Un accordo europeo sui rimpatri, un Patto che blinda l’Europa come fortezza, un report che restituisce quel che accade
Sbarchi dimezzati, aumento dei rimpatri, centri albanesi che funzioneranno, nuove aperture di CPR, questo è quanto rivendica il governo italiano. Diminuzione degli attraversamenti irregolari alle frontiere esterne, implementazione della cooperazione con i paesi partner e delle misure preventive adottate in alcuni stati di partenza, tanto afferma la controversa agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, Frontex.
Insomma numeri e dati che raccontano di un fenomeno, quello migratorio, che parrebbe sotto controllo o, quanto meno, lontano dalla solita narrazione dell’invasione ingestibile. E allora che accade?
Come mai a pochi giorni dall’entrata in vigore del Patto europeo migrazione e asilo, che si compone di un pacchetto di norme (nove regolamenti e una direttiva) che per la prima volta allineano sulle politiche migratorie i 27 paesi, parlamento e consiglio europeo stringono un accordo che riguarda, ancora, quei temi che già si trovano nel Patto: il regolamento dei rimpatri, l’istituzione dei return hub in paesi terzi, le accelerazioni delle deportazioni e la detenzione per le persone migranti che non collaborano?
Qual è la preoccupazione e soprattutto come si spiega questo continuo voler blindare in maniera esponenziale una fortezza, quella europea, che rivendica politiche che già funzionano? Tanto da richiedere, in questi stessi giorni, a nove suoi stati membri, di revocare i controlli alle frontiere interne.
A breve entra in vigore il Patto, la cinta securitaria funzionerà ancora di più, le domande d’asilo continuano a calare, a febbraio 2026 il numero di persone che hanno presentato per la prima volta domanda di protezione internazionale nei paesi dell’UE ha registrato un calo del 21% rispetto allo scorso anno, del 9% rispetto al mese precedente. Chi transita internamente non necessita di controlli ulteriori. Non almeno se è europeo.
La stretta
Ma andiamo con ordine. A inizio settimana, a una decina di giorni dall’entrata in vigore del Patto, si sigla un accordo che prevede una serie di decisioni che mirano a semplificare e accelerare le procedure di rimpatrio. La preoccupazione è che i paesi europei siano in forte ritardo rispetto alle norme attuative del Patto: dal 2024, da quando è partito l’iter, avevano due anni di tempo per mettersi al passo, ma ciò non è avvenuto e ora occorre definire le sfumature di questa erosione di diritti che deve essere messa in pratica.
Innanzitutto con l’accordo si crea un foglio di via condiviso, l’ERO (ordine di rimpatrio europeo), valido in tutta l’area Schengen, cui sarà comunicato non appena la persona migrante ne sarà destinataria (anche in maniera volontaria), in modo che sia chiaro che, respinta da uno dei 27 paesi, la persona sarà soggetta a tale provvedimento in tutti. L’ERO sarà automaticamente esecutivo, senza bisogno di formale riconoscimento né di effettuare ulteriori controlli amministrativi.
L’ERO comporterà l’obbligo di lasciare immediatamente il paese che ha emesso l’ordine, entro un termine stabilito, e di collaborare perché questo avvenga. Se non vi è collaborazione o vi è pericolo per la sicurezza nazionale, lo stato può decidere per la detenzione, per un tempo massimo di 30 mesi. Questa può avvenire o nel paese che ha deciso il rimpatrio o nei famosi returns hub, già previsti nel Patto, destinati alle persone oggetto di espulsione nell’attesa che facciano effettivo ritorno nel proprio paese d’origine o in un terzo con cui si sono stretti gli accordi.
In tal senso sono diversi i paesi europei che stanno lavorando per aprire hub in stati terzi, Germania, Austria e Olanda ad esempio, in trattative con Uganda, Rwanda e Uzbekistan. Una deportazione cui si aggiunge, nell’accordo, un decreto di allontanamento che ricorda quelli americani: la persona espulsa dal paese europeo ne è bandita per dieci anni che possono salire a 20 (oggi varia dai 3 ai 5).
Insomma una stretta, questa dell’accordo, che va a braccetto con quelle del Patto, che per le realtà europee che si occupano di migrazione non farà altro che rafforzare un già esistente sistema draconiano di detenzione ed espulsione che, a detta della politica italiana ed europea, però funziona e dà risultati.
