Proposta di documento politico – XVIII congresso Unione Inquilini, Chianciano Terme (SI), 25-26-27 settembre 2026
👉🏻 Documenti allegati – L’internazionalismo dell’Unione Inquilini: Contributo al documento congressuale 2026; Capire per far fronte a Guerre ed Intelligenza Artificiale, motori del rilancio dell’estrazione della rendita; Campagna Sfratti Zero: difesa dei diritti umani, degli attivisti, del multilateralismo ONU; Il fronte Europeo: politiche per la casa e la pace, non per le guerre; Per un Internazionalismo di Lotta: Dal Quartiere all’Europa e al Mondo; Impegni programmatici; Relazione Segreteria nazionale; Contributo: per l’applicazione della Legge 124 del 2013.
La guerra “regola del mondo”
Il Congresso si svolge in una fase storica attraversata da crisi profonde e intrecciate, segnate dal ritorno della guerra come strumento ordinario di regolazione dei rapporti internazionali, dell’economia e delle società. Mentre, secondo la dottrina classica, “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”, oggi non è più così: la guerra sostituisce la politica e la logica della forza, nella sua specifica declinazione di potenza militare e capacità distruttiva, è posta come regola del mondo senza più mediazioni o ipocrisie per mantenere un dominio imperiale da parte del governo USA.
Nessuno schermo e nessuna mediazione: il diritto internazionale e gli organismi sovranazionali diventano inutili orpelli di un mondo che non servono più. Addirittura i vecchi sistemi di alleanze internazionali vanno in frantumi. L’impero unipolare si impone con la ferocia della forza: non gli interessa più piacere o convincere; basta vincere e chi non si allinea viene eliminato o rischia di esserlo in qualsiasi momento.
La politica di sterminio di Israele nei confronti del popolo palestinese è la cartina di tornasole di questa nuova stagione del terrore.
I conflitti armati in corso stanno ridefinendo gli equilibri geopolitici globali e producono effetti diretti e concreti sulle condizioni materiali di vita di milioni di persone. Le guerre non sono eventi lontani, ma incidono quotidianamente sulle nostre società attraverso l’aumento dei costi dell’energia, dell’inflazione e delle materie prime, oltre che attraverso una crescente instabilità economica e sociale.
L’economia di guerra è diventata l’orizzonte politico dominante a livello nazionale ed europeo. I governi e le istituzioni dell’Unione Europea stanno orientando le proprie scelte verso un massiccio incremento della spesa militare, mentre vengono progressivamente ridotte o svuotate le politiche di welfare, di protezione sociale e di intervento pubblico sull’abitare.
Questa torsione bellicista sottrae risorse fondamentali ai diritti sociali e alimenta un clima politico fondato sull’emergenza permanente, sulla paura e sulla compressione delle libertà democratiche. Per molti aspetti la guerra si trasforma in guerra civile dentro la società, con una deriva orwelliana, con l’obiettivo di trasformare il dissenso in “nemico interno”, quindi non solo da osteggiare o reprimere ma da eliminare.
La democrazia, come forma della partecipazione e dei conflitti sociali, come strumento attraverso cui i cittadini incidono nelle scelte politiche, viene progressivamente svuotata o trasformata in un sistema plebiscitario in cui il potere diventa sovrano e le forme della partecipazione, i corpi intermedi e i movimenti vengono cancellati o sostituiti da corporazioni plaudenti.
In questo quadro si colloca l’azione del Governo di destra in Italia, che interpreta e rafforza questa deriva attraverso politiche autoritarie, repressione del conflitto sociale e criminalizzazione delle lotte. Il DDL Sicurezza e le norme che colpiscono movimenti, occupazioni e pratiche di solidarietà si inseriscono in un contesto più ampio in cui la guerra esterna viene utilizzata per giustificare l’ordine interno, restringendo gli spazi di democrazia e di partecipazione.
Le guerre producono inoltre nuovi flussi migratori forzati, che vengono strumentalizzati politicamente per alimentare razzismo, divisione sociale e competizione tra poveri. L’assenza di politiche abitative pubbliche adeguate rende questa situazione ancora più esplosiva, mentre il Governo risponde con misure securitarie anziché con interventi strutturali in grado di garantire diritti e dignità.
