Nel nord il Puntland rifiuta l’autorità di Mogadiscio mentre il Somaliland apre una sede diplomatica a Gerusalemme dopo il riconoscimento di sovranità da parte di Israele
Il posizionamento di Tel Aviv alle porte dello stretto di Bab el-Mandeb e del Mar Rosso preoccupa gli stati islamici e del Golfo
I ministro degli Esteri israeliano con il presidente del Somaliland Abdirahman Mohamed Abdullahi “Irro”
Il nord della Somalia si conferma al centro di nuove e vecchie tensioni interne e internazionali sempre più pericolose anche per i già fragilissimi equilibri mondiali.
Sul primo fronte c’è la rottura con Mogadiscio annunciata lo scorso 22 maggio dallo stato-regione del Puntland, il cui Consiglio dei ministri ha dichiarato di non riconoscere più l’autorità del presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud e del Parlamento, invitando i partner internazionali a interloquire – e stringere accordi – direttamente con Garowe.
Ma facciamo un passo indietro. In base alla Costituzione provvisoria del 2012, il mandato presidenziale è scaduto il 15 maggio e quello del Parlamento il 12 aprile. La Costituzione è stata però riformata lo scorso marzo con modifiche sostanziali apportate, secondo le opposizioni, in modo unilaterale dalla maggioranza di governo.
Il Puntland è tra gli stati federati che non riconoscono questi emendamenti che prolungano di un anno il mandato del presidente e dei due rami del Parlamento (portandoli da 4 a 5), ufficialmente per consentire di implementare correttamente le novità introdotte dalla legge elettorale approvata nel 2024 che dopo oltre mezzo secolo archivia il metodo di voto su base clanica a favore del suffragio universale.
E questa è un’altra iniziativa di Mohamud che non piace agli oppositori – tra cui gli ex presidenti somali Mohamed Abdullahi Farmajo e Sharif Sheikh Ahmed – e che in particolare risulta indigesta agli stati di Puntland, Jubaland e Southwest – e alle rispettive élite claniche di potere.
Secondo le nuove norme, infatti, il suffragio universale dovrebbe essere applicato anche ai sistemi elettorali degli stati federati, in cui vigeva il vecchio sistema clanico.
Nonostante l’avvio di una serie incontri con le opposizioni nell’ambito di un dialogo nazionale che pare più una concessone alle pressioni internazionali che una reale volontà di arrivare a una mediazione e ad un accordo, i fatti sul terreno mostrano invece che Mogadiscio pare più che mai intenzionato a tirare dritto e a imporre le nuove regole anche con l’uso della forza militare.
La repressione del Southwest
È successo lo scorso marzo con lo stato “ribelle” di Southwest che aveva da poco rieletto alla presidenza Abdiaziz Hassan Mohamed Laftagareen per un altro mandato di cinque anni.
L’intervento militare di Mogadiscio, sostenuto dall’alleato turco, aveva in poco tempo costretto alla resa le milizie di Baidoa e alla fuga all’estero Laftagareen. In seguito il governo centrale aveva insediato suoi amministratori e indetto nuove elezioni a suffragio universale, che infine hanno assegnato la maggioranza dei seggi (51 su 95) nel parlamento locale al Justice and Solidarity Party (JSP), il partito del presidente somalo Mohamud.
Israele e il Somaliland
A disturbare il sonno del presidente è però anche un secondo fronte caldo lungo la costa settentrionale che si affaccia su Golfo di Aden e su uno dei principali nodi del traffico marittimo commerciale mondiale: il Somaliland e i suoi rapporti con Israele.
Il Somaliland è uno stato di fatto indipendente dal resto della Somalia dal 1991, con un suo sistema amministrativo, elettorale, economico, giudiziario e militare, che però Mogadiscio continua a considerare come parte del suo territorio nazionale.
Israele è il primo stato a livello mondiale che ne ha riconosciuto la sovranità, scatenando l’indignazione del governo federale, dei suoi più stretti alleati – Turchia, Egitto e Gibuti – e di tutti i paesi arabi e africani non allineati in qualche modo al governo di Tel Aviv.
Al riconoscimento formale del Somaliland, avvenuto il 26 dicembre 2025, è seguito più di recente l’annuncio della nomina di un ambasciatore israeliano ad Hargeisa e poi dell’apertura di una sede diplomatica del Somaliland a Gerusalemme.
La cosa è tornata a sollevare le proteste di paesi africani a maggioranza musulmana come Egitto, Gibuti, Sudan, Algeria e Mauritania, e di nazioni arabe tra cui Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Giordania, Pakistan, Indonesia, Bangladesh, Oman, Yemen, Libano e autorità palestinese, che in un comunicato congiunto parlano di una mossa “illegale e inaccettabile” che “minaccia la sovranità e l’integrità territoriale della Somalia”.
Nessuna reazione invece dagli Emirati Arabi Uniti, firmatari degli Accordi di Abramo – intesa sotto l’egida degli Stati Uniti che normalizza i rapporti tra Israele e nazioni islamiche -, e che tra l’altro sono anche partner di lunga data del governo del Puntland dove hanno installato anche una loro base militare.
Per il momento i contenuti degli accordi tra Tel Aviv e Hargeisa restano top secret ma non pochi analisti collegano il riconoscimento del Somaliland con la volontà di Israele di posizionarsi militarmente in una delle aree più strategiche per il controllo dell’accesso al Mar Rosso – e al Mediterraneo orientale – che si trova giusto davanti alla penisola arabica meridionale e dunque alla parte di Yemen controllata dagli houthi filo-iraniani.
I quali hanno già fatto sapere che in questo caso non esiterebbero ad attaccare direttamente il dirimpettaio.
A confermare la possibilità di accordi militari e di difesa segreti tra Tel Aviv ed Hargeisa il quotidiano The Telegraph che, citando fonti della sicurezza e invitando il governo britannico a seguire l’esempio israeliano, riferisce che 50 unità delle forze speciali del Somaliland sarebbero recentemente rientrate nel nord della Somalia dopo aver completato un addestramento militare avanzato in Israele.
La Turchia in prima linea
Movimenti che non sarebbero passati inosservati a Mogadiscio che, secondo altri analisti militari e regionali, si starebbe preparando ad adottare una controffensiva. Una mossa nella quale potrebbe giocare un ruolo di primo piano la Turchia che già pattuglia militarmente le coste della Somalia e che nelle ultime settimane sta rafforzando il suo già importante arsenale bellico a Mogadiscio.
Ankara infatti, secondo indiscrezioni di stampa, avrebbe pianificato da tempo la costruzione di un’altra sua base militare a Las Qoray, nella regione di Sanaag, storicamente contesa tra Somaliland e Puntland, e ora parte del neonato Northeastern Somali Regional State, unica amministrazione fedele a Mogadiscio nel Corno.
Inutile far notare che in uno scenario tanto delicato e complesso la miccia di un qualunque intervento militare diretto rischierebbe di fare da detonatore a una situazione di conflitto e instabilità le cui ripercussioni si estenderebbero ben oltre la regione del Corno d’Africa. (MT)
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