Sembra esserci sempre un buon motivo per spiegare ai genitori che non capiscono nulla. Un giorno non capiscono il clima, un giorno non capiscono i diritti, un giorno non capiscono la modernità. Ora, naturalmente, non capiscono neppure l’affettività dei propri figli. A salire in cattedra, questa volta, è il solito firmamento dello spettacolo: attori, cantanti, registi, interpreti, volti noti del cinema e della musica. Tutti uniti contro il ddl Valditara, cioè contro una norma che chiede una cosa semplicissima: prima di far partecipare gli studenti ad attività di educazione sessuo-affettiva, la scuola deve informare i genitori e ottenere un consenso scritto. Scandalo. Orrore. Medioevo.
Come riportato da Repubblica, Pierfrancesco Favino e Fabrizio Gifuni, Fiorella Mannoia e Francesca Michielin, Claudia Pandolfi e Jasmine Trinca, le sorelle Comencini, Brunori Sas e molti altri artisti del Laboratorio artistico della Fondazione Una Nessuna Centomila hanno deciso di scrivere una lettera aperta alla società civile. Obiettivo: denunciare quello che considerano “l’ennesimo passo indietro del nostro Paese su uno strumento fondamentale per la prevenzione della violenza di genere”. Eccola, la parola magica: prevenzione. Quando si dice prevenzione, in Italia, si può fare tutto. Si può entrare nella scuola, nella famiglia, nella testa dei bambini. Si può trasformare un tema delicatissimo — affetti, sessualità, identità, relazioni — in un terreno di rieducazione culturale. Basta dire che lo si fa per il bene dei ragazzi, e chiunque osi chiedere garanzie diventa immediatamente un retrogrado.
Gli artisti ricordano che l’Italia è tra i pochi Paesi europei a non avere una legge sull’educazione sessuo-affettiva nelle classi. Citano Oms, Unesco, Convenzione di Istanbul. E scrivono: “La Comprehensive Sexuality Education è un diritto, non una questione ideologica. Perché “mira a fornire a bambine, bambini e giovani conoscenze, abilità, atteggiamenti e valori che consentano loro di realizzare la propria salute, il proprio benessere e la propria dignità; sviluppare relazioni sociali e sessuali rispettose; comprendere come le proprie scelte influenzino il proprio benessere e quello degli altri; conoscere e proteggere i propri diritti per tutta la vita”.
Bellissimo. Sembra una brochure dell’Onu scritta con il correttore automatico del progressismo. Ma il punto, come sempre, non è il titolo del progetto. Nessuno è contrario al rispetto. Nessuno vuole la violenza. Nessuno sogna adolescenti ignoranti lasciati in balia del web. Il punto è un altro: chi decide che cosa si insegna? Chi sceglie gli esperti? Chi controlla i materiali? Chi garantisce che dietro l’educazione al rispetto non passi l’ennesimo pacchetto ideologico sulla famiglia, sul maschile, sul femminile, sull’identità? Perché questa è la truffa semantica del nostro tempo: chiamare “educazione” ciò che spesso diventa indottrinamento. Chiamare “diritto” ciò che rischia di diventare imposizione. Chiamare “ascolto” ciò che finisce per mettere all’angolo il primo soggetto educativo: la famiglia.
Gli artisti spiegano che “significa offrire alle ragazze e ai ragazzi, fin dall’infanzia e in modo adeguato all’età, strumenti per comprendere sé stessi, rispettare gli altri e prevenire la violenza”. Fin dall’infanzia. In modo adeguato all’età. Anche qui: formule rassicuranti. Ma chi stabilisce che cosa sia adeguato? Una circolare ministeriale? Un’associazione? Un progetto scolastico scritto da qualche consulente? Un esperto invitato in classe? La questione è tutta qui. Se è tutto così limpido, perché il consenso dei genitori fa tanta paura? Se i contenuti sono neutri, scientifici, equilibrati, perché scandalizzarsi davanti alla richiesta di informarli prima? Se davvero parliamo solo di rispetto e prevenzione, che problema c’è a mettere nero su bianco programmi, materiali e finalità? Il sospetto è semplice: il problema non è che i genitori non capiscano. Il problema è che potrebbero capire benissimo.
La lettera prosegue: i ragazzi “hanno bisogno di confrontarsi con figure competenti, capaci di ascoltare ciò che spesso non riescono a condividere con i genitori. Per ragioni che conosciamo bene: imbarazzo, vergogna, paura. Senza un’educazione strutturata all’affettività e alla sessualità, il rischio è che le risposte vengano cercate esclusivamente sul web”. Argomento astuto. Siccome alcuni ragazzi non parlano con mamma e papà, allora lo Stato deve sostituirsi a mamma e papà. Siccome internet è pieno di pornografia e diseducazione, allora la scuola deve prendersi il diritto di entrare in un campo che riguarda la sfera più intima della persona. Ma la soluzione al caos del web non è espropriare la famiglia. È rafforzarla. Non è consegnare i figli a percorsi preconfezionati. È aiutare i genitori a fare i genitori.