Il diritto all’abitare dentro l’economia di guerra
Il diritto all’abitare è uno dei primi terreni su cui si scaricano gli effetti dell’economia di guerra. L’aumento dei costi energetici, la crescita dell’inflazione e l’erosione del potere d’acquisto dei salari rendono sempre più difficile far fronte ai costi dell’abitare, dagli affitti ai mutui. Le famiglie popolari, le persone sole, i giovani, i pensionati e i lavoratori precari pagano il prezzo più alto di scelte politiche che privilegiano la spesa militare e il sostegno alle industrie belliche rispetto agli investimenti sociali.
La sofferenza abitativa come questione strutturale
La crisi abitativa ha assunto ormai un carattere strutturale. L’aumento del costo della vita, aggravato dalle dinamiche belliche globali, la stagnazione dei salari e la precarietà lavorativa rendono sempre più difficile sostenere i costi dell’abitare. Intere fasce di popolazione vengono progressivamente espulse dalle città o costrette a vivere in condizioni di insicurezza abitativa permanente.
Le politiche pubbliche hanno da tempo abbandonato il terreno dell’edilizia residenziale pubblica e della regolazione del mercato, lasciando campo libero alla rendita e alla speculazione. In questo contesto il diritto alla casa viene trasformato in una merce e l’abitare in un privilegio.
Il compito del sindacato non può limitarsi alla denuncia, ma deve tradursi in organizzazione, conflitto e costruzione di vertenze collettive capaci di rimettere al centro l’interesse generale.
Il Piano Casa del Governo Meloni: dismissione del pubblico e primato della rendita speculativa
Il cosiddetto Piano Casa del Governo Meloni si inserisce pienamente in questo quadro di economia di guerra e smantellamento dello Stato sociale. Dietro la retorica della valorizzazione del patrimonio pubblico si nasconde una scelta politica chiara: sottrarre patrimonio abitativo pubblico, spesso lasciato deliberatamente senza manutenzione, per consegnarlo alla rendita e alla speculazione privata.
Un patrimonio che avrebbe bisogno di investimenti pubblici per essere recuperato e rilanciato viene invece trasformato in merce e ceduto ai privati attraverso operazioni di dismissione e partenariati che rispondono esclusivamente a logiche di profitto.
Questa scelta rappresenta una redistribuzione al contrario, che trasferisce ricchezza collettiva verso pochi soggetti privati mentre milioni di persone vivono una condizione di sofferenza abitativa permanente. È una politica che non risponde ai bisogni reali, ma alle compatibilità di bilancio e agli interessi della rendita immobiliare.
Ancora più grave è il fatto che questo modello non sia prerogativa esclusiva del Governo di destra. Anche molte amministrazioni locali guidate dal centrosinistra hanno adottato le stesse politiche, accettando la dismissione del patrimonio pubblico e rinunciando a un ruolo pubblico forte sull’abitare. Questa continuità dimostra che il problema è strutturale e riguarda un modello di gestione dell’abitare che ha abbandonato l’idea del diritto universale.
Il mito del social housing e l’urgenza ignorata
In questo contesto il social housing viene proposto come soluzione moderna e sostenibile, ma nella realtà si rivela uno strumento insufficiente e fuorviante.
Nel cosiddetto Piano Casa del Governo Meloni l’intervento di social housing proposto, o meglio di “affordable housing”, si presenta come sostitutivo dell’ERP. L’idea del “social housing all’italiana”, infatti, consiste nel prendere parti del patrimonio ERP, a partire dalle decine di migliaia di alloggi oggi non assegnati perché bisognosi di manutenzione, consegnarli ai privati che li “risanano” e li rimettono nel circuito dell’affitto (e poi della vendita) a prezzi ben superiori a quelli dell’ERP e sostanzialmente incompatibili con la grandissima maggioranza delle famiglie presenti nelle graduatorie.
