza tecnica e finanziaria ai proprietari, accompagnandoli dalla valutazione dell’immobile alla scelta degli interventi, fino all’accesso agli incentivi e alla realizzazione dei lavori.
La Commissione indica tra le principali fonti europee oltre 80 miliardi di euro della Recovery and Resilience Facility e circa 17 miliardi dei fondi di coesione destinati alla prestazione energetica degli edifici nel periodo 2021-2027, ai quali si aggiungeranno le risorse del Fondo sociale per il clima.
Non si tratta di finanziamenti assegnati automaticamente ai singoli proprietari, perché saranno i governi a dover combinare sovvenzioni, detrazioni fiscali, prestiti agevolati, garanzie e capitale privato all’interno delle rispettive strategie nazionali.
La procedura d’infrazione non impone quindi ai proprietari italiani di avviare lavori entro i due mesi concessi dalla Commissione, ma chiede al governo di completare il recepimento della direttiva e di comunicare le misure nazionali necessarie ad applicarne le disposizioni.
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