Con l’Affordable Housing Act l’Unione Europea conferma due cose che ormai sappiamo da tempo.
La prima, che il problema abitativo esiste ed è grave e incidente, come afferma la stessa Commissione Europea che ammette che il “40 % degli europei considera gli alloggi a prezzi accessibili un problema immediato e urgente nel luogo in cui vive, salendo al 51 % nelle città”.
L’altra, che Bruxelles sceglie di non scardinare quel sistema di potere per cui le grandi piattaforme digitali, i multi gestori e i fondi di investimento immobiliari dettano le regole del mercato, nella sostanziale compiacenza e immobilità delle amministrazioni locali e governi nazionali.
Insomma, ancora una volta assistiamo a grandi principi affermati nelle premesse degli atti, come già abbiamo visto con il piano casa europeo, e, specularmente, con quello italiano, che però non sono accompagnate da imposizioni che spostino davvero l’ago della bilancia.
L’Europa ammette che le case a disposizione del bisogno abitativo sono poche e comunque costano troppo ma non impone agli stati di intervenire per ridurre la libertà di estrarre profitto dagli immobili. Noi, al contrario, siamo convinti che la casa debba essere funzionale a garantire il diritto fondamentale ad un alloggio adeguato e non possa essere trattata come una pura merce o peggio come un asset finanziario.
I Comuni, insomma, si troveranno a poter procedere con delle limitazioni nella proliferazione delle locazioni turistiche se dimostrino – non si chiarisce come – di essere un territorio in “stress abitativo”. Eppure a Pisa i dati per dimostrare lo “stress abitativo” ci sono già, e sono impietosi. L’ultimo report di Idealista pubblicato lo scorso agosto certifica che in città i canoni hanno toccato il massimo storico di 13,30 euro al metro quadro: per un normale trilocale da 75 mq servono ormai 1.000 euro al mese di solo affitto. La direzione è ben più blanda di quella tracciata dalla legge regionale toscana, per esempio, e ignora completamente il ruolo giocato in tutta Europa dalla speculazione finanziaria e dai fondi di investimento che passo dopo passo divorano le nostre città comprando i beni pubblici in svendita. Tutto questo mentre manca un piano efficace di intervento e investimento sull’edilizia residenziale pubblica, strada indispensabile da percorrere per incidere sulla povertà abitativa. Quello che però anche l’Europa è costretta ad ammettere è che il fenomeno della turistificazione e della depredazione delle città non può più essere nascosto sotto il tappeto.
A Pisa la radiografia di questa depredazione è tracciata chiaramente: A dicembre avevamo acquisito il dato ufficiale di ben 1.500 alloggi turistici; oggi, attraverso AirDna possiamo confermare che risultano stabilmente attivi ben 1.300 (+4% su base annua). Di questi, togliendo quelli che statisticamente hanno un unico proprietario, esiste una quota del 18,5% (circa 240 alloggi) in mano alla grande rendita commerciale. Con un ricavo medio annuo a Pisa di 19.792 euro per annuncio, questo manipolo di multi-proprietari muove un volume d’affari lordo di oltre 4,7 milioni di euro all’anno. Che – tolte le spese e la cedolare secca – corrisponde a un profitto netto pulito di circa 3 milioni di euro all’anno. Un fiume di denaro sottratto alle tasche dei residenti che genera zero ricadute sociali sul territorio. Paradossalmente, il profitto pulito intascato da questi privati è dello stesso ordine di grandezza della spesa pubblica che il Comune di Pisa è costretto a sborsare: ben 3,3 milioni di euro di soldi pubblici buttati in “albergazione” per dare un tetto temporaneo alle oltre 950 famiglie e coppie sfrattate ed escluse dal mercato residenziale. Una partita di giro drammatica, dove la collettività paga i danni sociali creati dalla speculazione di pochi. Ma l’Europa ci chiede di misurare lo “stress abitativo”.
Noi lo denunciamo da tempo, ma, nel nostro Comune, ancora oggi non abbiamo alcuna risposta. Basti pensare che da gennaio 2025 stiamo aspettando che l’Assessore Pesciatini trovi due ore di tempo per venire a spiegare nella commissione competente se Pisa intende procedere con un regolamento degli affitti brevi e secondo quali direttive: questo ritardo non può più essere giustificato come un problema di impegni ma è chiaramente una scelta politica di chi prende tempo per non scontentare le lobby della grande rendita, voltando le spalle ai cittadini in difficoltà.
Un’altra direzione cruciale, seppur parziale, dell’atto europeo riguarda la spinta a sanzionare chi congela il patrimonio immobiliare lasciando le case vuote, fuori dal mercato che viene quindi alterato artificialmente affinchè i prezzi lievitino. Già a luglio 2026, come Diritti in Comune, avevamo presentato una proposta concreta attraverso un Ordine del Giorno che chiedeva un piano straordinario di controlli sulle false dichiarazioni di inagibilità degli alloggi sfitti, per recuperare l’evasione IMU dei grandi patrimoni e destinarla interamente all’emergenza abitativa. La maggioranza ha preferito bocciare quell’atto, preferendo regalare agevolazioni ingiustificate a chi tiene le case vuote piuttosto che dare alloggi a chi ne ha bisogno.
Di proposte noi ne abbiamo fatte diverse in questi anni: si tenga conto dei numeri dell’emergenza abitativa, dei redditi dei proprietari, delle zone interessate e si pongano dei limiti volti a riportare le case sul mercato abitativo, aumentando l’offerta a disposizione e contribuendo a intervenire su un mercato con prezzi ormai insostenibili. La prospettiva europea ulteriormente richiama il Comune ad un’attivazione e, per quanto la norma sovranazionale sia del tutto insufficiente per ristabilire un minimo di giustizia sociale e abitativa, mette al centro un elemento certo: spettano ai comuni compiti importanti. Noi quindi insistiamo per avviare questa discussione, chi sembra averne paura è in tutta evidenza la Destra che governa Pisa.
Diritti in Comune: Una città in comune – Rifondazione Comunista Pisa
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