In Italia oltre 600 mila famiglie sono collocate nelle graduatorie ERP senza ricevere risposta. A queste si aggiungono oltre un milione di famiglie in affitto sotto la soglia di povertà assoluta, circa 100 mila famiglie sotto sfratto esecutivo e decine di migliaia a rischio pignoramento per insolvenza sui mutui.
In questo quadro è evidente che l’unico strumento strutturale per affrontare la crisi abitativa è l’aumento di alcune centinaia di migliaia di abitazioni pubbliche in affitto permanente a canone sociale, cioè rapportato al reddito, attraverso il recupero del patrimonio immobiliare pubblico inutilizzato.
Affidare al social housing il compito di risolvere la crisi abitativa significa invece accettare una riduzione strutturale del ruolo pubblico e normalizzare l’idea che il mercato possa sostituire l’intervento dello Stato.
Gentrificazione, militarizzazione del territorio e rigenerazione urbana privatizzata
L’esplosione degli affitti brevi, spesso senza limiti e senza controlli, ha acuito la spinta all’espulsione della residenza popolare e sta trasformando le città in spazi sempre più subordinati agli interessi della speculazione immobiliare.
I centri storici diventano vetrine e parchi divertimento sempre più deprivati dei propri caratteri popolari e culturali; le periferie vengono abbandonate; i quartieri popolari sono privati di servizi e socialità e spesso militarizzati con operazioni di sicurezza che criminalizzano la povertà.
Nel frattempo asset finanziari e fondi immobiliari si impadroniscono di porzioni sempre più ampie delle città grazie all’arretramento del ruolo pubblico. Alla vecchia urbanistica contrattata si aggiunge la cosiddetta rigenerazione urbana contrattata: un meccanismo in cui il pubblico concede agevolazioni e contributi mentre il privato realizza e gestisce direttamente gli interventi con una patina di retorica sociale.
Nascono così fondi apparentemente etici, dai nomi altisonanti di filosofi e matematici dell’antichità, utilizzati per realizzare interventi di studentati privati in cui la cosiddetta “parte sociale” consiste in stanze da 600 euro al mese.
È il meccanismo del finto social housing o “affordable housing”.
Coalizioni sociali, conflitto
In questi anni, l’Unione Inquilini ha dimostrato una rinnovata capacità di costruire coalizioni sociali ampie e conflittuali. La Rete No DDL Sicurezza, nata anche grazie alla denuncia e all’iniziativa del nostro sindacato (che per prima ha sollevato pubblicamente l’allarme sui progetti di legge della maggioranza e del governo) ha rappresentato un passaggio fondamentale nel contrasto alla criminalizzazione delle lotte per la casa e del dissenso sociale. La partecipazione attiva alla Rete dei Numeri Pari, a Stop Rearm Europe, al Social Forum per l’Abitare e al percorso de La Via Maestra, ha rafforzato una visione e una azione che legano il diritto all’abitare alla difesa della democrazia, alla pace e alla giustizia sociale.
Opporsi alla guerra e all’economia di guerra significa anche rivendicare un uso diverso delle risorse pubbliche, fondato sui diritti e non sulle armi. In questo senso il sindacato deve continuare a collocarsi dentro un fronte largo che unisce movimenti per la pace, sindacati (da quelli di base fino a quelli confederali schierati contro la guerra e le politiche del governo), associazioni, movimenti e realtà sociali
L’intraprendenza sviluppata a livello europeo, testimoniata dagli inviti ricevuti dai Verdi europei e dalla Sinistra Europea per contribuire ai lavori sul diritto all’abitare, rappresenta un riconoscimento importante del percorso politico costruito. Questo protagonismo consente di collocare le vertenze locali in un quadro più ampio e di denunciare le politiche di austerità, la finanziarizzazione dell’abitare e la deriva bellicista dell’Unione Europea.
Tuttavia, questo livello di interlocuzione può avere senso solo se resta saldamente ancorato al lavoro quotidiano nei territori. Senza una base organizzata e conflittuale, il riconoscimento politico rischia di non tradursi in forza reale.
