Studio Visit con l’artista Simone Marconi. L’intervista


È rara la capacità di Simone Marconi (Recanati,1996) di passare con disinvoltura da un mezzo espressivo all’altro, spesso combinandoli nella stessa opera; opere che somigliano più ad ambienti nei quali immergersi, lasciando che il suono affondi nelle orecchie e che la tridimensionalità delle installazioni catturi l’occhio. Attraversando gli spazi occupati dagli interventi di Marconi – che siano contesti espositivi o luoghi pubblici – si ha l’impressione che l’umanità sia altrove, che abbia abbandonato il mondo che conosciamo lasciando dietro di sé tracce esauste del proprio passaggio. Tuttavia, i lavori dell’artista non risultano mortiferi: la tensione tra le parti che compongono le opere conferisce loro un’energia perturbante e un senso di attesa carico d’inquietudine. Quasi tutti gli interventi di Marconi sono animati da una sapiente precarietà, come se l’artista avesse terminato l’allestimento pochi secondi prima che l’osservatore entri nello spazio espositivo, facendo percepire la propria presenza sfuggente.

Chi è Simone Marconi

Simone Marconi è nato a Recanati nel 1996. Attualmente vive a Venezia e lavora all’artist-run studio Zolfo Rosso. Dopo aver vissuto sette anni a Bristol ed essersi diplomato in Art and Writing alla UWE, si trasferisce alla fine del 2025 a Venezia dove inizia il corso magistrale in Arti Visive e Cinema Espanso allo IUAV. Nel 2025 ha prodotto e presentato Tidal Leads, pubblicazione e performance partecipativa in deep listening commissionata per il Promenade Weekender (Weston-Super-Mare), e performato Carosello, una performance collaborativa, parte dello Spike Island Open Studio 2025. Nel 2024 viene selezionato per la British Council Biennale Fellowship con la quale sviluppa Archetypes of Salvation. Tra gli spazi espositivi che hanno ospitato il suo lavoro: Palazzo Diedo Berggruen Arts, Venezia (2026), La Fucina del Futuro, Venezia (2026), Spike Island, Bristol (2025), 571 Oxford Road, Reading (2024), Safehouse2, Londra (2023) e Avantgarden Gallery, Milano (2023).

Simone Marconi, Docile Sodom (Where Does It End?), 2026, cortometraggio, 11’56”

Intervista a Simone Marconi

Rifugi temporanei e fragili, desolazione, un senso imminente di fine mondo: le tue opere sembrano delineare scenari apocalittici. Di tanto in tanto, tuttavia, appaiono sprazzi di vitalità: tracce tenui di una presenza umana che, tenacemente, cerca di resistere. Mi piacerebbe se mi parlassi di questa attitudine nel tuo lavoro e di quale sentimento prevalga tra pessimismo e barlumi di speranza.
Non credo di essere pessimista. Nel mio lavoro c’è piuttosto un ruzzolone continuo, fisico o emotivo, come se la realtà sia una superficie instabile su cui impariamo a stare in equilibrio solo perdendolo. Un libro che ha influenzato questo mio interesse è Lingua Ignota di Huw Lemmey. Nato in un contesto rurale, dove il tempo sembrava dilatarsi, sono sempre stato affascinato da storie che provocassero scetticismo. Non è un caso che mia nonna toglie il malocchio e mio nonno segnava il verme. Oggi lavoro su questo paradosso. Le opere stanno in bilico, potrebbero attivarsi oppure apparire come reliquie di una storia dal finale amaro. In quella sospensione, più che nella rovina, cerco una forma di resistenza.

Il suono è spesso presente nelle tue opere e mi pare sia forte anche l’attenzione alla parola, scritta oppure orale. Da dove nasce la volontà di combinare tridimensionalità installativa e smaterializzazione sonora?
Il sonoro è entrato nella pratica quando la parola è diventata indispensabile, da quando ho sentito la necessità di creare mondi che non riguardassero il comprendere o il controllare tutto. Mi interessa abbattere gerarchie e plasmare interdipendenze, come se un medium esistesse solo grazie all’altro. Credo che l’aspetto audio, insieme alla parola e al visivo, favorisca un’immersione emozionale. Nel mio ultimo lavoro video Docile Sodom (Where Does It End?) la sceneggiatura si fonde con l’audio amplificandosi e diventando un tutt’uno. In Tidal Leads invece, la voce diventa elemento ambientale site-specific. Esploro voci trascurate, tracce nascoste e narrazioni ai margini del reale per sviluppare e raccontare storie. Come scriveva Calvino, dall’altro lato delle parole c’è qualcosa che cerca d’uscire dal silenzio. È proprio in quel silenzio che si apre la mia ricerca.

