L’Odissea e la colpa occidentale


L’Ulisse di Nolan è troppo tormentato, troppo responsabile, troppo moderno insomma, per evocare l’età incantata del Bronzo. Ma il bello dei classici è che si possono interpretare all’infinito, attualizzare, rileggere, e che a nessuno è data l’ultima parola su quella che era l’intenzione di un cantore forse nemmeno esistito più di tremila anni fa.

Gloria Origgi

L’Odissea di Christopher Nolan che esce in questi giorni nelle sale italiane è un bellissimo film. Il colossal da 250 milioni di dollari, girato interamente in IMAX – mega-formato cinematografico – con un cast hollywoodiano da sogno, ricostruisce le avventure dell’eroe politropon, ovvero complesso, multiforme, ambiguo, intelligente (o troppo intelligente?) che sta a fondamento della cultura occidentale.


Sviluppato come un prodotto globale, che deve essere adatto al pubblico cinese, americano, brasiliano, africano, norvegese etc., l’Odissea sbarca ora in Italia, uno degli ultimi Paesi al mondo in cui il poema omerico è materiale scolastico, parte della cultura collettiva, spesso letto dai nonni ai nipotini prima di dormire.

Un classico universale, ma anche un testo con cui il pubblico italiano ha un rapporto molto particolare, molto intimo. “Musa quell’uom dal multiforme ingegno dimmi che molto errò”, è l’incipit della traduzione ottocentesca di Ippolito Pindemonte che molti di noi, soprattutto i reduci del liceo classico come la sottoscritta, conoscono a memoria.

Il film racconta le avventure di Ulisse, o almeno una selezione di esse, con eleganza ed effetti speciali ben realizzati, mai banali o volgari, e insieme, com’è d’uopo di qualsiasi opera che sia basata su un grande classico, cerca di darne un’interpretazione contemporanea, che spieghi l’importanza oggi di quell’interminabile viaggio di ritorno verso casa, verso una patria antica, immaginata e forse persa per sempre, perché il tempo ormai è passato, la vita è accaduta, e nulla ci può riportare a casa.

Come c’era da aspettarsi da un film americano, la corda morale che attraversa il film è la colpa della guerra: l’inganno del cavallo di Troia che scatena in una notte dieci anni di ira greca, passati accampati intorno alle mura, e riduce in cenere la città.

Una guerra inutile, dettata dall’ambizione di Agamennone che non si godrà la vittoria, ucciso dalla sua stessa moglie al suo ritorno, una guerra feroce, senza pietà e basata sul tradimento del legame più profondo tra esseri umani: la fiducia. Ulisse non può tornare a casa vittorioso: non può cancellare le immagini di Troia distrutta, le donne e i bambini violentati, i soldati, amici e nemici, massacrati.


Ulisse non è più l’ingegno, l’intraprendenza e lo spirito conquistatore dell’Occidente che ci raccontavano da piccoli. È il colpevole, il distruttore, colui che tradisce la buonafede degli altri, l’uomo che dubita dei suoi valori. E insieme è anche il naufrago, che dopo aver conquistato e distrutto, si trova su rive misteriose, incantate. Colui che inganna è ingannato da mostri, maghi e dagli stessi dèi che a volte lo salvano e a volte lo abbandonano.

E quel ritorno rallentato, deviato, drogato dalle magie del mondo, è forse solo un sogno di un guerriero che non ha più la forza di essere un vincitore, ma preferisce naufragare su spiagge stregate, subire gli incanti dei fiori di loto, dimenticare. Ulisse è la forza e il dubbio, è l’ambivalenza dell’intelligenza, è eroe e naufrago insieme. È l’Occidente.

Il trauma della guerra è presente anche in un altro recente adattamento dell’Odissea: Itaca-il ritorno di Uberto Pasolini, in cui un invecchiato Ulisse (Ralph Fiennes) sbarca disorientato a Itaca in uno stato da sindrome post-traumatica. Ma qui si tratta di un Ulisse vittima della guerra, non di un colpevole.

In un certo senso, questo Ulisse di Nolan, magistralmente interpretato da Matt Damon, è troppo umano: benché appaia timidamente a tratti un’altrettanto umana Atena al suo fianco, impersonata dalla bellissima Zendaya, Ulisse è solo davanti alla colpa e al rimorso.


Porta il peso della guerra, dei suoi compagni morti, del senso di colpa di aver abbandonato Penelope e Telemaco.

È un uomo torturato dalle sue azioni, come un Raskolnikov antico. E questo forse è il tratto del personaggio che toglie la magia a tutta la storia: perché nell’Età del Bronzo, nessuna azione è soltanto umana o soltanto divina: dèi e uomini vivono insieme, si mescolano, e si influenzano. Gli dèi, amorali e capricciosi, discutono sull’Olimpo del destino di Ulisse fin dai primi versi del primo canto.

L’età perduta di Omero è divina ed umana, e soprattutto totalmente priva di morale. Dèi e Natura creano paradisi e mostri infami: tutto si mescola: mari, cieli, battaglie, animali. Nessuna religione monoteista può comprendere la poesia di questo mondo.

Un dio che scende dal cielo nelle nostre latitudini sarebbe un pessimo segno: nientemeno che l’annuncio dell’Apocalisse. E invece, nel mondo omerico, ogni albero, ogni capra, ogni onda nasconde il divino sempre lì pronto a influenzare i destini. Il kairos, concetto greco per eccellenza, non è né il destino né il libero arbitrio: è l’opportunità che, nel turbine delle forze naturali e sovrannaturali in gioco, l’uomo sa cogliere.

L’Ulisse di Nolan è troppo tormentato, troppo responsabile, troppo moderno, insomma, per evocare l’età incantata del Bronzo.


Ma il bello dei classici è che si possono interpretare all’infinito, attualizzare, rileggere, e che a nessuno è data l’ultima parola su quella che era l’intenzione di un cantore forse nemmeno esistito più di tremila anni fa.

Il film non ha mai cadute di stile, anzi si distingue per il cameo femminista dedicato a Circe, interpretata da una splendida Samantha Morton che trasforma gli uomini in porci perché…lo sono già!

E anche la scena delle sirene, scritta completamente da Nolan, reinterpreta il canto proibito come l’estrema sofferenza di ciò che si avrebbe potuto avere e non si è stati capaci di salvare. Anche qui, una lettura molto contemporanea che però fa risuonare nello spettatore il ricordo lancinante delle proprie sirene, di ciò a cui non abbiamo resistito e che abbiamo perso per sempre.

Ulisse è l’eroe politropon, che mischia tutte le contraddizioni del progresso, della nostalgia, della conquista e della perdita. Christopher Nolan ci mostra che avremo a che fare con Ulisse ancora per molto tempo.

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