La costruzione delle reti, a partire da quelle per il diritto all’abitare, è legata alla costruzione di vertenze reali sulle condizioni materiali di vita nei quartieri popolari, nei caseggiati delle case popolari, contro gli sfratti, gli sgomberi, le operazioni speculative, gli studentati privati.
Laddove riusciamo a far vivere questa costruzione dal basso, siamo in grado di sviluppare azioni reali, costruire relazioni non solo con altri sindacati e associazioni, ma con comitati locali, movimenti che si costruiscono sulle vertenze, realtà di base della Chiesa.
Il passaggio decisivo, per noi, deve essere connettere la sfera europea e nazionale alle lotte sociali territoriali, alle vertenze concrete sulle contraddizioni reali che il “nostro popolo” vive sulla propria pelle.
Detto in altri termini, costruzione di relazioni e reti se non si connette con la costruzione di un sindacato inquilini di massa, radicato nei quartieri popolari, nei caseggiati ERP, nelle vertenze territoriali, rischia di rendere sterile il nostro sforzo perché non gli fornisce la spinta propulsiva che solo dalle lotte e dal radicamento popolare può ricevere.
Un bilancio politico dell’ultimo Congresso
L’ultimo Congresso ha segnato una discontinuità significativa. L’elezione di una giovane donna alla guida del sindacato non è stata soltanto una scelta simbolica, ma una decisione politica che ha prodotto effetti concreti. In questi anni il sindacato ha ritrovato slancio, visibilità e capacità di iniziativa, divenendo ancora di più un soggetto riconoscibile nel dibattito pubblico, nei movimenti sociali e nelle reti di conflitto.
La direzione nazionale ha saputo rilanciare il tema del diritto all’abitare come questione centrale, costruendo alleanze, attraversando coalizioni e aprendo spazi di conflitto e di proposta. Questo rilancio ha rafforzato il profilo politico del sindacato e la sua capacità di incidere anche oltre i confini nazionali.
Accanto a questo bilancio positivo, emerge però una criticità che non può essere rimossa. L’organizzazione, in molte realtà territoriali, fatica a tenere il passo con l’iniziativa politica. Il ricambio generazionale procede lentamente, le sedi locali soffrono una carenza di nuove energie e spesso il lavoro sindacale si concentra sulla gestione dell’esistente più che sulla costruzione di nuove soggettività. Questa distanza tra forza politica e fragilità organizzativa rappresenta oggi il principale limite alla nostra capacità di incidere in modo duraturo.
Radicalità e radicamento: due facce della stessa medaglia
Vogliamo costruire una Unione Inquilini più radicale nei contenuti e negli obiettivi di lotta e più radicata nei territori. Se le due cose viaggiano separate, siamo sconfitti. Una radicalità senza radicamento rischierebbe la deriva del velleitarismo di una organizzazione parolaia che abbaia alla luna ma incapace a tradurre le sue piattaforme in lotte concrete. Ma il radicamento, cioè l’assunzione di una dimensione di massa, non è possibile senza la radicalità dei contenuti di lotta in quanto la condizione popolare e la situazione della guerra permanente (guerra come distruzione di massa, guerra economica contro i poveri, guerra culturale e civile dentro la società) richiede il rilancio di una radicalità di fondo del messaggio di trasformazione che si propone.
La crisi mette in discussione la funzione e il ruolo di tutto il sindacato
Appare evidente come la crisi del modello sociale e la precipitazione dentro il baratro della guerra immanente e permanente, metta in discussione il ruolo dei “corpi intermedi” nel senso che gli impone una dislocazione: dentro o fuori le compatibilità del “sistema di guerra”.
In questo senso, appare stantia e sempre più distante dalla realtà, l’idea, che spesso anche dentro di noi alligna, per cui i sindacati di base hanno la ragione ma non la forza mentre quelle confederali hanno la forza ma non la ragione.
Nella realtà, se i sindacati di base faticano a costruire una forza vera di impatto, quelli confederali la stanno perdendo rapidamente. La dislocazione dentro o fuori il sistema di guerra porta chi rimane dentro a trasformarsi in corporazione consociativa e subalterna e chi si pone fuori al rischio della marginalizzazione.