Le vite raccontate dal Forum per cambiare l’ordine delle cose
L’efficacia reale delle politiche migratorie tanto decantate si legge nelle vite così come nelle morti delle persone migranti. Traspare nei non detti di chi rivendica il calo dei numeri, nelle diminuzioni che tacciono quel che accade lungo quelle frontiere di attraversamenti o sbarchi, nella omissione di cosa significhino realmente gli accordi con i cosiddetti paesi terzi, quali pratiche di repressione e violenze mettono in azione lungo quei confini che si vogliono rinforzare affinché tutto questo possa essere raccontato come un gran risultato.
Le vite reali sono quelle che portano le risposte alla politica, anche a quella che non sa ascoltare. Restituiscono il metro di quanto e come “funzionano” le leggi che determinano le possibilità o le impossibilità delle persone migranti nei contesti di origine, di attraversamento e di arrivo.
Per questo sono importanti tutte quelle realtà che non solo monitorano, ma accompagnano e spesso sostengono le persone nell’ingarbugliamento se non nella negazione dei diritti che loro spettano, per quelle che sono le convenzioni o norme internazionali. Monitoraggi e storie che troviamo in vari report di ONG e associazioni che permettono di oggettivare quel che accade alle vite davanti alla legge.
È quel che si vede nel rapporto Paradossi 2025, redatto da Legal Aid, Diritti in movimento, parte del forum Per cambiare l’ordine delle cose, una realtà che mette insieme le esperienze di sportelli legali e sociali, restituendo il ritratto di un’Italia che manca di canali di ingresso legali, che vede aumentare le difficoltà dell’ottenimento di visti per poter sfruttare quelle finte finestre d’ingresso che si sono rivelate essere i Decreti flussi; che non contrasta in maniera efficace il vero racket che lucra sui flussi migratori e spesso chiude un occhio sulle innumerevoli forme di sfruttamento lavorativo, prima fra tutte il caporalato in agricoltura.
Esperienze che si inventano pratiche per trovare il bandolo tra norme che confliggono tra loro, tra le difficoltà per ottenere rilasci, rinnovi e conversioni di permessi di protezione o per mantenere il diritto a rimanere, quando si perde il proprio permesso per cause indipendenti dalla propria volontà, come ad esempio la fine di un lavoro. Senza contare tutti gli ostacoli per accedere al diritto all’accoglienza o alla legittima domanda di asilo.
O ancora le peripezie per arrivare a studiare in Italia, uno dei paradossi raccontati del report, perché il diritto a essere studentessa o studente internazionale, vale solo se il tuo paese d’origine ha un passaporto forte, che ti consente di esercitarlo fuori dai confini il tuo diritto allo studio. Ma se vuoi, se tanta è la tua voglia di studiare, puoi sempre fingerti rifugiato. Puoi sempre mentire, per esercitare un diritto.
Se invece rientri nel terno al lotto della fortunata quota degli ingressi riconosciuti dal Decreto flussi, dopo precompilazioni, doppi click day e controlli vari, puoi riuscire ad arrivare in Italia in maniera regolare. Salvo poi scoprire, quando arrivi, che il lavoro non esiste, e che se vuoi un’occupazione puoi trovarla tra la schiavitù organizzata del caporalato. Oppure, che con il tuo pezzo di carta che ti vale come visto per un lavoro subordinato, non trovi casa e quindi non hai assistenza sanitaria, né la possibilità di aprirti un conto corrente dove farti pagare.
Oppure ancora, può succedere che sono anni che vivi da persona regolare in Italia, ma poi capita che per qualcosa che non dipende dalla tua volontà: un incidente o una malattia, una disabilità o la perdita di lavoro, ti trovi nella condizione di non poter rinnovare il permesso o addirittura di vedertelo revocare. E tutta la tua storia di sacrifici, vita famigliare, pagamenti regolari delle tasse non esiste più. E la minaccia del rimpatrio diventa reale.
Paradossi creati da leggi che non la vogliono la regolarità delle persone, la ostacolano in ogni modo, sistematizzano il suo contrario, rendono funzionale l’irregolarità a qualcosa che tutto è tranne che il diritto alla vita. Il report divide il suo racconto in tre macro emblematici capitoli; il boicottaggio, il mondo sommerso e il limbo in cui spesso le persone migranti si trovano a vivere.
Capitoli che dal 12 giugno, data di ingresso del Patto migrazione e asilo, vedranno i boicottaggi così come i mondi sommersi e i limbi implementarsi a dismisura. Alle associazioni come Legal Aid l’arduo compito di continuare a essere sentinelle dei diritti, avvocature di vite, fino a quando la politica, italiana ed europea, non comprenderà i suoi paradossi che impediscono alle persone di vivere.
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