ntervista alla curatrice e all’artista del Padiglione Pakistan alla Biennale 2026


Si intitola Punj•AB: A Sublime Terrain il progetto del Padiglione Pakistan alla Biennale di Venezia 2026, con opere di Faiza Butt e la curatela di Beatriz Cifuentes Feliciano; allestito presso l’ex Farmacia Solveni, a Dorsoduro, prende come punto di partenza la regione del Punjab, un territorio generativo, in cui l’abbondanza materiale ha alimentato cicli di invasioni e incontri, producendo una continua contaminazione culturale e crescita. Artista e curatrice raccontano ad Artribune come hanno ideato e costruito il progetto.

Intervista a Beatriz Cifuentes Feliciano, curatrice del Padiglione Pakistan a Venezia

Come hai concepito il progetto per il Padiglione?
Beatriz Cifuentes Feliciano Approcciarsi a un padiglione nazionale ha significato riflettere su come rappresentare il Pakistan senza ridurlo a una narrazione univoca. Il progetto nasce dal dialogo con Faiza Butt attorno al Punjab, inteso sia come geografia personale sia come proposta curatoriale. Nata e cresciuta a Lahore, nel 1973, Faiza attinge a una regione che racchiude storie di civiltà, divisioni, artigianato, migrazione e scambi culturali. La sfida curatoriale è stata ampliare il suo linguaggio pittorico verso una dimensione spaziale, tattile e collettiva. Arazzi, dipinti, medaglioni scultorei e immagini in movimento non illustrano semplicemente il Punjab, ma ne evocano le storie attraverso la materia, il suono e il gesto. Fondamentale è stata la collaborazione con artigiani e tessitrici locali, che ha permesso di trasformare pratiche tradizionali in un linguaggio contemporaneo.

Perché è stata scelta l’ex Farmacia Solveni come sede del Padiglione?
B.C.F.: Poiché il Pakistan non dispone di un padiglione permanente ai Giardini o all’Arsenale, abbiamo riflettuto su ciò che Venezia stessa potesse offrire al progetto. Volevamo che il Padiglione fosse integrato nel tessuto della città, e Dorsoduro offriva questa possibilità grazie alla presenza di istituzioni culturali, padiglioni nazionali e progetti collaterali. L’ex farmacia si è distinta subito per il suo carattere storico, intimo e fortemente architettonico. I suoi spazi accolgono i diversi linguaggi della mostra – tessuti monumentali, pittura, scultura e immagini in movimento – valorizzandone le qualità materiche e le differenti dimensioni. L’interno decorativo e stratificato dell’edificio entra inoltre in dialogo con il linguaggio pittorico di Faiza Butt, trasformando lo spazio espositivo in un elemento attivo della mostra.

Che significato ha per il Pakistan questa seconda presenza a Venezia, questa volta focalizzata sul Punjab?
B.C.F.: Tornare a Venezia rappresenta un traguardo importante per il Pakistan. Per i Paesi privi di un padiglione permanente, ogni partecipazione richiede uno sforzo collettivo e una forte determinazione, rendendo questa piattaforma ancora più significativa. Il progetto guarda non solo alla visibilità internazionale del Padiglione, ma anche al suo impatto sull’ecosistema artistico pakistano. Avendo trascorso del tempo in Pakistan e lavorando con artisti provenienti dal paese e dalla sua diaspora, ho incontrato talenti straordinari e credo profondamente che meritino di essere presenti con continuità su piattaforme di questa portata. Venezia permette inoltre di inserire il Pakistan in un dibattito transnazionale più ampio, soprattutto nel contesto del Sud globale. Il Punjab diventa centrale perché racchiude memorie della Partition (la divisione dall’India del 1947, NdR), economie agricole e tessili e le attuali vulnerabilità ambientali. È una regione in cui storia, artigianato e saperi ereditati continuano a vivere e trasformarsi.