Il punto è come far crescere la necessità di un movimento sindacale di massa (non un sindacato unico) che si ponga in contrasto con il sistema della guerra (guerra come distruzione, guerra economica contro i lavoratori e i poveri, guerra culturale e civile e svolta autoritaria dentro la società).
La nostra rimane la scelta del sindacato di base conflittuale, con la Confederazione Unitaria di Base. Ci rendiamo conto, però, che questo posizionamento non basta e che occorra lavorare ancora di più per la costruzione di un soggetto plurale e unitario del sindacalismo di base e conflittuale e che questo sia ancora insufficiente in quanto oggi la dislocazione, come detto, è dentro o fuori il sistema di guerra globale. Dobbiamo essere interessati a costruire ponti, relazioni, momenti unitari anche con quelle realtà del sindacalismo confederale che, anche con contraddizioni, si pongono fuori dal “sistema della guerra”, a partire dalla CGIL e da parti o settori di essa.
La vicenda delle manifestazioni contro il genocidio del popolo palestinese non deve essere un fiore casuale nel deserto. Il nostro compito, almeno, è lavorare affinché non lo sia.
Una nuova generazione in lotta
Contro il genocidio dei palestinesi è scesa in campo una nuova generazione. Non possiamo derubricare quanto accaduto a un evento straordinario da far rientrare nell’ordinarietà. Quella generazione scesa in campo ha camminato assieme alle forme classiche dell’organizzazione dei lavoratori, dei sindacati di base e anche della CGIL, quando essa è arrivata. Ha espresso radicalità, rabbia e partecipazione. Un evento che non possiamo derubricare anche perché consideriamo la vicenda del genocidio del popolo palestinese come una cartina di tornasole dell’ordine della nuova guerra totale. Non è un caso che in questa vicenda si sveli senza foglie di fico, l’intreccio tra genocidio, dominio geopolitico, rapina delle materie prime e speculazione finanziaria e immobiliarista planetarie.
Il punto di difficoltà è il seguente: se quell’energia non trova una sponda sulle grandi questioni sociali, a partire dal lavoro e dal diritto all’abitare, faremmo l’errore madornale di separare il tema della guerra da quello della povertà e delle disuguaglianze che invece sono due parti della stessa medaglia.
Radicamento territoriale e capacità di mobilitazione
Non siamo riusciti, in questo mandato congressuale, a realizzare la grande manifestazione nazionale per il diritto all’abitare.
Certo, uno dei problemi è anche quello della carenza strutturale dell’organizzazione e del nostro debole radicamento territoriale. Noi, da soli, non siamo in grado di realizzarla. Ma dobbiamo andare più a fondo del problema: questa difficoltà non nasce da una mancanza di ragioni o di consenso sociale e ci sono anni di arretramento organizzativo, frammentazione territoriale e perdita di presenza stabile nei quartieri e nelle periferie. Non solo nostra o principalmente nostra.
C’è ancora una incapacità del movimento complessivo (movimento sindacale, movimenti popolari, associazioni e comitati) di legare lotta per la pace, lotte alle disuguaglianze, difesa e sviluppo della democrazia partecipativa. C’è ancora l’incapacità di legarli assieme in una piattaforma complessiva e credibile, anche a causa delle contraddizioni esistenti in settori non marginali della cosiddetta sinistra politica e sindacale di questo Paese.
Il nostro ruolo è dentro questa contesa e le reti che costruiamo non debbono essere vissute come relazioni diplomatiche o luoghi di intergruppi ma come una sfida politica e culturale.
Senza un radicamento reale, le vertenze restano isolate e il conflitto non riesce a generalizzarsi. Rafforzare il sindacato significa quindi ricostruire la capacità di organizzazione nei territori, rimettere in connessione le vertenze locali e creare le condizioni materiali e politiche per arrivare, nel prossimo periodo, a una grande manifestazione nazionale sul diritto all’abitare. Una manifestazione che non sia un appuntamento simbolico, ma il punto di arrivo di un percorso di organizzazione diffusa e di conflitto reale.
