«Un tè?». La ragazza del Rifugio Quinto Alpini sorride. «Adesso non possiamo prepararlo. Oggi c’è stato poco sole. Le batterie sono quasi scariche e la lavastoviglie sta usando tutta l’energia disponibile.» Siamo a 2.877 metri. In quel momento capisco che, per qualche giorno, dovrò dimenticare il modo in cui vivo a valle. Qui ogni risorsa è limitata. L’acqua calda nei bagni non c’è.
L’acqua potabile viene filtrata e usata con attenzione. Perfino un tè deve aspettare che torni il sole. Io e il mio amico Alessandro siamo partiti da Niblogo, in Valfurva. Entrambi abbiamo passato una vita in montagna. Eppure, nessuno dei due era mai stato sul giro del Confinale, nel cuore del Parco nazionale dello Stelvio. Tre giorni dopo avremmo percorso poco più di cinquanta chilometri e oltre 3.300 metri di dislivello passando dal Quinto Alpini al Passo Zebrù, dal Rifugio Branca ai Forni, chiudendo il giro lungo il versante meridionale del massiccio.
La domanda, però, è nata quasi subito. Come abbiamo fatto ad arrivare fin qui senza esserci mai stati? Le valli sono immense. I ghiacciai ancora numerosi e imponenti, anche se si stanno ritirando rapidamente. Le rocce cambiano colore e forma ogni poche centinaia di metri. Lui, geologo, continua a fermarsi. Mi mostra pieghe, calcari, rocce metamorfiche, intrusioni magmatiche. Io vedo montagne. Lui vede centinaia di milioni di anni.
Poi arrivano le persone. La sera, al Quinto Alpini, ceniamo con sconosciuti che sembrano amici da sempre. Una coppia di Cuneo ci racconta di spendere ogni euro libero per viaggiare con un piccolo van e le biciclette sul tetto. L’anno prossimo si sposeranno. Due giovani chirurghi vivono invece tra Bergamo e Marsiglia. Quando qualcuno chiede del matrimonio, lui sorride. «Il nostro obiettivo, per adesso, è riuscire a vivere nello stesso Paese.» Lei racconta turni da due o tre ore di sonno per notte.
Lui spiega perché è dovuto andare all’estero per imparare davvero il mestiere. Poi ci sono i ragazzi della porta accanto. Sì, a quasi tremila metri, in fondo a una valle nascosta dentro un’altra valle, mi ritrovo seduto accanto a una giovane donna che per tutta la vita ha abitato a duecento metri da casa mia, a Bodio Lomnago. Non ci eravamo mai incontrati. Per farlo abbiamo dovuto arrivare fin quassù.
La montagna fa anche questo. Persone che probabilmente non si rivedranno mai si raccontano con una sincerità che raramente si trova a valle. Il giorno dopo arriviamo al Passo Zebrù. Il vento è violentissimo. Davanti a noi il Cevedale, il Gran Zebrù e decine di cime. Sotto i piedi, invece, compare qualcosa che non mi aspettavo. Un lunghissimo filo spinato arrugginito corre lungo tutta la cresta. È il resto del confine di un’altra epoca. La montagna conserva la memoria meglio degli uomini.
Al Rifugio Branca conosciamo Paolo. La sua famiglia gestisce questo rifugio da generazioni. Ci accompagna con i racconti sul Ghiacciaio dei Forni. «Quando ero ragazzo arrivava molto più in basso.» Poi racconta di una donna sprofondata in un terreno reso instabile dal suo ritiro. Era partita da sola; il marito era rimasto al rifugio. «Pioveva forte. L’abbiamo trovata all’una di notte. Era come trattenuta da una ventosa. Io e mio figlio abbiamo scavato con le mani e con una vanga per liberarla. Urlava. Era in ipotermia.» Il cambiamento climatico smette di essere una statistica. Diventa un posto preciso. Un sentiero. Un rifugio. Un terreno che ieri era sicuro e oggi non lo è più.
L’ultimo incontro avviene quasi alla fine del giro. Ci fermiamo davanti a una baita solo perché ci è venuta voglia di assaggiare un po’ di formaggio. Ne nasce una sosta di tre quarti d’ora. Andrea, allevatore ed ex guardia forestale, e sua moglie ci portano pane, tre formaggi, miele, cipolle in agrodolce, vino e caffè. Grasso, semigrasso e stagionato. Il grasso è il migliore. Alla faccia del marketing.
Parliamo dell’acqua. Ci indica i lavori poco sopra i pascoli. Secondo lui stanno captando uno degli ultimi rivoli rimasti. Ci racconta la sua versione delle concessioni idroelettriche, della montagna che riceve sempre meno precipitazioni e dei pascoli che, a suo giudizio, si stanno prosciugando. Parla dei fondi regionali. Dei grandi operatori. Di quelli che, alla fine, ci guadagnano sempre, mentre il conto lo paghiamo noi. Non so se abbia ragione su tutto. Ma capisco una cosa. Chi vive queste montagne le osserva ogni giorno, da decenni. Possiede una memoria che nessuna carta geografica può sostituire.
Ripartiamo. Dieci minuti dopo mi accorgo di avere dimenticato una maglietta ad asciugare al sole e torno indietro. Una grossa vacca mi segue lungo tutto il recinto muggendo in modo minaccioso. Mucca pazza? Tra me e lei c’è soltanto un sottile filo elettrico. Penso che, dopo ghiacciai, pietraie e torrenti, il pericolo più concreto della giornata abbia assunto una forma piuttosto insolita.
Alla fine, succede anche l’ultima cosa. Lo scarpone di Alessandro. La suola aveva iniziato a staccarsi il primo giorno. Lui era convinto che non avrebbe retto. Io continuavo a dirgli che sarebbe arrivato fino alla macchina. Avevamo ragione tutti e due. Lo scarpone si apre completamente. A un quarto d’ora dal parcheggio. Ci guardiamo. Scoppiamo a ridere. Resiste ancora qualche centinaio di metri e poi il giro finisce.
Tornato a casa ho iniziato a raccontare questo viaggio. Mi sono accorto che quasi nessuno conosceva questi luoghi. C’è stata una sola eccezione. Il mio amico Simone. Lui non si è stupito. Suo padre è valtellinese e da ragazzo lo portava proprio al Pizzini, al Passo Zebrù, alle baite della Valfurva.
Ed è allora che ho capito. Il Confinale non è un segreto. È un luogo conosciuto profondamente da chi appartiene a questa montagna e sorprendentemente poco conosciuto da tanti altri. Forse è anche questo il suo valore. E va bene così.
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