Il punto di vista di Faiza Butt l’artista protagonista del Padiglione Pakistan alla Biennale 2026

Come hai “tradotto” in arte il progetto curatoriale per il Padiglione?
Faiza Butt Il progetto presenta una ricognizione trans-storica della regione pakistana del Punjab. Ogni opera racconta un capitolo della sua storia e si collega anche al più ampio dibattito su potere, governance e controllo. In connessione col tema In Minor Keys attraverso l’uso di pratiche “non monumentali” radicate nella storia del Punjab, abbiamo creato opere monumentali in collaborazione con artigiani depositari di tecniche di tessitura tramandate di generazione in generazione. Il corpus di opere utilizza diverse pratiche tessili, poiché proprio l’abbondanza di cotone prodotta dalle fertili terre del Punjab ha rappresentato al tempo stesso la sua ricchezza e la sua sventura. Invasioni e spargimenti di sangue attraversano la storia della regione, ma queste stesse dinamiche hanno anche favorito la nascita di complessi sistemi di governo, di centri di apprendimento spirituale e il fiorire dell’espressione creativa. La tradizione tessile è la chiave della narrazione della storia del Punjab sin dai tempi dalla civiltà della Valle dell’Indo. Ho collaborato con organizzazioni benefiche, realtà studentesche, accademici e professionisti nel campo delle pratiche sostenibili per produrre queste ambiziose opere d’arte. Abbiamo coinvolto artigiani e tessitrici nella collaborazione, offrendo opportunità di lavoro e apprendimento. Infine, questo progetto è un enorme passo avanti nella mia crescita artistica, non avevo mai lavorato con un metodo così collaborativo, né avevo mai affrontato dimensioni installative come quelle che vedremo.

Quanto sono presenti le radici pakistane nella tua pratica artistica?
F.B.: Direi che sono centrali, perché a Lahore ho costruito l’immaginario alla base della mia pratica artistica. Le mie composizioni riflettono il caos e la cultura pop urbana delle città del Punjab. L’intero corpus di opere è stato realizzato in Pakistan, utilizzando risorse locali e coinvolgendo artigiani e artigiane del territorio, affinché le opere rimanessero radicate nella regione. Il Pakistan può essere definito un “nuovo mondo”: a soli 75 anni dalla sua nascita, porta ancora i segni del suo travagliato processo di formazione. Durante la Partizione del 1947, il Punjab fu teatro della più grande migrazione umana mai registrata in un arco di tempo così breve, accompagnata da violenze e massacri profondi. Queste esperienze hanno attraversato le generazioni e sono diventate parte integrante della mia ricerca artistica. Come artista donna del Pakistan, il mio lavoro celebra chiaramente i saperi meno conosciuti di quel territorio e porta visibilità a temi e idee spesso trascurati nella storia globale dominante.

Come immagini il Pakistan e la sua scena artistica nei prossimi 10 anni?
F.B.: Si dice che l’asse economico globale si stia spostando verso l’Asia meridionale e, pur non essendo ancora tra i principali protagonisti di questa crescita, il Pakistan potrebbe beneficiarne. Con oltre 225 milioni di abitanti e una popolazione molto giovane, il Paese rappresenta una promessa per il futuro. La formazione artistica è uno dei suoi punti di forza, sostenuta da numerose scuole d’arte e da un forte interesse per la cultura. Le sfide collettive e i traumi intergenerazionali hanno alimentato pratiche artistiche complesse e originali. Piattaforme come la Biennale di Venezia possono offrire ai giovani artisti pakistani maggiore visibilità internazionale. Gli artisti del Paese dispongono di grande inventiva e di un ricco patrimonio storico e culturale, elementi che potrebbero rendere il Pakistan uno dei protagonisti del dibattito artistico dell’Asia meridionale nei prossimi anni.

Niccolò Lucarelli

Venezia // fino al 22 novembre 2026
Punj•AB: A Sublime Terrain – 61° Biennale Arte di Venezia
193 GALLERY VENICE (Ex Farmacia Solveni), sestiere Dorsoduro 993-994
Scopri di più

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Niccolò Lucarelli

Source link