dopo l’affondo di Banco BPM di ieri arriva oggi l’Ops di Intesa Sanpaolo


Il risiko bancario italiano accelera improvvisamente e mette Monte dei Paschi di Siena al centro della partita. Nel giro di un solo giorno, l’istituto senese è passato dall’essere destinatario di una proposta di aggregazione concordata da parte di Banco BPM al diventare l’obiettivo di una offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria lanciata da Intesa Sanpaolo. Due mosse molto diverse, per struttura e ambizione, ma accomunate da un obiettivo: conquistare un ruolo decisivo nella nuova fase di consolidamento del credito italiano.

La prima mossa è arrivata da Banco BPM ieri. Il consiglio di amministrazione dell’istituto ha deliberato all’unanimità di inviare a Mps una comunicazione per manifestare l’interesse ad avviare un confronto su una possibile aggregazione concordata. L’operazione sarebbe stata costruita secondo lo schema del merger of equals, una fusione tra pari pensata per creare un nuovo gruppo bancario e finanziario di riferimento in Italia, secondo operatore nazionale per dimensioni, salvaguardando al tempo stesso i rispettivi marchi, le sedi storiche e il radicamento territoriale.

Giuseppe Castagna, AD Banco BPM.

Nel progetto di Banco BPM, l’aggregazione con Mps avrebbe avuto un forte razionale industriale: integrazione geografica, complementarità delle fabbriche prodotto, maggiore scala per sostenere gli investimenti tecnologici e un posizionamento più competitivo anche rispetto ai grandi operatori europei e ai nuovi player digitali. La nuova banca avrebbe potuto contare su una presenza particolarmente forte nelle regioni italiane a maggiore potenziale economico, con Banco BPM che indicava espressamente Lombardia, Toscana e Veneto tra i territori nei quali il gruppo risultante sarebbe diventato primo operatore per numero di filiali.

Dal punto di vista finanziario, Piazza Meda stimava un potenziale sinergico superiore a 1,1 miliardi di euro lordi, composto da oltre 650 milioni di sinergie di costo e più di 450 milioni di sinergie di ricavo. La combinazione avrebbe portato a una capitalizzazione di Borsa potenzialmente superiore ai 50 miliardi di euro, con un CET1 pro-forma di circa il 15%, una creazione di valore stimata in almeno 5,5 miliardi e una crescita degli utili per azione superiore al 10%.

La risposta di Intesa Sanpaolo è arrivata poche ore dopo, stamattina, cambiando radicalmente lo scenario. Il gruppo guidato da Carlo Messina ha annunciato un’Ops volontaria sulla totalità delle azioni ordinarie di Mps, mettendo sul tavolo una proposta già definita: 16 azioni ordinarie Intesa Sanpaolo di nuova emissione ogni 10 azioni Mps conferite, più un euro in contanti per ogni azione Mps. Il corrispettivo incorpora un premio del 12,5% rispetto al prezzo ufficiale di chiusura del 5 giugno 2026 e premi del 17,4% e del 18,7% rispetto ai prezzi medi ponderati degli ultimi tre e sei mesi.

Carlo Messina, CEO Intesa Sanpaolo.
Carlo Messina, CEO Intesa Sanpaolo.

La differenza tra le due operazioni è netta. Banco BPM proponeva a Mps un percorso negoziale e collaborativo, fondato su una logica di equilibrio tra le due banche. Intesa Sanpaolo ha invece scelto una strada più diretta, quella dell’offerta pubblica, con l’obiettivo di rafforzare la propria leadership europea nel Wealth Management, Protection & Advisory e di consolidare ulteriormente il ruolo di prima banca italiana profondamente radicata nel Paese.

Per gestire in anticipo i possibili profili Antitrust, Intesa ha contestualmente sottoscritto un accordo vincolante con Unipol Assicurazioni. L’intesa prevede la cessione di un’entità giuridica bancaria comprendente il marchio Mps, circa 635 filiali e gran parte delle strutture centrali necessarie a operare come banca autonoma, per un corrispettivo stimato tra 3 e 3,5 miliardi di euro. Intesa manterrebbe invece Mediobanca e il suo marchio, circa 625 filiali Mps e una componente limitata di strutture centrali, pari complessivamente a circa l’80% dell’utile netto 2025 del perimetro Mps più Mediobanca.

