Trasformare una scoperta scientifica in una terapia, un dispositivo o una tecnologia utilizzabile nella pratica clinica è un percorso lungo, costoso e tutt’altro che lineare. Molte ricerche promettenti riescono a produrre pubblicazioni di grande valore, ma si fermano prima della sperimentazione e dell’incontro con le imprese: è quella che nel mondo dell’innovazione viene definita death valley, la distanza che separa i risultati ottenuti nei laboratori dalla loro applicazione concreta.
Proprio su questo passaggio vuole intervenire l’iniziativa di open innovation “IRCCS – Ricerca & Trasferisci. Innovare oggi, curare meglio domani”, il nuovo bando di Regione Lombardia che mette a disposizione degli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico, pubblici e privati, presenti sul territorio, 32 milioni di euro.
Il bando sosterrà progetti di ricerca industriale e sviluppo sperimentale, favorendo il trasferimento delle innovazioni verso il sistema produttivo e il coinvolgimento delle imprese, con particolare attenzione alle piccole e medie aziende. I contributi a fondo perduto potranno coprire fino all’80% delle spese ammissibili, per un massimo di 3 milioni di euro per ciascun progetto.
«Abbiamo ricerche di altissimo profilo che faticano ad agganciare il mercato. Vogliamo aiutarle a diventare soluzioni concrete per i cittadini», dichiara a INNLIFES l’assessore regionale a Università, Ricerca e Innovazione Alessandro Fermi.
Una misura sperimentale costruita con gli IRCCS
Il bando è stato costruito per rafforzare il ruolo degli IRCCS come motori dell’innovazione. «È una misura totalmente sperimentale: è la prima volta che viene realizzata da Regione Lombardia e ha essa stessa un carattere innovativo», spiega Fermi.
L’iniziativa nasce dal confronto con gli IRCCS lombardi e dalla particolare concentrazione, sul territorio, di istituti e competenze legati alle scienze della vita. Un patrimonio scientifico che, tuttavia, non sempre riesce a compiere l’intero percorso necessario per arrivare ai pazienti. «Abbiamo una lunga serie di progetti, pubblicazioni e studi che faticano ad agganciare il mercato», osserva Fermi. «La sperimentazione è costosa e crea una separazione tra ciò che viene pensato e studiato e la possibilità di provarlo e, se funziona, di immetterlo sul mercato».
La criticità emersa dal confronto con gli istituti non riguarda quindi la capacità di produrre ricerca di qualità, ma la disponibilità di risorse, strumenti e connessioni sufficienti per validarne i risultati. Durante il tavolo di consultazione propedeutico alla misura, racconta infatti l’assessore, è emersa soprattutto la consapevolezza di disporre di capitale umano, studi e competenze di altissimo profilo, accompagnata però dal «rammarico di non riuscire a trovare il modo per sfruttare queste risorse al meglio» creando valore e impatto.
Una difficoltà che rischia non soltanto di rallentare l’innovazione, ma anche di spostarne altrove i benefici: le idee possono essere sviluppate e portate sul mercato da soggetti che dispongono di maggiori risorse per affrontare le fasi successive alla ricerca. «Siamo oggettivamente molto bravi e abbiamo straordinarie capacità nell’ambito dell’intuizione e della ricerca. Dobbiamo evitare che questi studi rimangano non sperimentati e non producano valore perché non riescono ad agganciare il mercato».
Non finanziare l’idea, ma la sua sperimentazione
Uno degli elementi distintivi del bando è la fase sulla quale si concentrano le risorse. La misura non è pensata per sostenere ricerche ancora in una fase iniziale, ma per accompagnare risultati già maturi verso la sperimentazione, la validazione e il trasferimento tecnologico.
«Non si tratta di finanziare la ricerca, ma la sperimentazione dei risultati già ottenuti», precisa l’assessore. «Molte di queste ricerche sono già pronte e queste risorse consentiranno di sperimentarle. Una volta ottenuto un esito positivo, potranno essere trasformate in mercato e in economia».
Per questo motivo, secondo Fermi, i primi risultati della misura potrebbero emergere in tempi relativamente contenuti rispetto a quelli normalmente richiesti dai programmi di ricerca. «Entro un anno, secondo me, avremo già la possibilità di vedere i primi risultati. In questo caso stiamo dando un sostegno alla sperimentazione di ricerche che magari sono nel cassetto da qualche tempo».