Poi arriva l’accusa al ddl: “Questo provvedimento rappresenta un arretramento culturale. Mette in discussione anni di lavoro svolto da scuole, università, centri anti-violenza e associazioni per promuovere prevenzione, consapevolezza e rispetto. Ostacolare il cambiamento culturale significa fare un passo indietro. Significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti e privare le nuove generazioni di strumenti fondamentali per comprendere sé stesse, gli altri e il mondo in cui vivono”. Tradotto: il consenso dei genitori ostacola il cambiamento culturale. Appunto. Ed è precisamente per questo che il consenso serve. Perché se l’obiettivo fosse soltanto informare, nessuno avrebbe paura della firma di un padre o di una madre. Se invece l’obiettivo è “trasformare” la cultura, allora è normale che qualcuno chieda: trasformarla in che direzione? Secondo quale visione dell’uomo, della donna, della famiglia, del corpo, delle relazioni?
La scuola dovrebbe insegnare ai ragazzi a leggere, scrivere, ragionare, conoscere la storia, padroneggiare la lingua, capire un testo, distinguere un fatto da un’opinione. Dovrebbe formare teste libere, non fedeli di una nuova religione civile. Invece sembra che l’urgenza nazionale sia sempre la stessa: infilare nei programmi scolastici l’ennesimo corso di sensibilizzazione, l’ennesimo laboratorio, l’ennesima educazione a qualcosa. Educazione all’affettività, alla parità, al genere, alla complessità. E intanto i ragazzi faticano a comprendere un brano di dieci righe. Gli artisti temono che “basterà il diniego di un genitore per impedire l’avvio di un progetto. Per le scuole sarà difficile organizzare attività alternative e il clima di allarmismo rischia di generare ulteriore confusione. Il rischio concreto è che molte scuole, per timore di conflitti o contestazioni, rinuncino del tutto ad affrontare questi temi. Non saranno messi in discussione soltanto i percorsi di educazione sessuo-affettiva, ma anche le iniziative culturali dedicate al contrasto degli stereotipi di genere, alla prevenzione della discriminazione e alla costruzione di relazioni rispettose. Il risultato sarà un progressivo impoverimento del dibattito educativo e culturale. Si rischia di legittimare un’unica idea possibile di famiglia, di relazioni, di maschile e di femminile, limitando la possibilità di confrontarsi con la complessità del reale”.
Questa è la frase chiave. Non si parla più soltanto di educazione sessuale. Si parla di stereotipi di genere, discriminazione, maschile, femminile, famiglia, relazioni. Cioè l’intero arsenale lessicale con cui da anni si prova a far passare nella scuola un’antropologia precisa, una visione precisa, una morale precisa. Naturalmente presentata come neutra, scientifica, moderna. Ma neutra non è. Perché quando si dice che il consenso dei genitori rischia di “legittimare un’unica idea possibile di famiglia”, in realtà si sta accusando la famiglia di voler esistere ancora come luogo educativo autonomo. Quando si parla di “complessità del reale”, spesso si intende che ai bambini bisogna spiegare molto presto che tutto è fluido, tutto è costruito, tutto è negoziabile. Anche ciò che per secoli è stato affidato alla maturazione, alla prudenza, alla responsabilità dei genitori.
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E guai a dissentire. Chi dissente è oscurantista. Chi chiede il consenso informato è contro le donne. Chi vuole vedere i materiali prima è contro il rispetto. Chi pensa che certi temi debbano essere trattati con estrema cautela è nemico del futuro. No. È semplicemente un genitore. E un genitore ha il diritto di sapere. Ha il diritto di scegliere. Ha il diritto di dire sì e anche di dire no. La scuola non è una zona franca dove la famiglia viene sospesa all’ingresso. I figli non appartengono allo Stato, non appartengono alle associazioni, non appartengono agli esperti, non appartengono agli artisti che firmano appelli indignati. Appartengono prima di tutto alla loro storia, alla loro famiglia, alla libertà educativa di chi li cresce.
Gli artisti concludono dicendo di non volere “che la paura vinca sul futuro delle nostre figlie e dei nostri figli. Educare all’affettività e al rispetto è un atto di civiltà. Un diritto”. E promettono: “continueremo a dare voce a chi non ne ha, a costruire spazi di ascolto e a volere una società in cui nessuna ragazza e nessun ragazzo si senta solo. Non faremo un solo passo indietro”. Perfetto. Neanche noi. Non faremo un passo indietro davanti all’idea che basti una buona causa per togliere voce ai genitori. Non faremo un passo indietro davanti alla pretesa di trasformare la scuola in un laboratorio permanente di pedagogia progressista. Non faremo un passo indietro davanti a chi pensa che l’affettività dei bambini sia materia da affidare a un progetto, a un modulo, a un esperto, a una fondazione. La scuola insegni. La famiglia educhi. E quando la scuola vuole entrare in temi che toccano il cuore della persona, chieda permesso. Non è censura. È civiltà.
Massimo Balsamo, 7 giugno 2026
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