Il completamento dell’operazione è atteso entro dicembre 2026, subordinatamente alle autorizzazioni delle autorità competenti. Secondo Intesa, il gruppo risultante potrà rafforzare il sostegno all’economia reale e sociale, accrescere la creazione di valore e realizzare sinergie rilevanti senza costi sociali, anche grazie a un’integrazione tecnologica considerata agevole attraverso la piattaforma digitale cloud-native isytech.

La dimensione industriale della proposta di Intesa è particolarmente ambiziosa. Il nuovo gruppo diventerebbe il secondo dell’Eurozona per capitalizzazione di Borsa, raggiungendo o superando già nel 2025 pro-forma gli obiettivi del Piano d’Impresa Intesa Sanpaolo al 2029. Le attività finanziarie della clientela potrebbero salire a circa 2.000 miliardi di euro entro il 2029, mentre il gruppo rafforzerebbe il proprio posizionamento nella clientela ad alta patrimonializzazione, nel credito al consumo e nel Corporate & Investment Banking.

Sul fronte economico, Intesa prevede un utile netto al 2029 superiore a 16 miliardi di euro, rispetto agli oltre 11,5 miliardi attesi nel piano stand alone, e una distribuzione complessiva agli azionisti di circa 61 miliardi di euro nel periodo 2025-2029, contro i circa 50 miliardi già previsti dal Piano d’Impresa 2026-2029. Le sinergie annue ante imposte sono stimate in circa 2,9 miliardi di euro a regime, di cui 1,5 miliardi da costi e 1,4 miliardi da ricavi.

Anche il capitolo occupazionale è centrale. Intesa Sanpaolo prevede circa 6.800 uscite volontarie aggiuntive e altrettante nuove assunzioni di giovani entro il 2029, di cui circa 2.700 come Global Advisor, in un rapporto di un’assunzione per ogni uscita volontaria. L’obiettivo complessivo di assunzioni da parte del gruppo salirebbe così a circa 13.100 giovani entro il 2029.

La sfida tra Banco BPM e Intesa Sanpaolo riguarda anche il controllo delle fabbriche prodotto e delle partecipazioni strategiche. Banco BPM indicava tra i vantaggi della propria proposta anche la possibilità di ampliare le opzioni strategiche legate alla partecipazione detenuta da Mps in Assicurazioni Generali. Intesa, dal canto suo, ha approvato l’acquisto di una partecipazione pari al 3,01% del capitale di Generali e la sottoscrizione di un derivato di copertura collegato alla stessa partecipazione, con finalità finanziaria e contabile legata al trattamento della quota Mediobanca in Generali.

Per il Veneto, la partita non è marginale. Banco BPM ha indicato esplicitamente la regione tra le aree in cui l’aggregazione con Mps avrebbe rafforzato la presenza territoriale del nuovo gruppo. Intesa Sanpaolo, dal canto suo, punta a una rete nazionale di circa 3.000 filiali e a una maggiore capacità creditizia a sostegno dell’economia reale. In una regione ad alta densità manifatturiera e con un tessuto produttivo fondato su piccole e medie imprese esportatrici, l’esito di questa sfida potrà incidere sul rapporto tra banche e territori, sulla disponibilità di credito, sull’offerta di consulenza patrimoniale e sulla competizione tra istituti.

La sequenza delle ultime ventiquattro ore consegna dunque al mercato una partita aperta e di grande rilievo sistemico. Banco BPM ha provato ad aprire un tavolo industriale con Mps, proponendo una fusione tra pari per creare un nuovo campione nazionale. Intesa Sanpaolo ha risposto con un’offerta strutturata, accompagnata da un accordo con Unipol e da obiettivi finanziari molto ambiziosi. Al centro resta Mps, che da preda contesa diventa il vero snodo del consolidamento bancario italiano.

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 Matteo Scolari

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