Gli ambiti potranno essere molto diversi. Ogni IRCCS possiede specializzazioni proprie e le possibili applicazioni spaziano dall’oncologia alle malattie rare, dalla disabilità ad altri settori della ricerca clinica e biomedica. Non è stata stabilita infatti un’area terapeutica prioritaria: saranno gli istituti a individuare i risultati più maturi e con maggiori possibilità di essere trasferiti.
Il rapporto con le imprese
La seconda direttrice del bando riguarda il collegamento con il sistema produttivo. Per trasformare una ricerca in una soluzione adottabile occorre affrontare processi di sviluppo, industrializzazione, regolamentazione e ingresso sul mercato che richiedono competenze e investimenti specifici. Non è sufficiente, cioè, dimostrarne il valore scientifico.
«La difficoltà maggiore degli IRCCS è stata, fino a oggi, proprio quella di far arrivare alle imprese le ricerche e gli studi effettuati», afferma Fermi ribadendo l’obiettivo di voler rafforzare il ruolo degli istituti come motori dell’innovazione e fare in modo che i risultati delle loro attività possano essere applicati nei processi di crescita e consolidamento delle imprese lombarde, generando benefici sia per la competitività economica sia per la collettività.
Gli IRCCS del territorio dispongono già di rapporti con aziende attive nei rispettivi settori di competenza. Il bando può però rendere queste collaborazioni più solide, riducendo il rischio associato alle prime fasi di sperimentazione e rendendo i progetti più interessanti anche per gli investitori privati.
«Il coinvolgimento del mercato è il secondo passaggio», spiega l’assessore. «Riuscire a sperimentare alcune ricerche, anche attraverso le aziende con cui gli istituti sono collegati, è fondamentale. Se la sperimentazione è positiva, l’impresa può decidere che vale la pena investire e dare un proprio sostegno».
Anche il Cluster lombardo scienze della vita, realtà chiave nell’ecosistema dell’innovazione regionale, potrà contribuire con un ruolo di indirizzo e coordinamento delle attività, pur essendo sostenuto attraverso una misura distinta.
Un investimento strutturale
La Lombardia considera le scienze della vita uno dei pilastri della propria economia: secondo i dati richiamati dall’assessore, il comparto genera più del 12% del PIL regionale, raggiunge un valore della produzione vicino agli 85 miliardi di euro – oltre il 30% del totale nazionale – e impiega più di 340.000 persone.
Il risultato atteso dal bando, tuttavia, non si limita al numero di progetti finanziati, brevetti depositati o tecnologie sviluppate. L’obiettivo di più lungo periodo è costruire una relazione stabile tra ricerca clinica, imprese e investitori, aumentando l’attrattività e l’internazionalizzazione del sistema sociosanitario lombardo.
«Al di là dei numeri, la misura avrà avuto successo se si sarà creato un legame tra gli istituti di ricerca e il mondo delle imprese capace di andare oltre questo intervento regionale», afferma Fermi.
Proprio perché sperimentale, il bando servirà anche a verificare se questo modello possa essere replicato e trasformato in uno strumento continuativo. La prospettiva indicata dall’assessore è quella di creare progressivamente un circuito virtuoso: le innovazioni sostenute dalla Regione raggiungono il mercato, generano ritorni economici e contribuiscono ad alimentare nuovi investimenti nella ricerca e nel trasferimento tecnologico.
«Se questa misura funzionerà, come ci auguriamo, l’idea è rendere questa misura strutturale e metterla in campo con continuità», conclude Fermi. «Nel tempo potrebbe nascere un meccanismo capace almeno in parte di autofinanziarsi. Per il momento, però, dobbiamo investire: questi 32 milioni servono a capire se, sostenendo la sperimentazione, riusciremo davvero a trasformare i risultati della ricerca biomedica in soluzioni concrete».
Il banco di prova sarà dunque la capacità di mantenere unite le diverse componenti del percorso: eccellenza scientifica, sperimentazione, competenze industriali e capitali. Perché tra la pubblicazione scientifica e l’applicazione clinica spesso non è la qualità delle idee a mancare, quanto la presenza di adeguati meccanismi di trasferimento in grado di favorirne la valorizzazione e l’effettiva traduzione in soluzioni per la salute.
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Nicole Ticchi
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