Mi ha colpito una tua opera, Hiding From a Self I Am No Longer, ispirata a un testo di Palma Bucarelli su Pino Pascali. Quanto entra la storia dell’arte nella tua pratica?
Hiding From a Self I Am No Longer fa parte della serie Archetypes of Salvation, habitat ostili e precari per lavori testuali che possano essere vissuti quasi fisicamente. Più che la storia dell’arte, forse è proprio la storia in sé che entra a gamba tesa con tutte le sue tensioni e riferimenti. La frase che mi aveva stimolato una riflessione è: “Quando si è nel gioco bisogna giocare, e la necessità non è libertà”. È un progetto nato quando l’idea di tornare in Italia si stava concretizzando. La storia entra come contesto e punto di osservazione nelle pagine strappate, nei dettagli naturali che appassiscono e nell’audio in cuffia che mette in scena un nascondino col mio ego riflettendo sulla confusione dialettica e il suo ruolo attivo nella storia.

Dal 2022 lavori a una serie di interventi, ID-E(enter)-E(exit), che toccano lo spazio urbano. Si tratta di opere effimere, che nascono con l’intento di sfondare nel regno del reale (luoghi pubblici, strade, parchi…): qual è l’esigenza che ti spinge a realizzare queste azioni?
L’urgenza è proprio sabotare i pattern di controllo che regolano lo spazio pubblico e la società odierna. Nata dall’esperienza nel graffiti-writing, l’esigenza era sfocare i confini tra accettabile e no. Sono interventi ibridi e spontanei che non nascono da una fagocitante bisogno di emergere, perlopiù di scomparire nel nulla e rendersi, una volta tanto, spettatori. Confondono il genitore e fanno ridere il bambino; banali prove di forza che generano un piccolo scarto percettivo. In una società sempre più caratterizzata dalla nostra passività, mi piace pensare che il passante diventi performer senza accorgersene.

La tua formazione è avvenuta prevalentemente all’estero, in particolare in Gran Bretagna. Da cosa è stata dettata questa scelta? E come vedi la scena artistica italiana, dal punto di vista di artista emergente?
Come la gran parte di chi se ne va, la scelta è stata dettata dalla necessità di fuggire. La provincia può diventare un circolo vizioso; è difficile andarsene, ma è ancora più faticoso tornare. Non sono approdato in Inghilterra con l’intento di studiare. La formazione è iniziata quasi per caso. Ringrazio soprattutto Lizzie Lloyd e Kit Poulson e il loro progetto WITTA, con cui ho sperimentato la scrittura come mezzo alchemico e di ricerca. Dopo sette anni, sono rientrato in Italia. Il Paese che trovo non è quello che avevo lasciato. Il conservatorismo sorprende ancora, ma la scena artistica è propositiva e con una coscienza critica impressionante. Fondi e opportunità sono ridotte, ma sembra si stia combattendo con tutte le armi disponibili il clima di tensione che ci circonda.

Hai in cantiere nuove opere, mostre e progetti?
Sono appena entrato a far parte dell’artist-run studio Zolfo Rosso e sto lavorando a più progetti. Attualmente sto approfondendo la scrittura come un fenomeno fluido e scultoreo, e sperimentando l’intaglio e la stampa da integrare ai lavori installativi. Lateralmente sto portando avanti una collaborazione con Andrea Venanzoni (sound artist): una ricerca site-specific che mescola sonoro, scritto e visivo, per indagare paradossi ambientali e sociali del nostro tempo. Si tratta di un percorso che vorremmo idealmente sviluppare in residenza, proseguendo il filo di lavori come Tidal Leads e Docile Sodom (Where Does It End?). Sto inoltre sviluppando una serie di workshop, che mi piacerebbe attivare nella seconda metà dell’anno, che coinvolgono scrittura, installazione e performance per indagare sul distacco e la caduta, non l’atterraggio, lavorando sulle radici delle tracce che restano dopo un’azione.

Saverio Verini

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