Radicamento nei territori per rilanciare il sindacato
Il nuovo percorso che questo Congresso è chiamato a definire deve partire da una scelta chiara: rilanciare una fase di radicamento territoriale. Stare nei quartieri, nelle case popolari e nei luoghi della sofferenza abitativa è oggi una necessità politica. Solo attraverso un radicamento quotidiano sarà possibile trasformare il bisogno individuale in conflitto collettivo.
Il sindacato deve essere sempre di più una presenza riconoscibile, capace di coniugare mutualismo e conflitto, servizio e organizzazione. Gli sportelli devono essere luoghi politici di partecipazione e formazione, in cui costruire nuove responsabilità e favorire un reale ricambio generazionale, affidando protagonismo diretto a chi vive sulla propria pelle la crisi abitativa. Per costruire un sindacato che riesca ad essere presente e radicato in ogni territorio, riteniamo utile promuovere momenti di confronto e condivisione di esperienze, iniziative, di lotte e di tessitura di alleanze, che si siano rivelate efficaci e che, pur nella diversità, possano essere replicate. Un patrimonio di saperi e buone pratiche, frutto dell’impegno vivo e quotidiano di tante e tanti, da mettere in comune anche per affiancare e sostenere la crescita e il radicamento delle realtà più piccole e meno strutturate e che possa arricchirsi attraverso percorsi di formazione e autoformazione
Per una piattaforma politica sindacale per il diritto all’abitare
Questo Congresso è chiamato a compiere una scelta di campo netta. In un mondo attraversato da guerre, economia di guerra, autoritarismo e crisi abitativa strutturale, il nostro sindacato afferma che il diritto all’abitare è inseparabile dalla lotta per la pace, dalla difesa dei diritti sociali e dalla giustizia redistributiva.
Il Congresso impegna il sindacato a contrastare l’economia di guerra e le politiche belliciste, rivendicando un uso sociale delle risorse pubbliche fondato sui diritti, sul welfare e sull’abitare pubblico.
Il Congresso ribadisce l’opposizione al Piano Casa del Governo Meloni e a tutte le politiche di dismissione del patrimonio abitativo pubblico, denunciando la continuità di queste scelte anche nelle amministrazioni locali guidate dal centrosinistra e rifiutando il modello del social housing come risposta centrale alla crisi abitativa.
Il Congresso assume come priorità la difesa, la manutenzione e l’ampliamento dell’edilizia residenziale pubblica: 500 mila case a canone sociale e l’affitto permanente, con il riuso e il recupero del patrimonio immobiliare vuoto e in disuso, a partire da quello pubblico;
Il Congresso chiede una riforma del sistema dell’ERP: no alle norme xenofobe che legano l’assegnazione alla durata della residenza; rilanciare l’autogestione delle case popolari, anche per l’autogestione e le forme di partecipazione degli assegnatari alle decisioni degli enti gestori; l’efficientamento energetico; la riduzione delle spese condominiali e per il riscaldamento; le forme dell’autorecupero e delle cooperative di autocostruzione a proprietà indivisa;
Il Congresso rilancia l’obiettivo della eliminazione del libero mercato degli affitti, a partire dall’abrogazione della cedolare secca sul libero mercato;
Il Congresso chiede una forte iniziativa contro gli sfratti senza soluzioni abitative alternative adeguate, la piena attuazione della Legge sulla morosità incolpevole attuata su tutto il territorio nazionale;
Il Congresso indica nella regolamentazione e limitazione degli affitti brevi uno degli obiettivi per frenare l’espulsione della residenza popolare dai contri storici e dalle città;
Il Congresso impegna il sindacato a rafforzare il radicamento territoriale, la formazione politica e il ricambio generazionale come condizioni essenziali per la ricostruzione della forza organizzativa.
Il Congresso indica come obiettivo politico del prossimo periodo la costruzione delle condizioni organizzative e sociali per una grande manifestazione nazionale sul diritto all’abitare, come momento di sintesi delle vertenze territoriali e di rilancio del conflitto sociale.
Il Congresso conferma la partecipazione attiva alle coalizioni sociali, ai percorsi per la pace e alle reti europee, rafforzando al contempo l’autonomia, la radicalità e il radicamento del sindacato.
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